Dalla Calabria a Milano niente foto-tessere col velo: l’Asgi denuncia la discriminazione delle giovani musulmane negli uffici pubblici

22/12/2016 di Redazione
Dalla Calabria a Milano niente foto-tessere col velo: l’Asgi denuncia la discriminazione delle giovani musulmane negli uffici pubblici

Diversi uffici pubblici tra cui comuni, questure e motorizzazioni violano la libertà di religione pretendendo il capo scoperto nelle foto tessere, anche quando diverse indicazioni intimano, da più di vent'anni, di distinguere abbigliamento di stampo religioso da quegli indumenti - come il cappello - che devono essere rimossi per garantire la riconoscibilità del soggetto.
Diverse segnalazioni in tutta Italia hanno spinto l'Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi), a scrivere ai ministeri dell'Interno e dei Trasporti chiedendo un intervento immediato sulla questione: . "Vi invitiamo a indirizzare correttamente le vostre amministrazioni - scrive l'Asgi - e a porre in essere atti e provvedimenti idonei a consentire la produzione di foto tessera ritraenti donne col capo coperto da "velo islamico".
L'associazione evidenzia quanto il rispetto di queste indicazioni - già esplicitate chiaramente nel quadro giuridico in vigore - sia un passo fondamentale per tutelare il diritto di libertà di religione e di pensiero sancito dagli articoli 19 e 21 della Costituzione.
La Direzione generale dell'amministrazione civile del Ministero dell'interno il Viminale lo scriveva già più di vent'anni fa (circolare n. 4 del 15.3.1995): "Questo Ministero è dell'avviso che nei casi in cui la copertura del capo in vari modi: velo, turbante o altro, è imposta da motivi religiosi, la stessa non può essere equiparata all'uso del cappello, ricadendo così nel divieto posto dall'articolo 289 del regolamento del t.u.l.p.s". Se infatti il cappello è "un accessorio dell'abbigliamento il cui uso è eventuale" e " per le sue caratteristiche, potrebbe alterare la fisionomia di chi viene ritratto", "il turbante ovvero il velo delle religiose, sono parte degli indumenti abitualmente portati e che concorrono nel loro insieme a identificare chi li porta". Unica condizione, specificava il Viminale, è che "i tratti del viso siano ben visibili".
Nel 2000 il concetto è stato ribadito ancora una volta con la circolare 300 del 24 luglio: "Il chador o anche il velo, come nel caso delle religiose, sono parte integrante degli indumenti abituali e concorrono, nel loro insieme, ad identificare chi li indossa, naturalmente purché mantenga il volto scoperto. Sono quindi ammesse, anche in base alla norma costituzionale che tutela la libertà di culto e di religione, le fotografie da inserire nei documenti di identità in cui la persona è ritratta con il capo coperto da indumenti indossati purché, ad ogni modo, i tratti del viso siano ben visibili".
Eppure, guardando la situazione di oggi e le numerose segnalazioni pervenute, da Reggio Calabria a Milano, queste indicazioni sembrano non essere ancora sufficienti. Nonostante il fatto che nel 2006 per la terza volta il ministero dei Trasporti è tornato sull'argomento, con una circolare diffusa il 20 ottobre 2006, dedicata alle "Fotografie da apporre sulla patente di guida", in cui si dice che "Non sono ammessi copricapo a meno di motivi religiosi. Se per motivi religiosi si ha l'obbligo di portare copricapo, bisogna comunque mostrare chiaramente il viso" e tra gli esempi di foto ammesse allegati alla circolare, c'è anche una donna  con un velo che le copre capelli e collo