Confini scoscesi di Caterina Finetti - Education without borders

02/02/2017 di Redazione
Confini scoscesi di Caterina Finetti - Education without borders

Una giornata nella valle della Beqaa, lungo il confine tra Libano e Siria, per parlare di pace.
La mia destinazione, oggi, è importante: sono diretta a Kfar Zabad, un piccolo villaggio situato nella valle della Beqaa.
Quest'ampia vallata, delimitata sia ad est che ad ovest da alte montagne, corre lungo il confine tra Libano e Siria ed è situata una settantina di chilometri ad est di Beirut.
Kfar Zabad è stato selezionato, assieme ad altri quattro villaggi dello stesso distretto, per beneficiare di un progetto ideato e promosso dal Permanent Peace Movement, l'associazione presso la quale sto collaborando tramite il Servizio Civile.
Il filo conduttore delle attività è la risoluzione dei conflitti, o meglio: la volontà di fornire, tramite workshops, eventi pubblici e tavole rotonde, una serie di strumenti pratici per la risoluzione pacifica dei conflitti, che possono riguardare sia il nucleo famigliare sia il contesto ben più ampio delle diverse comunità che da secoli convivono in un territorio di dimensioni così modeste come il Libano.
Il viaggio incomincia lasciandosi lentamente alle spalle il traffico e la confusione di Beirut.
Fadi, il presidente del PPM che mi sta accompagnando, fischietta tranquillo alla guida, interrompendosi di tanto in tanto per soddisfare la mia curiosità e raccontarmi qualche cosa di più sulla regione che stiamo per visitare, caratterizzata soprattutto dall'eterogeneità dei suoi abitanti. Musulmani e cristiani di varie confessioni (diciotto quelle attualmente riconosciute qui in Libano) sono, infatti, radicati da tempo su questo territorio.
Le ferite ancora visibili della guerra civile libanese - e a partire dal 2011 il progressivo aggravarsi della crisi siriana - hanno reso più difficoltosi gli equilibri, riacutizzando le tensioni sociali, soprattutto nella Beqaa.
Allontanandoci sempre di più dalla città, come per incanto, lo scenario cambia radicalmente.
L'aria inizia a farsi più fresca e rarefatta e ci troviamo circondati da alte montagne di pietra levigata, marrone chiaro. Il cielo è particolarmente terso e i raggi del sole vanno ad illuminare le cime, facendole quasi sembrare d'oro.
La Siria è proprio qui, appena dietro questa corona di montagne ed è una consapevolezza che mi riempie di emozione. Anche le case, quasi in omaggio al colore del paesaggio circostante, riprendono tutti i toni dell'ocra: molte sono rimaste vuote - continua a raccontare Fadi - perché a partire dagli anni ottanta tante persone le hanno abbandonate senza farvi poi ritorno.
Le principali fonti di sostentamento per gli abitanti della zona sembrano essere l'agricoltura e la pastorizia: superiamo infatti diversi campi arati e molte greggi di ovini, con numerosi bambini e ragazzi impegnati a sorvegliarle.
Quello del lavoro minorile è un fenomeno in crescita, diretta conseguenza della crisi siriana. Le opportunità di reddito, tanto in Siria come nei Paesi limitrofi, si sono infatti drasticamente ridotte, costringendo bambini di età sempre inferiore a dover contribuire in prima persona all'economia della propria famiglia, rinunciando troppo spesso a diritti basilari, primo tra tutti quello all'istruzione.
Guardando dai finestrini, noto agglomerati di tende più o meno ampi e gruppi di case fatiscenti e anguste: è qui che vivono moltissimi dei siriani attualmente presenti nel Paese.
Siria e Libano hanno avuto per secoli strettissimi rapporti economici e culturali, dovuti in primis alla prossimità geografica. Con lo scoppio della guerra in Siria nel 2011, tuttavia, il numero di siriani costretti a fuggire in Libano è significativamente aumentato. Le attuali stime dell'UNHCR registrano infatti circa un milione di rifugiati siriani in Libano. Il governo locale non riconosce loro lo status di rifugiati; inoltre, memore della pregressa esperienza palestinese, ha deciso di non istituire campi profughi. Gran parte dei siriani ha quindi dovuto provvedere autonomamente a trovare soluzioni abitative.  La maggior parte dei terreni edificabili è in mano ai privati e l'affitto anche solo di una casa modesta è molto costoso. Ecco perché nella maggior parte dei casi, l'unica opzione sono alloggi di fortuna o semplici tende come quelle che abbiamo adesso davanti.
Finalmente arriviamo a destinazione: è il palazzo della municipalità di Kfar Zabad. L'interno è luminoso e accogliente, nella sala dove ci accomodiamo ci sono molti libri, manifesti che pubblicizzano le attività dell'associazione e al centro della stanza campeggiano una serie di tavoli disposti a ferro di cavallo : tutto è pronto per l'inizio del workshop.
I partecipanti sono una quindicina tra uomini e donne e hanno tutti provenienze e vissuti diversi: ci sono siriani e libanesi, cristiani e musulmani sunniti e sciiti.
Incomincia l'incontro ed io rimango piacevolmente colpita dalle modalità utilizzate: ciascuno viene invitato ad esporre un problema che si è ritrovato a dover fronteggiare, per poi spiegare come ha cercato di risolverlo. Vengono ascoltate situazioni di tutti i tipi - da piccole incomprensioni tra coniugi a faide famigliari ancora irrisolte - e anche se non mancano occasionali momenti di palese tensione tra i partecipanti tutti si impegnano ad ascoltare e a dare consigli per trovare soluzioni propositive e pacifiche. Le occasioni di conflitto vengono presentate in una doppia chiave di lettura: certamente sono una fonte di stress, ma rappresentano anche un'occasione per migliorare le capacità di autocritica, di ascolto dell'altro e di analisi dei propri bisogni.
"Il Permanent Peace Movement", sottolinea Fadi "Crede molto in questo tipo di approccio: fornendo alle persone strumenti pratici per la risoluzione non violenta dei conflitti, si può arrivare fino alla riconciliazione tra intere comunità".
Osservando le persone durante i vari interventi, mi concentro sul più anziano. E' un vecchio signore siriano che indossa una lunga tunica bianca e un copricapo tradizionale rosso a quadretti. Sta seduto composto, non parla molto e i suoi occhi sono saggi ma pieni di ombre.
Poco dopo, lo ritrovo seduto su uno dei gradini davanti al palazzo, alla fine della discussione. E' buio. D'un tratto si alza e comincia a mormorare qualcosa. Dopo un momento, riconosco le parole: è la shahada, la professione di fede musulmana. E' indescrivibile il senso di dignità emanato da lui mentre si inginocchia a pregare rivolto verso le montagne, quelle stesse montagne che lo separano dal suo Paese.Io lo guardo e penso alla Siria, una terra da secoli ricca di storia e di cultura, celebrata da molti scrittori arabi per la sua eleganza architettonica e per l'estrema raffinatezza intellettuale.
Un Paese che dal 2011 è devastato da una guerra civile ancora in corso, che ha costretto moltissimi siriani alla fuga e all'esilio.
Eppure, quest'uomo che ho di fronte ha il coraggio di sedersi attorno a un tavolo per parlare di pace, di riconciliazione, di prospettive, di futuro.
Sarà per questo che la prima parola che mi viene in mente, mentre lo osservo è… speranza.

Testo e foto di Caterina Finetti, Beirut, 12/12/2016