Da Varsavia a Dublino, sull’aborto forse si sta smuovendo qualcosa

06/10/2016 di Redazione
Da Varsavia a Dublino, sull’aborto forse si sta smuovendo qualcosa

La Czarny Protest, la protesta in nero delle donne polacche in lutto per la possibile perdita della loro libertà di decidere del proprio corpo, sembra aver dato i suoi frutti.
Mercoledì 5 ottobre la Commissione giustizia e diritti umani della camera bassa del Parlamento polacco (Sejm) ha respinto il disegno di legge che vorrebbe vietare l'aborto, sarà a questo punto la camera bassa del Parlamento a decidere se respingerlo definitivamente o rinviarlo in Commissione per un nuovo esame.
Lunedì 3 ottobre le strade di Varsavia, Cracovia, Danzica e di altre città più piccole erano state invase da migliaia di donne vestite di nero in protesta (per l'ennesima volta poiché è dallo scorso Aprile che vanno avanti le manifestazioni) contro la decisione del parlamento polacco che avrebbe permesso l'ivg solo in alcune circostanze straordinarie, come lo stupro, la malformazione del feto e in caso di pericolo di vita per la madre e prolungato la reclusione per la violazione del divieto da due fino a cinque anni.
La Polonia, insieme alla Repubblica Irlandese e all'Irlanda del Nord (dove l'aborto è punito anche con l'ergastolo) ha una delle leggi più restrittive d'Europa sull'interruzione volontaria della gravidanza.
Il disegno di legge arriva da una proposta di diversi gruppi religiosi cattolici appoggiati anche dalla Conferenza episcopale polacca (una delle più conservatrici in Europa) e tra i più grandi sostenitori del partito di maggioranza polacco, Diritto e Giustizia (Pis), di destra e molto conservatore (il 90 per cento dei cittadini polacchi infatti si definisce cattolico) di cui fa parte anche Beata Szydło, la prima ministra.
Le donne che hanno aderito allo sciopero si sono astenute da qualsiasi attività (studio, lavoro, cura della famiglia…) ispirandosi a quello delle islandesi che il 24 ottobre 1975 paralizzarono il loro Paese per rimarcare la loro appartenenza alla società e il pieno diritto di cittadinanza.
Dieci giorni fa anche 25 mila irlandesi sono scese in piazza a Dublino per difendere il loro diritto all'aborto e abrogare l'8° emendamento della Costituzione del 1983 che equipara i diritti del feto a quelli della donna e punisce l'aborto con 14 anni di carcere consentendolo solo in caso di stupro e gravi anomalie del feto. La stessa legge che nell'ottobre del 2012 provocò la morte di Savita Halappanavar che alla 17ma settimana di gravidanza arrivò con forti dolori addominali nella clinica Galway University chiedendo l'aborto che i medici si rifiutarono di praticare (nonostante le insistenze anche della famiglia di lei) finché non sentirono più il battito del feto. Tale attesa provocò la morte di Savita per setticemia. La sua vicenda suscitò uno scandalo internazionale e proteste a Londra e nel resto d'Europa tanto che nel novembre 2015 la Corte Suprema di Belfast dichiarò la legislazione dell'Irlanda del Nord contraria ai diritti umani, definendola una violazione delle convenzioni europee sui diritti dell'uomo.
Anche in Italia, nonostante una legislazione più favorevole, a molte donne tocca ancora ricorrere all'aborto clandestino, o con le pillole contro l'ulcera che provoca emorragie o andando all'estero. Il Ministero della Salute continua a negare il problema sorto con la strategia dell'obiezione di coscienza che ha di fatto svuotato la legge 194/78 rendendola inefficace. Nelle regioni dove gli obiettori sono il 90% del personale medico abortire è infatti diventato difficilissimo.