NO AL RAZZISMO, anche quello on-line!

27/10/2017 di Redazione
NO AL RAZZISMO, anche quello on-line!

Capita tutti i giorni di incappare in qualche manifesto made in Casapound, Forzanuova ecc. inneggianti slogan del ventennio, neologismi improbabili oppure associazioni di idee a dir poco singolari ("il fascino fascista?!"), naturalmente sempre nel solco del razzismo e della xenofobia che li contraddistingue.

Il fenomeno si ripete in maniera assai più massiccia e inquietante sul web, attraverso i vari mezzi di condivisione e informazione offerti dalla rete. Paola Andrisani ha analizzato il fenomeno per Lunaria in un apposito capitolo del Quarto libro bianco sul razzismo in Italia, amplia e interessante pubblicazione sui vari aspetti del razzismo nel nostro paese.

"I discorsi che normalmente dovrebbero essere delegittimati - spiega Andrisani - proprio in quanto razzisti, sono banalizzati e tendono a trasformarsi in senso comune". Molta gente clicca "mi piace" - facendo riferimento alla forma di apprezzamento di uno dei social più apprezzati del web  - a una nuova ricetta di cucina con la stessa leggerezza e rapidità con cui comunica il proprio apprezzamento verso una battuta, un'immagine o un post evidentemente di contenuto razzista o xenofobo. Tutto scorre nello stesso stream  ("ruscello, corso d'acqua" in inglese) indistintamente, senza opporre una maggiore o minore resistenza all'inesorabile defluire delle condivisioni, che non tiene conto della qualità di quel che 'si dice' ma di quanto, come e a chi lo 'si dice'. Il tutto sfocia in un immenso, sconfortante bacino di raccolta: il senso comune.

Com'è possibile arginare questo fenomeno? La libertà di espressione è un alibi così preponderante? È impossibile coniugarlo con il diritto di non discriminazione?

In teoria i gestori dei social - è qui che il fenomeno sta dilagando - sono tenuti a svolgere un'attività di monitoraggio e, nel caso, rimozione dei post giudicati violenti. "Nel maggio 2016 - ricorda Andrisani - la Commissione Europea concorda un codice di condotta on Facebook, Twitter, YouTube e Microsoft con l'obiettivo di rendere più efficace il contrasto dei discorsi d'odio on-line." Nella realtà però i tempi di verifica elle segnalazioni sono troppo lunghi e i contenuti hanno tutto il tempo di assolvere il loro compito comunicativo prima di essere rimossi.

Alla base c'è probabilmente una mancanza di volontà perché, come fa notare la ricercatrice: "I gestori dei grandi canali social hanno elaborato algoritmi sofisticati per profilare l'identità, le preferenze, i gusti degli utenti (nel loro ruolo di consumatori), selezionando (e controllando) la tipologia di messaggi visibili sulle home dei profili personali; non sembrano - prosegue - invece interessati né disponibili a compiere un analogo investimento utile a contrastare in modo efficace la diffusione della violenza on-line."

Nel marzo 2015 il Consiglio dei Ministri ha approvato, sotto proposta dell'allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, un disegno Disegno di Legge finalizzato a recepire e ratificare il Protocollo sulla criminalità informatica adottato a Strasburgo nel lontano primo gennaio 2013. Questo protocollo prevede sanzioni penai per atti di natura razzista e xenofoba attraverso sistemi informatici. Firmato dall'Italia nel novembre 2014, non è ancora stato ratificato. Per quanto riguarda il disegno di legge promosso da Gentiloni, dopo essere stato approvato da Palazzo Chigi e dalla Camera è ora fermo al Senato ancora in attesa di essere preso di esame.

Recentemente Amnesty International Italia ha lanciato una nuova campagna proprio contro l' "hate speech" ("messaggi d'odio") sul web.