L'appuntamento referendario del 4 dicembre

01/12/2016 di Redazione
L'appuntamento referendario del 4 dicembre

Domenica 4 dicembre siamo chiamati a votare per il Referendum costituzionale. Sceglieremo se dire Sì o No alla Legge Costituzionale Renzi-Boschi, intitolata "Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione". La legge è stata approvata il 20 gennaio 2016 al Senato e il 12 aprile 2016 alla Camera e in questo 2016 così denso di complesse situazioni nazionali ed internazionali ha dominato per un anno la vita politica italiana. Dal 5 dicembre il risultato referendario continuerà a pesare in Italia e in UE e occorrerà tanta rinnovata capacità della società civile per poter porre in evidenza le questioni che pesano sulla vita dei cittadini. Il voto referendario si pronuncia sulla più elaborata ed ambiziosa riforma costituzionale mai proposta in Italia e propone la modifica di 47 articoli su 139 della Costituzione. Più semplicemente si tratta del cambiamento sostanziale del rapporto Stato-Regioni e del rapporto Stato-Cittadini. Cosa prevede in buona sostanza questa riforma? Innanzitutto si vuole superare il bicameralismo paritario, ridimensionando un Senato che oltre a non essere più elettivo sarà di 100 componenti, scelti dai partiti tra i sindaci (21) e i consiglieri regionali (74), mentre il Presidente della Repubblica ne nominerà 5. Una legge elettorale per il Senato, che sarà adottata dopo l'entrata in vigore della riforma, dovrà essere approvata sia dalla Camera sia dal Senato e spiegherà in dettaglio come si sceglieranno i senatori.  Oggi il Senato costa 500 milioni all'anno, ovvero lo 0,064% del Bilancio dello Stato, i nuovi senatori non avranno stipendio (risparmio di circa 50 milioni all'anno). Viene abolito il CNEL, con un risparmio di 8 milioni all'anno. Il Cnel attualmente è composto da 64 consiglieri ed è un organo ausiliario previsto dalla Costituzione che ha una funzione consultiva per quanto riguarda le leggi sull'economia e il lavoro. La Costituzione conferisce al Cnel anche l'iniziativa legislativa, il consiglio cioè può proporre alle camere delle leggi in materia economica. La riforma Boschi ne prevede la soppressione. Il totale dei tagli ai costi delle istituzioni sarebbe dunque di 58 milioni, ovvero lo 0,007% del Bilancio dello Stato. Per quanto riguarda i poteri dei cittadini, si complicherebbero non di poco le probabilità di riuscire a presentare una legge di iniziativa popolare, il numero di firme aumenta del 200% (da 50 mila a 150 mila firme). Viene in compenso introdotto il referendum propositivo (ad oggi esiste solo quello abrogativo). Per richiedere il referendum il numero di firme rimane uguale (500mila), ma ora se si arriverà a 800mila firme, il quorum verrà abbassato, basterà che vada a votare il 50% più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche e non il 50% più uno degli aventi diritto. Ciò rappresenta una compressione degli spazi di democrazia partecipativa, la cui cartina tornasole è rappresentata dall'affluenza alle urne. In relazione ai poteri delle Regioni, la riforma prevede l'eliminazione di tutte le competenze concorrenti tra Regioni e Stato (tranne nelle 5 Regioni a statuto speciale), oggetto peraltro di innumerevoli controversie, vengono modificate le competenze esclusive dello Stato e delle Regioni, ciò vuol dire che lo Stato avrà competenza esclusiva su Energia, Trasporto, Politiche Sociali, Turismo, Ambiente, Ordini Professionali e altri. Lo Stato potrà scavalcare le Regioni, appropriandosi delle sue competenze esclusive, facendo appello alla "clausola di supremazia" statale, bypassando il "principio di leale collaborazione" con le Regioni. La revisione del Titolo V mira a far saltare dunque, anche quei pochi margini di azione politica che i comitati e le associazioni riescono a costruire a livello locale. L'iter legislativo secondo le disposizioni vigenti, è contrassegnato dalla cosiddetta navetta, una legge per passare deve essere approvata sia dalla Camera che dal Senato e se una delle due la modifica, la legge va avanti e indietro finché non si giunge ad un accordo. Con la riforma, il procedimento rimane uguale per: leggi costituzionali, leggi elettorali nazionali e regionali, trattati e norme UE, ordinamento di Roma, Province e Città Metropolitane, funzionamento di Comuni e Regioni, poteri dello Stato nei confronti dei territori. Tutte le altre leggi potranno essere approvate in sei modi diversi e saranno votate solo dalla Camera, ma potrà votare anche il Senato, se lo richiede. In questo caso, se il Senato modifica il testo, la legge torna di nuovo alla Camera, in questo caso la Camera ha 6 mesi di tempo per votare se accettare o respingere le modifiche. Tale previsione mira a semplificare il procedimento legislativo e velocizzare la produzione normativa esprimendo tuttavia, un fortissimo allarme per la deriva autoritaria introdotta dalla legge costituzionale in questione, la quale stravolge l' impianto istituzionale democratico voluto dai costituenti. La stabilità del governo non può produrre una alterazione così profonda del principio di rappresentanza democratica sul quale si fonda l' intera architettura dell' ordinamento costituzionale vigente. La posizione del "no" ribadisce che essendo concessa solo alla Camera dei Deputati la possibilità di votare la fiducia, si elimina il controllo del Senato sul Governo senza inserire altri contrappesi democratici al potere esecutivo. Inoltre, poiché le leggi proposte dal governo avranno una corsia preferenziale per essere esaminate più rapidamente, c'è il rischio che aumenti eccessivamente il potere del Presidente del Consiglio. La posizione del "sì" portata avanti con veemenza dal governo riguarda la stabilità governativa, data dal fatto che non si dovrà più chiedere il voto di fiducia a entrambe le camere, l'approvazione delle leggi sarà più rapida. Infine, qual è il rapporto di questa riforma con la legge elettorale Italicum? Il referendum non riguarda la legge elettorale Italicum, che è in vigore dal 1 luglio 2016. Ma l'Italicum è stato pensato in previsione della riforma costituzionale, per questo regola solo l'elezione dei deputati. Molti sostengono che l'Italicum e la riforma costituzionale messi insieme attribuiscono poteri molto forti al governo e al presidente del consiglio. E la riforma rafforza la legge elettorale, perché attribuisce solo alla camera dei deputati la possibilità di accordare la fiducia al governo. È in corso un dibattito sull'opportunità di modificare l'Italicum, che attribuisce un ampio premio di maggioranza (340 seggi su 630) alla lista che ottiene almeno il 40 per cento dei voti al primo turno o vince al secondo turno. Il clima di turbolenta contrapposizione che accompagna la campagna referendaria ormai da mesi, volge al termine, ma è veramente così che dovrebbe avvenire una modifica tanto importante della Costituzione? Non rievoca neanche lontanamente la solidarietà nazionale, i compromessi istituzionali e gli ideali da cui la Costituzione del '48 fioriva. La propaganda dei tempi moderni che vede cambiati paradigmi, termini, metodi e filtri materializzano una persuasione eccessiva, c'è chi afferma che sta avvicinando coloro che dalla politica avevano preso le distanze, c'è chi invece matura spontaneamente maggiore consapevolezza in merito e ne trae altre conclusioni. Di sicurezze non se ne parla e la confusione sembra prevalere. Se dovesse vincere il Sì, il 5 dicembre ci sveglieremmo in una diversa situazione istituzionale. In caso di vittoria del No, avremo solo una riproposizione della tradizione politica italiana? Le Organizzazioni dei cittadini hanno comunque un passaggio in cui riproporre ed innovare il loro storico contributo alla vita democratica del nostro paese.