Turchia, dopo il golpe militare arriva la reazione di Erdoğan

21/07/2016 di Redazione
Turchia, dopo il golpe militare arriva la reazione di Erdoğan

La sera del 15 luglio tutta l' Europa seguiva col fiato sospeso lo svolgersi di un tentato golpe in Turchia da parte di un gruppo di militari. Migliaia di persone sono scese in strada per bloccare i carri armati che avevano circondato il parlamento di Ankara, occupato l'aeroporto Atatürk e bloccato il ponte sul Bosforo a Istanbul. Le truppe dell'esercito si sono scontrate con i reparti della polizia, che in questi anni il presidente turco ha provveduto a rafforzare.
Dopo un'intera notte di combattimenti, i golpisti si sono arresi. Il bilancio degli scontri è stato pesante, con 294 morti e 1400 feriti. Il giorno successivo decine di migliaia di sostenitori del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sono scesi in piazza per festeggiare lo sventato golpe e per la permanenza al potere del loro leader. Dopo il fallimento del golpe, la situazione appare ancora molto confusa. Il presidente Erdoğan ha puntato il dito contro coloro che ha additato come nemici della nazione. Sotto accusa, dapprima la fazione kemalista dell'esercito, erede di Mustafa Kemal Atatürk. Ma il presidente turco, fin dalle prime ore, ha puntato violentemente il dito soprattutto contro Fethullah Gülen, che riterrebbe responsabile di aver orchestrato il Golpe dagli Stati Uniti, dove ora vive.  Gülen è un predicatore islamico, fondatore del movimento Hizmet (il servizio), capace di diffondere scuole religiose in 160 Paesi, imprenditore ed editore. È ricco e potente. Nella sua carriera ha incontrato i leader religiosi ebraici e papa Giovanni Paolo II.  La sua proposta di un Islam moderato ha fatto presa su milioni di seguaci. Dal 2013 Erdogan sta cercando di smantellare il suo potere, pezzo per pezzo. Per quasi dieci anni la figura di Gülen è stata fondamentale per l' politica di Erdoğan. Il ricco filantropo investì anche numerose risorse in borse di studio e nella fondazione di scuole in grado di formare i quadri dirigenti delle organizzazioni statali e rinnovare la classe dirigente del paese in lotta, insieme a Erdoğan, contro lo strapotere dell'esercito. Dall'elezione del 2011 Erdoğan avrebbe voltato le spalle all'amico: appalti, finanziamenti, cariche pubbliche sono stati affidati a esponenti più organici al partito del presidente turco. Hizmet sarebbe divenuto via via un apparato sovversivo, infiltrato ancora in quale luogo di potere o strategico nella gestione dello Stato. Gli arresti di agenti e giudici, considerate categorie a lui vicine, sono diventati sempre più frequenti. La polizia ha anche fatto irruzione in uno dei giornali di proprietà di Gülen, ribaltando la linea editoriale e assumendo giornalisti filogovernativi.
Sono in molti a credere che ci sia lo zampino del ricco imam negli scandali giornalistici che hanno colpito Erdoğan e il suo entourage negli ultimi anni, denunciando un sistema di tangenti e anche azioni volte a favorire il passaggio di appartenenti all'Isis in Turchia.
La Turchia continua a fare pressione sugli Stati Uniti affinché approvino l'estradizione. Il segretario di stato statunitense John Kerry ha dichiarato che la Nato esaminerà attentamente la posizione della Turchia e ha invitato Ankara alla moderazione: gli Usa vogliono prove, e il governo turco dovrà produrle se spera di ottenere qualcosa. Ma le prove potrebbero non bastare.
La reazione di Erdoğan è stata molto pesante.  Il presidente ha lanciato una serie di purghe all'interno delle istituzioni. Circa ottomila poliziotti sono stati rimossi dal loro incarico, sono stati arrestati seimila militari (103 tra generali e ammiragli) e circa tremila giudici sono stati sospesi nel corso dei giorni immediatamente successivi al tentato golpe. Tra i militari arrestati c'è il generale dell'aviazione Akin Öztürk, che dopo aver inizialmente negato avrebbe confessato di aver organizzato il golpe. Lo ha scritto l'agenzia di stampa statale Anadolu, ma le televisioni private hanno smentito. Erdoğan, durante un discorso ai suoi sostenitori, ha fatto intendere che potrebbe reintrodurre la pena di morte nel paese. In Turchia non avvengono esecuzioni capitali dal 1984 e la pena di morte era stata abolita nel 2004 nell'ambito di una serie di riforme per entrare nell'Unione europea.
La vastità delle purghe ha sollevato timori tra i paesi occidentali, che temono che Erdoğan voglia usare il golpe come un pretesto per liberarsi dei suoi nemici. Il segretario di stato statunitense John Kerry ha dichiarato che la Nato esaminerà attentamente la posizione della Turchia e ha invitato Ankara alla moderazione.
Il 18 luglio il presidente turco ha dato ordine ai jet da combattimento di sorvegliare lo spazio aereo sopra a Istanbul e Ankara e ha vietato agli elicotteri militari di decollare da Istanbul. Parlando di fronte ai sostenitori del governo, la mattina del 18 luglio il premier Binali Yıldırım ha ringraziato i cittadini turchi per essersi opposti al colpo di stato. I quattro principali partiti turchi, compresi i due di opposizione Partito del movimento nazionalista (Mhp) e Partito popolare repubblicano (Chp) hanno dato il loro sostegno al governo contro il golpe.
Il Governo turco, intanto, ha proclamato lo stato d'emergenza, che sarà in vigore da oggi per i prossimi tre mesi. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan non avrà bisogno dell'autorizzazione del parlamento per far passare nuove leggi e limitare o sospendere alcuni diritti e libertà e per prolungare la detenzione delle migliaia di persone arrestate negli ultimi giorni.