“Quotidianità” di Bourj el Barajneh - nuovi aggiornamenti dai volontari di Education Without Borders

09/02/2017 di Redazione
“Quotidianità” di Bourj el Barajneh - nuovi aggiornamenti dai volontari di Education Without Borders

Il corridoio è stretto, le pareti sono in ombra, la poca luce presente arriva indiretta dalle piccole finestre. Saliamo in fila. Prima di entrare ci fermiamo sulla scalinata mentre le insegnanti avvisano la famiglia che stiamo per visitare per dare il tempo alle donne di mettersi il velo e a noi di toglierci le scarpe.

Veniamo accolti calorosamente. Il padre ha il viso incavato, scarno, con qualche capello bianco, la carnagione olivastra, la voce flebile e i movimenti lenti.

Tra le donne della casa, sedute con la schiena contro la parete c'è una bambina con le lentiggini. Indossa un cerchietto alla testa con le orecchie da Minnie, sono nere e grandi. Al suo fianco dorme un ragazzo completamente nascosto da una coperta di fustagno. Sono otto i bambini seduti qui ad ascoltarci.

La sala è grande, ricoperta di tappeti dove sedersi e prendersi del tempo per conoscersi e parlare.

Sono fuggiti tre anni fa dal loro villaggio di origine nel sud della Siria. Una zona controllata dal Free Syrian Army. L'uomo con cui parliamo è rimasto li finché ha potuto. Della sua casa oggi non ne sa più nulla.

Due figli dei suoi figli si guadagnano da vivere lavorando a Bourj el Barajneh. Al contrario della Siria, dove anche lui lavorava, qua non può più farlo perché é malato: il diabete lo sta gradualmente rendendo cieco.

Mentre una bambina ci porta dell'acqua e del succo di arancia penso alla generosità dimostrataci da queste persone che per potere comprare il cibo sono quasi esclusivamente dipendenti dalla carta distribuita dal World Food Programme. Un carta che per essere ottenuta richiede una registrazione come rifugiato alle Nazioni Unite e che non tutti fanno, chi per vergogna, chi per paura di ritorsioni.

Uno dei figli é in Svezia. Ha 19 anni ed é passato per la Turchia attraversando il mediterraneo per poi raggiungere la scandinavia. Il padre non sa in quale città viva.

"Loro" - indicando le bambine -, "frequentano entrambe la prima elementare". Una ha otto e l'altra dieci anni. Solo oggi il governo gli ha concesso la possibilità di andare a scuola, dopo tre anni.

Parlando dei loro parenti, scopriamo che vivono lungo il confine tra la Siria ed il Libano in un villaggio sulle montagne dove passa la Damascus street. Una strada lunga quasi 120 km che collega le due capitali levantine le cui frontiere sono chiuse e controllate.

L'uomo di fronte a noi, Abu Maysa, indossa una maglia a maniche lunghe di cotone blu ed era un elettricista.

foto e testo di Riccardo Spalacci, Beirut 06/02/2017

Il blog completo al link: https://educationwithoutborders2016.wordpress.com/2017/02/06/quotidianita-di-bourj-el-barajneh/