Ricette, Skype e lezioni di italiano. I sei mesi del manager con il rifugiato

15/06/2017 di Redazione
Ricette, Skype e lezioni di italiano. I sei mesi del manager con il rifugiato

«Gli amici sono scettici, io lo rifarei» Qualche settimana fa al cinema Ariosto, mentre Cosimo Finzi - 39 anni, amministratore delegato di AstraRicerche teneva una conferenza davanti a trecento ragazzi delle scuole, in platea ad applaudirlo c'era «un amico orgoglioso». Così si definisce Muhammad Sheraz Afridi, trentenne, papà di due bambine lasciate in Pakistan. È stato costretto a scappare, perseguitato e minacciato di morte dai talebani.

Dopo 52 giorni nascosto dentro carri merci, dimagrito di quasi dieci chili, Sheraz è arrivato in Italia e ha ottenuto la protezione internazionale. Inizialmente accolto nei centri, a gennaio è stato selezionato per il progetto Sprar «Un rifugiato in famiglia» gestito dal Comune e Farsi Prossimo, che finora sono riusciti a coinvolgere nove famiglie. Da allora Sheraz è ospite in zona piazza Napoli, nell'appartamento di Cosimo. Parlano fitto tra loro, tra italiano e inglese, ridono spesso. Ci sono - da ambo le parti - curiosità, stima, riconoscenza.

Questa è la storia dell'amicizia tra due uomini nata dentro le mura di una casa. «Mangio halal da sei mesi», scherza il manager. «Non ci fosse il Ramadan mi piegherei al tuo risotto, anche le mie figlie lo chiedono via Skype», nicchia l'altro. Studiano insieme italiano la sera, si raccontano aneddoti e culture. La gatta di Cosimo si accoccola sulle gambe di Sheraz. Lo scambio è reciproco, loro la chiamano «convivenza alla pari». Per il rifugiato pachistano, però, la questione è costruirsi un futuro. Segue un corso alla Statale, ha lavorato per tre mesi come benzinaio, passa la giornata a distribuire curricula. In Pakistan aveva un ristorante: «I talebani facevano continue irruzioni, svuotavano le dispense. L'esercito del Paese a un certo punto ha pensato che io fossi in collusione con loro, da entrambe le parti mi volevano morto - racconta, ancora con il terrore negli occhi -. Ho cambiato rocambolescamente indirizzo tre volte con bambini, moglie e nonni al seguito». Alla fine la sua fuga all'estero, inevitabile, per preservare l'incolumità della famiglia. Il viaggio tra stenti e pericoli e l'arrivo a Trieste, poi a Milano.

In un week end libero dal lavoro, Cosimo ha portato Sheraz anche a Venezia: «Una meraviglia», lo ringrazia l'altro. Certo, le difficoltà ci sono. Non tutti gli amici del manager capiscono. «"Se vuoi aiutare, perché non lo fai con un italiano?", è la frase che mi sono sentito ripetere più spesso, pur in una cerchia di persone di mentalità molto aperta», spiega lui, tracciando un bilancio ora che i sei mesi di ospitalità previsti dal progetto stanno per scadere. Eppure, si sente più ricco di prima, e lo rifarebbe.

«Le équipe di esperti associano sulla base di affinità i candidati ospitanti e i possibili ospiti, selezionati con maglie strettissime», spiega Annamaria Losi di Farsi Prossimo. Ad oggi ci sarebbero una dozzina di rifugiati già ritenuti idonei ad essere accolti. Aspettano la loro opportunità. E il progetto va avanti. «Altre cinque famiglie, dopo le nove della sperimentazione, partiranno tra luglio e settembre - annuncia l'assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino -. A regime vorremmo arrivare a cinquanta ed estendere il progetto anche ad altre persone fragili, non solo straniere». È la migliore chance che si possa offrire: «La prova di un'integrazione a tutto tondo nella nostra città».