Turchia: per i braccianti siriani lo sfruttamento è la regola

28/07/2016 di Redazione
Turchia: per i braccianti siriani lo sfruttamento è la regola

Un'inchiesta di Internazionale.itha svelato il mondo del caporalato in Turchia, dove tanti profughi siriani lavorano nei campi in condizioni di sfruttamento. Secondo le fonti governative, in Turchia vivono 2,75 milioni di profughi siriani. Ma secondo le organizzazioni umanitarie, potrebbero essere molti di più, se si considerano i profughi che non sono stati registrati. Il 90% di loro vive fuori dai 25 campi profughi ufficiali del paese. Quasi nessuno di loro ha mai pensato di proseguire il viaggio verso l'Europa, per i costi e i pericoli che il viaggio comporta. Dopo l'accordo dell'Europa con la Turchia, i rischi si sommano alla prospettiva di restare bloccati in un hotspot in Grecia.
La maggior parte dei braccianti agricoli nelle zone intorno a Izmir viene da Raqqa o da Deir Ezzor, città controllate da Daesh nel nordest della Siria. Erano contadini, braccianti, piccoli proprietari terrieri, commercianti, autisti di taxi o di minivan. Alcuni sono scappati cinque anni fa, altri sono in Turchia da pochi mesi. Sono molte le persone in fuga che passano per Izmir, una delle grandi città turche più attrattive e che ospita uno tra i centri di raccolta e smistamento dei profughi diretti in Europa. Ma in Turchia la vita è dura, a lavorare nei campi di pomodori e di angurie durante l'estate. Tutti: donne, uomini e bambini. Le famiglie vivono ammassate in vecchie case o in tende senza acqua corrente né elettricità, perché non possono permettersi di affittare una vera casa con quello che guadagnano in campagna. "Gli uomini guadagnano dalle 25 alle 50 lire turche (da 7,45 euro a 15 euro) al giorno per dieci o dodici ore nei campi, le donne di meno (al massimo 38 lire); le bambine e i bambini più grandi aiutano i genitori nella raccolta. Anche loro vengono pagati, ma non c'è una tariffa fissa. In realtà neppure per i braccianti adulti le paghe sono definite: tutto è a discrezione del proprietario dell'azienda agricola. A volte si viene pagati a cassetta: due lire per unità (0,5 euro). E per riempire una cassetta ci vuole almeno un'ora. Ma la paga non viene riscossa a fine giornata. Il padrone distribuisce un bigliettino per ogni cassetta riempita e paga quando vuole, di solito alla fine del mese".
L'agricoltura in Turchia è un settore attivo e remunerativo. Il Paese è uno dei principali esportatori mondiali di pomodori, con un giro d'affari annuo di 365,3 milioni di dollari. In estate centinaia di persone lavorano alla raccolta delle diverse varietà di pomodori e delle angurie destinate al mercato nazionale e internazionale. Ma in questo settore lo sfruttamento dei braccianti, in particolare dei profughi siriani, nei campi della zona è la norma.
Quale futuro per i profughi siriani nel Paese? Una domanda affatto retorica se si pensa che l'80% dei bambini siriani in Turchia, (che un rapporto dell'ong Human rights watch ha stimato attorno ai 400mila), non va a scuola. Alcuni non ricevono un'istruzione da quando è cominciata la guerra, cioè da cinque anni.
In molti lavorano nelle aziende tessili e nell'agricoltura per contribuire al bilancio domestico. Diverse sono le cause: la poca o nulla conoscenza del turco, la necessità di spostarsi spesso assieme alle famiglie per trovare un nuovo impiego in altre piantagioni, lo stesso impiego dei minori siriani nelle campagne per diverse ore al giorno.
Per le autorità turche i profughi dovrebbero restare nel distretto in cui sono stati registrati, ma nella realtà la maggior parte di loro si sposta in cerca di lavoro. I siriani in Turchia non hanno diritto allo status di rifugiati, bensì a una protezione temporanea, che però pochi richiedono. Quasi tutti si registrano e in questo modo hanno diritto all'assistenza sanitaria.
Dal gennaio del 2016 è stata introdotta una legge che permette ai profughi siriani titolari di protezione temporanea di avere un permesso di lavoro, ma ad aprile solo l'0,1% dei siriani aveva ottenuto il documento. Uno dei motivi che spiegano questa bassissima percentuale, è che la richiesta del permesso deve essere presentata dal datore di lavoro e non dal lavoratore. In particolare nel settore agricolo, che ha alti tassi di lavoro precario e nero, la prospettiva della regolarizzazione è molto remota.
Dopo il tentativo di colpo di stato e la dura reazione di Erdogan lo scenario appare ancora più incerto e nessuno può immaginare quale sarà la prossima mossa del presidente sulla pelle dei profughi.