"Camminare domandando" verso un buon 2017

30/12/2016 di Redazione
"Camminare domandando" verso un buon 2017

Il 2016 è un anno che verrà sicuramente ricordato. Un anno difficile, un anno di transizione senza dubbio, caratterizzato da molteplici teatri del caos. Gli Stati Uniti di Trump, il Medio Oriente e la Russia di Putin, l'instabilità europea e la decennale crisi economica, la democrazia e la retorica securitaria dei confini e delle barriere. Che il 2017 allora sarà un anno pregno di questioni, dove le trasformazioni in corso prenderanno corpo, è l'unica certezza che abbiamo.
Ridondante è l'intuizione papale di una guerra mondiale combattuta a pezzi, come Papa Francesco definì la situazione odierna nell'agosto 2014: pezzi di un conflitto globale con centri di potere, istituzioni, territori, popoli e valori, un puzzle cronicizzato tutto da rifare.
La lettura che si dà del presente, a dieci anni dallo scoppio della crisi economico finanziaria, è frammentata e di parte, con dossier problematici di cui la Grecia, Brexit e rifugiati sono solo le ultime incarnazioni. Abbiamo letto della cosiddetta crisi dei migranti come la scintilla che ha fatto esplodere in tutto il Continente nuovi populismi e nazionalismi. Terreno scivoloso su cui si inserisce il voto referendario inglese, favorevole all'isolamento, funzionale a percorrere una strada nuova, un labirinto inesplorato che le istituzioni comunitarie non si sono curate di mappare.
Abbiamo imparato poi a guardare a est con sfiducia, a quell'Europa di mezzo inglobata a suon di trattati, nel post sbornia da allargamento a oriente (2004 - 13). Abbiamo osservato allora l'ignominia dei leader, dei capi di Stato che perentoriamente hanno negato una degna accoglienza a migliaia di persone in fuga dalla guerra e che hanno innalzato muri e recinti di filo spinato, tradendo i valori e i principi fondanti del progetto Europa. Un ritorno allo stato-nazione? Xenofobia e razzismo, le parole chiave? Frammenti d'Europa si pensa, ma l'effetto domino appare irrefrenabile. Quanto al terrorismo jihadista, le bombe e i morti hanno provocato psicosi a catena, generando sentimenti di paura e insicurezza. Un male che attraversa tutto il globo, da Nizza, Bruxelles, Parigi e Berlino, a Giacarta, Kabul, Istanbul, Orlando, Dacca, Baghdad e Sanaa. Su questo sfondo si scatena l'inasprimento dei controlli, misure che dovrebbero tutelarci e invece ci tornano indietro come un boomerang, servendoci diritti e libertà sempre più compressi e sotto scacco dalla retorica sulla sicurezza personale e collettiva.
I media mainstream non possono che restituire una realtà schizofrenica e paradossale. Se da un lato l'opinione pubblica è strumentalizzata dalle politiche xenofobe e allarmiste dei governi o aspiranti tali, che preferiscono mantenere lo status quo e cavalcare le paure piuttosto che agire razionalmente affrontando i problemi alla radice, dall'altro è proprio dal basso che emergono azioni concrete e reti di solidarietà.
Dobbiamo allora cogliere la sfida, dobbiamo comprendere che le migrazioni sono un fenomeno strutturale del mondo globalizzato e che la povertà e la guerra sono gli elementi fondanti del nostro sistema: combattere le disuguaglianze e pretendere che un altro mondo sia possibile, "camminare domandando" per i dubbi che si accavallano. Resistere e rilanciare: non possiamo soltanto difendere l'esistente e nasconderci dietro un'idea nostalgica di preservazione e continuità.
Il mondo sta cambiando. Quindi dobbiamo andare oltre la nostra immaginazione e prefigurare un'alternativa che parta dai nostri bisogni e dalle nostre necessità. E' l'epoca dei dubbi e delle discrasie, ma è anche l'epoca delle sperimentazioni, di rotte frastagliate e seghettate, tracciate nelle macerie della modernità. Una moltitudine di persone, oggi, sembra mobilitarsi, in diverse parti del mondo per protestare e rivendicare il rispetto dei propri diritti e per riconoscere, a volte quelli degli altri. Vediamo in Afghanistan, a maggio, la protesta Hazara per l'ottenimento dell'elettricità; l'ottobre polacco con la protesta in nero delle donne per il diritto all'interruzione di gravidanza; in Etiopia, nel febbraio, si consumano le proteste per la terra; negli USA, in North Dakota nelle prime settimane di dicembre, i Sioux prevalgono contro l'opera predatoria di costruzione dell'oleodotto. Senza dimenticare la transnazionale mobilitazione Niunamenos, che dal Sudamerica arriva in Europa contro la violenza di genere, come un'eco interminabile. Forse non si sono ancora raggiunti quella portata e coordinamento che ne farebbero voce unitaria tesa a proporre un'alternativa reale, ma è senza dubbio segno tangibile di cambiamento e forte presa di coscienza.
La resistenza forse proviene da un pubblico fin troppo abituato ad accogliere con indifferenza stragi, storie di disperazione e sofferenza. Le tragedie sono ormai usate solo per impressionare in modo evanescente un mondo ovattato dove ingiustizie e prevaricazioni sono all'ordine del giorno. 5.000 infatti sono le persone che hanno perso la vita nel mar Mediterraneo nel solo 2016.
Bisogna essere consapevoli che nuove prospettive esistono. Basterebbe risvegliare risorse come istruzione, cultura e pensiero critico, per affinare gli strumenti che servono a far valere i diritti di tutti. Così le difficoltà diventano sfida e da ultimo, terreno fertile per il rinnovamento.
Di fronte a questa situazione chi come noi opera nel "sociale" non può che cercare sempre più determinazione e forza di volontà nel proprio agire, continuando a proporre e ad inventare alternative di speranza e solidarietà, informando su quanto questo contesto possa rivelarsi un'occasione per lavorare insieme, per aprirsi e conoscersi anziché barricarsi in vecchie idee e vecchi confini.  
E la nostra capacità di agire deve (ri)partire proprio dai territori, dal contatto diretto.
Roma riassume, è esempio lampante delle contraddizioni che attraversano il Paese. L'emergenza freddo e le migliaia di persone "sfollate" per le vie della Capitale, una città ingovernabile, i vari Marra, i vari Scarpellini e le colate di cemento che affogano e strozzano le periferie. Roma e l'accoglienza, Roma e la crisi, Roma e la solidarietà. Il 2016 è stato un anno difficile, con governi della città impresentabili, incapaci e corrotti, all'insegna dell'immobilismo, nonostante milioni di romani avessero desiderato altro. Noi di Focus - Casa dei diritti sociali cosa possiamo fare?
Agire in modo solidale significa anche sapersi guardare intorno, cogliere quello spazio d'azione in cui è possibile intervenire. Il recente dramma che ha colpito un territorio così vicino alla Capitale si è dimostrato un'occasione per rafforzare i legami sempre più fragili e contraddittori fra campagna e città, fra la dimensione rurale e quella urbana.  Le attività di "socialità solidale"  (come cene, eventi di raccolta fondi ma anche momenti di discussione e organizzazione) che si sono moltiplicate un po' ovunque, tanto a Roma quanto nel territorio d'Amatrice, sono una prova concreta di quanto un'azione consapevole possa avvicinare due universi che stentano a comunicare. La straordinaria diffusione di pratiche come l'acquisto di prodotti tipici dei territori colpiti dal sisma, è un tassello importante nella presa di coscienza di quanto sia importante supportare le attività che animano i nostri territori - quelli devastati dal sisma e quelli che non lo sono - con l'obiettivo di allontanare ancora un po' il fantasma dello spopolamento che sta radicalmente trasformando - e impoverendo - la geografia umana del nostro paese.
Consapevoli di quanto sia importante promuovere attività in entrambi questi universi, abbiamo deciso ormai da tempo di lavorare in collaborazione con le associazioni diffuse sul territorio, senza mai perdere di vista il nostro ruolo nella città di Roma. Qui, da molti anni, la nostra sede di via Giolitti è un luogo di incontro e aiuto, in cui centinaia di persone in difficoltà e in povertà di diritti vengono a cercare appiglio e soluzioni grazie al contatto umano con i volontari. I nostri progetti nelle scuole invece, che, come "Nino torna a scuola", non sembrano rispondere alla logica immediata dell'emergenza umanitaria, costituiscono invece per noi dei tasselli importanti per costruire una società più equa e inclusiva, a partire dalle generazioni di domani.

Per questo ci ritroverete per le strade e nelle periferie, nelle scuole e nei quartieri a costruire le condizioni per lo sviluppo dei diritti sociali insieme, citando l'editoriale dell'anno scorso, a "tutti gli ultimi della nostra Terra".
Auguri di buon anno, auguri per un 2017 all'insegna dei diritti!