Il Governo vara il “Piano Nazionale d’Integrazione” per stranieri titolari di protezione internazionale

05/10/2017 di Redazione
Il Governo vara il “Piano Nazionale d’Integrazione” per stranieri titolari di protezione internazionale

E' di pochi giorni fa il varo da parte del Governo del "Piano Nazionale d'Integrazione", rivolto agli stranieri titolari, sul territorio italiano, della protezione internazionale: allo stato attuale  individuati in 27.039 con lo status di rifugiato e 47.814 beneficiari di protezione sussidiaria. Figure che il Diritto Internazionale ha definito con Direttive UE e comunque contemplate nella nostra Costituzione.
Nonostante il recepimento delle citate Direttive nella legislazione italiana, il nostro paese resta tra i meno ricettivi; è al 16° posto in Europa per numero di rifugiati ogni 1000 abitanti, né brilla per processi di accoglienza e integrazione.
Il Piano varato dal Governo il 26 settembre scorso, si ripromette di promuovere la convivenza con i cittadini italiani, concorrendo "al raggiungimento dell'autonomia personale dei destinatari", in un processo di inserimento basato sul "bilanciamento dei diritti e doveri dei beneficiari", e in un quadro di "ottimizzazione  delle risorse economiche". Capitoli della programmazione sono il dialogo interreligioso, la formazione linguistica e l'accesso all'istruzione, la valorizzazione delle capacità, La fruizione dell'assistenza sanitaria, soluzioni per l'alloggio e la residenza, l'orientamento ai servizi, il contrasto alle discriminazioni, la partecipazione e la cittadinanza attiva.

Le singole voci sono supportate da intenti e obiettivi che richiedono il concorso di enti e istituzioni, sebbene genericamente individuati, e per la realizzazione fanno sostanziale affidamento ai fondi europei come il FAMI (Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione), il FSE (Fondo Sociale Europeo), il FESR (Fondo per lo Sviluppo Regionale): il che comunque non prefigura soluzioni strutturalmente stabili.
Nei percorsi di inclusione spiccano alcune novità. La formazione linguistica è reputata fondamentale per l'interazione sociale e si prevede l'obbligatorietà della partecipazione ai corsi di lingua svolti nei Centri (anche di prima accoglienza), nonché incentivi alla frequenza ai corsi offerti sul territorio dai Centri di formazione per adulti (CPIA) o dalle organizzazioni del terzo settore.  Si cita anche la specializzazione degli insegnanti, e l'adozione di test d'ingresso per modulare "livelli e metodiche di insegnamento". Importante anche il richiamo all'esigenza di iniziative specifiche per analfabeti (che pochi soggetti attuano e comunque non i CPIA).   
Spunti interessanti, ma va detto che  soluzioni e strumenti applicativi non sono citati.

Una sottolineatura è dedicata all'accesso all'istruzione, con il contrasto alla dispersione e la creazione di un'offerta formativa in grado di rispondere all'assolvimento dell'obbligo scolastico.
Con maggior forza si evidenzia l'esigenza di promuovere il riconoscimento di titoli e qualifiche, per "favorire l'incontro con i bisogni del mercato del lavoro"; al riguardo il documento ammette la complessità della procedura attuale, che è anche di fatto inaccessibile per chi ha lasciato il proprio paese perché perseguitato individualmente o collettivamente.  Ci si propone pertanto di garantire il riconoscimento di studi e competenze pregresse, "standardizzando metodi di valutazione alternativi in caso di irreperibilità dei documenti ufficiali". E' un tema indubbiamente di  interesse, che se affrontato correttamente può finalmente risolvere un problema di incoerenza burocratica notevole.
Altri elementi di interesse riguardano la sanità, l'emergenza abitativa, il contrasto allo sfruttamento, la tutela delle vittime di tratta e delle persone più vulnerabili.

Dunque sul piano programmatico e concettuale, il Piano è un passo in avanti, in progressivo allineamento con la media dei paesi europei in tema di titolari di protezione internazionale, ma è tutta da verificare la concretezza degli interventi e la coerenza e l'efficacia delle azioni. Resta in ogni caso l'insufficienza di sistema su tutta l'articolazione del fenomeno immigratorio, ben oltre la specificità dei titolari di protezione internazionale.