Yasuni, le trivelle mettono nuovamente a rischio la biodiversità nel cuore della foresta amazzonica

06/10/2016 di Redazione
Yasuni, le trivelle mettono nuovamente a rischio la biodiversità nel cuore della foresta amazzonica

Nonostante i buoni propositi che nel 2007 avevano spinto il governo ecuadoriano di Rafael Correa a lasciare il parco nazionale di Yasuni (una delle zone di foresta amazzonica più intatte tra Ecuador e Perù) libero dalle trivelle, già nel 2013 il capo del governo aveva cambiato idea giustificando la decisione come unica soluzione alla povertà dilagante nel Paese. L'iniziativa gestita dall'Onu e conosciuta con il nome di "Yasuni initiative" prevedeva infatti che Correa si sarebbe astenuto dallo sfruttamento dell'area in cambio di 3.6 miliardi di dollari da vari governi mondiali. Tra l'altro, pare che gli ecuadoriani abbiano addirittura incluso i diritti della natura nella loro Costituzione mostrandosi come modello di nazione attenta all'ambiente.
Dopo le devastazioni della foresta amazzonica avvenute durante gli anni Settanta in seguito a trivellazioni spregiudicate da parte di multinazionali come Chevron e Texaco, le autorità ecuadoriane questa volta sono state ben attente a giustificare l'azione con la retorica del "minor danno" assicurando l'impiego di trivelle orizzontali "nel rispetto dei più alti standard internazionali" e l'ottimizzazione di risorse e strategie per estrarre petrolio "nel modo più sostenibile possibile".
Ciononostante, la verità è che trivellando al confine con l'area ITT (Ishpingo, Tambococha, Tiputini) non solo si mette a rischio la biodiversità della zona protetta di Yasuni dove abitano specie di fauna e flora che sono riuscite a sopravvivere dai tempi glaciali ma l'inquinamento colpirà anche i popoli indigeni dei Tagaeri e Taromenane che risentiranno del danno ambientale sotto forma di contaminazione dell'aria, dell'acqua e del cibo a loro disposizione.
La gravità della situazione ha scatenato nel tempo scontri, dimostrazioni e la richiesta di un referendum da parte della popolazione dell'Ecuador, ma si sono presto rivelati tutti strumenti inutili che non solo hanno avuto poca risonanza internazionale ma sono anche falliti nel loro tentativo di creare opposizione. Le firme raccolte per la richiesta del referendum, per esempio, sono state dichiarate non valide dal governo, azione giudicata da molti poco chiara e antidemocratica.
Si calcola che sotto Yasuni ci siano 1,67 miliardi di barili di petrolio, ma pare anche che i costi di trivellazione impediscano di trarne un effettivo guadagno economico e che la costruzione delle infrastrutture necessarie tutt'intorno ai pozzi contempli l'abbattimento di alberi e quindi il grave danneggiamento dell'area e delle popolazioni indigene.
Quest'analisi getta ombre sui presunti buoni propositi e le false garanzie del governo di Quito.