L’Ungheria non è un paese per tutti

06/10/2016 di Redazione
L’Ungheria non è un paese per tutti

Il referendum sulle quote migranti in Ungheria non ha raggiunto il quorum. Il 43 per cento degli aventi diritto è andato alle urne, mettendo una croce sul no. Una vittoria schiacciante quindi, nonostante la soglia, il 50 per cento celebrato dai sondaggi e vagheggiato dal premier nazionalista, Viktor Orban, resti un miraggio. "Non importa se il referendum risulterà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno comunque. L'importante è che i no siano maggioranza" con 3 milioni di no infatti, la sconfitta - vittoria avrà effetti legislativi immediati. Un peso poi, un potenziale da far valere nei negoziati con Bruxelles, battendo i pugni sui tavoli internazionali dell'Unione Europea, ottenendo "che non sia obbligatorio per l'Ungheria accogliere il tipo di gente che noi non vogliamo". Tanto entusiasmo nelle fila del partito di governo, Fidesz, e il gelo delle istituzioni europee. "L'Ungheria deve rispettare i suoi impegni sui ricollocamenti" tuona il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas, mentre dagli scranni del parlamento di Budapest, Orban annuncia il progetto di modifica della Costituzione per imporre un divieto (sconfessato dall'astensione nelle cabine elettorali) di accoglienza nel suo paese. Tutto "nello spirito del referendum - l'esordio all'Assemblea nazionale dei deputati - ora sappiamo che cosa vogliono gli ungheresi circa la migrazione di massa". Una partita, quella giocata dall'Ungheria, che potrebbe destabilizzare la fragile condizione di un'Europa già trincerata. Xenofobia e razzismo, le armi di Orban, chiusura ermetica del paese al fenomeno migratorio, muri e steccati: le reti metalliche conficcate nella terra dei confini meridionali, dopo che 400 mila migranti avevano attraversato l'Ungheria risalendo i Balcani, espulsioni immediate e rastrellamenti. Amnesty International racconta "l'orribile" trattamento e le violenze perpetrate dalle forze di polizia ai profughi, l'Unhcr denuncia il non rispetto dei "principi morali e dei minimi standard" per le condizioni disumane.

L'Ungheria non è un paese per tutti. Nils Muiznieks infatti, commissario dei Diritti umani del Consiglio d'Europa, ha definito "xenofobia istituzionalizzata" le politiche di Orban in fatto di immigrazione. Dello stesso parere è il Consiglio di Stato italiano che ha bloccato il trasferimento di un richiedente asilo in Ungheria, perché "c'è il rischio fondato che lo straniero richiedente asilo venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti". Nella sentenza 4004/2016, il giudice amministrativo scrive che il migrante in Ungheria avrebbe potuto subire trattamenti in contrasto con i principi umanitari e con l'articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. Sentenze simili sono state emesse in questi anni da Austria e Olanda, "L'Ungheria non è un paese sicuro per i rifugiati"