La Corte di giustizia dell’Ue ha espresso il suo parere sui simboli religiosi nei luoghi di lavoro

16/03/2017 di Redazione
La Corte di giustizia dell’Ue ha espresso il suo parere sui simboli religiosi nei luoghi di lavoro

"Il divieto di indossare un velo islamico, se deriva da una norma interna di un'impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali".
Secondo la Corte di giustizia dell'Unione europea non costituisce una forma di discriminazione diretta il divieto di un'azienda ai suoi impiegati di mostrare simboli religiosi, politici o filosofici sul posto di lavoro. Il caso per cui la Corte si è espressa riguarda una donna musulmana licenziata perché indossava il velo in ufficio. Era il 12 giugno 2006 quando G4S Secure Solutions NV, un'azienda belga, aveva licenziato Samira Achbita.
Receptionist dal febbraio 2003, la donna aveva informato l'azienda della sua intenzione di portare il velo durante l'orario di lavoro. Dopo il licenziamento, la contestazione dinanzi ai giudici del Belgio e il parere della Corte europea.
Un caso analogo risale al 22 giugno 2009, stavolta in Francia. L'impresa Micropole SA, ha licenziato Asma Bougnaoui, progettista per l'azienda, perché voleva continuare a indossare il velo.
"La sentenza deludente della Corte di giustizia europea offre maggiore libertà d'azione ai datori di lavoro per discriminare le donne - e gli uomini - sulla base del credo religioso" ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l'Europa e l'Asia centrale di Amnesty International. "In un'epoca in cui l'identità e l'aspetto sono diventati un terreno di scontro politico, le persone hanno bisogno di maggiore protezione contro il pregiudizio, non minore".
Quello della Corte però è un parere che non vincola le decisioni finali che spettano ai giudici belgi. "La Corte ha affermato che i datori di lavoro non sono liberi di assecondare i pregiudizi dei loro clienti, ma stabilendo che le politiche aziendali possono impedire i simboli religiosi per motivi di neutralità, hanno trovato un espediente proprio per questi pregiudizi. È ora che i governi nazionali si facciano avanti e proteggano i diritti dei loro cittadini" continua Amnesty International.