Nel Lazio è emergenza ambientale

07/07/2016 di Redazione
Nel Lazio è emergenza ambientale

Le notizie sullo stato di salute dell'ambiente nella nostra regione sono tutt'altro che confortanti. La salute complessiva del nostro territorio non è delle migliori: le responsabilità derivano dall'inquinamento e soprattutto dalla gestione scellerata dei rifiuti, soprattutto quelli tossici e industriali. Ma anche la mancata capacità delle istituzioni di trovare soluzioni alternative per il loro smantellamento. L'incendio della scorsa settimana alla discarica di Albano Laziale - per lo smantellamento della quale i cittadini e i comitati territoriale lottano da anni -, ha riportato in auge il tema della gestione dei rifiuti. Il rogo ha divorato un impianto per il trattamento dei rifiuti del gruppo Cerroni e subito estesosi al capannone adiacente, colmo di rifiuti. L'incendio è stato domato solo dopo 6 ore e completamente spento dopo 12. Una fitta nube si è levata dall'impianto, visibile anche nella provincia di Latina e ha scatenato l'apprensione della cittadinanza e delle autorità. Sono tuttora in corso indagini che stabiliranno l'entità del danno in termini di impatto ambientale, e che daranno una risposta sui rischi per la salute degli abitanti della zona.
Al disastro - le cui cause saranno da chiarire - fa il paio un dato strutturale. Le indagini svolte da Legambiente sulle acque dei fiumi nei pressi della foce presentano risultati tutt'altro che confortanti, nel bel mezzo della stagione balneare.
Il laboratorio mobile di Legambiente ha analizzato lo stato delle acque del litorale, registrando un dato allarmante: vicino alle foci dei fiumi le acque violerebbero i limiti di legge nel 75% dei casi. Su 24 campionamenti effettuati lungo i 329 chilometri del litorale laziale, ben 18 presentano un'altissima concentrazione di inquinamento microbiologico. Le acque hanno inoltre presentato tracce di scarichi non depurati adeguatamente con presenze di valori di escherichia coli e enterococchi intestinali ben al di sopra dei valori consentiti dalla normativa vigente, in particolare per i prelievi effettuati in prossimità di foci di fiumi, torrenti e canali.
La storia del Lazio degli ultimi decenni è una storia di disastri che si ripetono. A partire dall'allarme per il latte contaminato nella campagne del sudest romano per l'inquinamento provocato dai pesticidi e dalle sostanze usate nelle coltivazioni. Una situazione che si è aggravata con la morte, nel 2005, di una ventina di mucche nei pressi di un fiumiciattolo di Anagni dove era stato scaricato abusivamente del cianuro provocando la morte di 25 mucche nei pressi di Anagni. E si può risalire anche più indietro, al 1990, quando gli inquirenti scoprirono nella Valle del Sacco diverse discariche abusive. Dal 2005 al 2012 indagini, mappature e divieto di coltivazione nei pressi delle zone inquinate non sono mancati, ma il bacino del Sacco è ancora disseminato discariche e siti contaminati.
Sulla salute delle nostre acque è intervenuta anche l'Unione Europea, che ha nuovamente avviato a fine marzo di quest'anno una procedura di infrazione ai danni dell'Italia per il mancato rispetto della direttiva comunitaria sul trattamento delle acque reflue urbane - dopo già due condanne a carico del nostro Paese - che coinvolge anche sei agglomerati urbani laziali: quello di Roma (con 2 milioni e 768mila abitanti equivalenti); di Anagni (20.267), di Fontana Liri - Arce (9mila), di Monte San Giovanni Campano (9.100), Orte (7.500) e Piglio (4.800).