L’Europa e l’Italia si accordano col dittatore sudanese Al-Bashir per bloccare l’immigrazione dal Corno d’Africa

03/11/2016 di Redazione
L’Europa e l’Italia si accordano col dittatore sudanese Al-Bashir per bloccare l’immigrazione dal Corno d’Africa

Sono stati erogati fondi europei alle milizie del presidente sudanese Al-Bashir per bloccare i flussi migratori transitanti per il Sudan e diretti verso le coste europee.
Lo stesso accordo ha previsto il rimpatrio forzato di 40 cittadini sudanesi partiti da Ventimiglia lo scorso agosto in cambio del training militare offerto ad un gruppo di militari delle ex milizie Janjaweed che avverrà in Italia nelle prossime settimane. Le milizie Janjaweed sono quelle accusate insieme al loro capo e Presidente Omar Al-Bashir di crimini di guerra e contro l'umanità per il loro operato nel Darfur dove solo qualche anno fa stupravano decine di donne, rapivano centinaia di bambini, massacravano i loro padri e davano fuoco ai loro villaggi. Oggi si fanno chiamare Rapid Support Forces e con delle nuove divise e sui loro moderni pick-up (che hanno sostituito con chissà quali soldi i precedenti cavalli e cammelli) pattugliano il deserto per intercettare le persone che scappano dai propri Paesi (e in diversi casi dal Sudan stesso) per rifugiarsi in Europa.
I parlamentari europei hanno inviato una lettera alle autorità italiane, e per conoscenza all'Alto Commissario ONU per i Rifugiati Filippo Grandi e al Direttore Generale dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni William Lacy Swing, per avere chiarimenti riguardo a tale accordo con il Sudan sancito da "un Memorandum sottoscritto il 3 agosto a Roma dal capo della polizia italiana Franco Gabrielli e dal suo omologo sudanese, generale Hashim Osman Al Hussein […] tenuto a lungo segreto, mai discusso né ratificato dal Parlamento italiano, che prevede la collaborazione delle polizie dei rispettivi Paesi nella gestione delle migrazioni e delle frontiere".
La decisione di combattere in questo modo il traffico di esseri umani, giustificata dall'Europa col fine di "affrontare le cause di fondo delle migrazioni", ricalca il Protocollo di Khartoum, lanciato a Roma nel novembre 2014 e accettato da tutti e 28 i Paesi europei, che ha dato il via libera al dialogo sulle migrazioni con le peggiori dittature del continente africano. Nella lettera si evidenzia infatti come "dittature come quella sudanese diventano partner dell'Unione nel processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ricevendo finanziamenti che mescolano in maniera molto rischiosa gli aiuti allo sviluppo e misure probabilmente repressive contro i migranti".
I parlamentari UE chiedono che "sia fatta luce sulla natura degli accordi, anche finanziari, con il Sudan. In questo ambito ricordiamo che il fondo fiduciario UE per l'Africa è in gran parte finanziato con fondi per lo sviluppo, e che questi ultimi non devono essere condizionati a politiche di controllo e dissuasione dei flussi migratori".
Eppure nei progetti europei di cooperazione con i Paesi africani c'è molto poco oltre la protezione dei confini che viene appaltata alle autorità di quei Paesi dai quali i migranti vogliono fuggire.
Viene quindi da chiedersi su quali basi possano questi essere considerati "Paesi Terzi sicuri" e interlocutori credibili nella gestione di una questione tanto delicata quanto quella della protezione da offrire a persone e famiglie rifugiate in fuga.