Il dramma di Aleppo: attacco finale contro i ribelli. Spari sui civili che cercano di scappare

15/12/2016 di Redazione
Il dramma di Aleppo: attacco finale contro i ribelli. Spari sui civili che cercano di scappare

Migliaia di persone si sono ritrovate in piazza a Sarajevo per manifestare la loro solidarietà con il popolo siriano e in particolare con gli abitanti di Aleppo. Alcune pagine della storia sono più difficili di altre da dimenticare, specie quando un profondo sentimento di ingiustizia impedisce alle ferite di rimarginarsi.  In queste ore ad Aleppo si sta dimostrando ancora una volta quanto può l'uomo, quanto possono gli interessi economici e politici, gli equilibri fra potenze e le rivalse degli esclusi. La città è assediata da più di quattro mesi, da quando le forze governative del dittatore Assad, supportate da Russia, Turchia e dalle milizie sciite di Hezbollah (sostenute dall'Iran), hanno ripreso gran parte della città, isolando i variegatissimi gruppi ribelli nell'ormai tristemente celebre Aleppo Est. Le tregue, i cordoni umanitari, il rispetto delle infrastrutture mediche e civili non sono quasi mai stati rispettati. L'assedio di Aleppo è stata una lenta e sanguinosissima agonia, raccontata in Occidente attraverso le storie acchiappa-click di bambini uccisi da bombe e fucili. La situazione però sta subendo in questi giorni una forte accelerazione dovuta in parte dall'arrivo di Trump alla Casa Bianca, che mai ha nascosto le sue simpatie per il nuovo impero russo di  Vladimir Putin né per la determinazione autoritaria di Bashar Al-Assad, dittatore di una minoranza etnica e religiosa piazzata ai vertici dello Stato e della società dai giochi coloniali francesi. Il 14 novembre Trump e Putin si sono telefonati la prima volta. Il giorno dopo già iniziava l'attacco finale contro i 300mila di Aleppo Est e i quasi 25mila combattenti che si trovavano con loro. I racconti dell'assedio sono da far rabbrividire, non solo per la loro crudezza ma anche per la straordinaria determinazione dei mediattivisti presenti sul campo, narratori intrappolati di rastrellamenti, stupri, esecuzioni sommarie, bombe su ospedali, presidi medici e umanitari, colonne di civili in fuga, abitazioni private, scuole. Come succede per Israele, l'esercito governativo si giustifica denunciando la pioggia di razzi artigianali lanciati dai ribelli, come se potessero veramente qualcosa contro i jet e gli equipaggiamenti militari di una coalizione anti-terrorismo sempre più inquietante. Il macabro fronte Trump - Erdogan - Putin - Rohani in queste ore ha deciso di mettere la parola fine all'assedio, sferrando l'attacco finale. Ma se fino a qualche tempo fa gli aerei lanciavano volantini intimando di scegliere fra la resa e la morte, sembra che adesso la strategia sia cambiata. Il 13 dicembre sono stati denunciati almeno 82 casi di esecuzioni sommarie di civili, compresi donne e bambini, nelle loro case o agli angoli delle strade. Il 14 dicembre invece, nonostante l'accordo per un cessate il fuoco negoziato fra servizi segreti russi e militari turchi, le milizie sostenute dall'Iran hanno impedito ai civili di lasciare gli ultimi quartieri assediati. L'accordo prevede la sospensione dei combattimenti e il trasferimento fuori città di migliaia di persone con i pullman. Ma nessuno è riuscito a partire, l'accordo è stato sospeso e i raid aerei sono subito ricominciati. Nella notte fra il 14 e il 15 dicembre un nuovo accordo è stato raggiunto e in mattinata è cominciata l'evacuazione di alcuni feriti e  malati,  mentre il resto della popolazione attende i pullman per poter scappare. La tv siriana ha mostrato le prime immagini di un'evacuazione che sembra già di nuovo incerta, visto che le milizie avrebbero iniziato a sparare sui convogli uccidendo almeno una persona. Alcuni mediattivisti bloccati in città lasciano trapelare la loro disperazione. "Questo probabilmente è il nostro ultimo messaggio. Grazie a chi ci è stato vicino, pregate per noi. Siamo in attesa della morte o della cattura, sperando nella prima tra queste ipotesi. In ogni caso, abbiamo ancora la nostra dignità". Mentre altri sperano ancora, chiedono aiuto, di scendere in strada, di manifestare davanti alle ambasciate e i ministeri:  "Sono tutti silenti, non lasciateli dormire! Per l'amor di Dio, protestate, fatelo ora perché domani sarà troppo tardi". "Non possiamo credere che i Paesi più potenti del mondo non riescano ad organizzarsi per salvare 100mila anime intrappolate in 4 chilometri quadrati", scrivono in un appello i White Helmets, quegli "elmetti bianchi" che da anni mettono a rischio la propria vita per tirare fuori dalle macerie chi è colpito dai bombardamenti. Nel nostro piccolo non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà al popolo siriano e tutta la nostra rabbia di fronte a uno scenario intollerabile, che ha visto prevalere i giochi geopolitici e neoimperialisti sul rispetto della volontà di un popolo che ha visto la propria rivoluzione trasformarsi in una guerra ignobile e sanguinosa che incoronerà sfacciatamente lo stesso nemico contro cui tutto è cominciato.