Pubblicato dall’UNHCR il rapporto “Questa è la nostra casa: minoranze apolidi e la loro ricerca di una nazionalità”

10/11/2017 di Redazione
Pubblicato dall’UNHCR il rapporto “Questa è la nostra casa: minoranze apolidi e la loro ricerca di una nazionalità”

 

Il tema dello Ius soli e la grande e disperata migrazione dei Rohingya - la più numerosa comunità apolide sl mondo - rimettono al centro la questione, di portata internazionale, dell'apolidia. Alla base del discorso c'è lo strano cortocircuito che viene a realizzarsi ogni qual volta il diritto nazionale in materia di nazionalità entra in palese contraddizione con quello internazionale, i diritti essenziali dell'uomo. Come scrisse Hannah Harendt - filosofa, storica e scrittrice tedesca naturalizzata statunitense - le persone soggette allo status di apolide sono private "del diritto di avere diritti" e l'apolidia stessa costituisce prova evidente dell'astrattismo e l'apoliticità dei diritti umani, spesso confusi con quelli del cittadino.

Un apolide non è un cittadino, in quanto non riconosciuto parte della comunità che lo accoglie, ma non è anche straniero, non avendo - almeno formalmente - nessuna comunità di origine riconosciuta. Lo status di apolide sottopone l'individuo ad un elevato grado di vulnerabilità rilegandolo al margine più remoto della società.

"Discrimination. Exclusion. Persecution" - discriminazione, esclusione e persecuzione- sono i tre elementi chiave del fenomeno discriminatorio attualmente in atto nei confronti delle minoranze apolidi nel mondo.

"Più del 75 % - si legge nel rapporto - delle popolazioni apolidi mondiali conosciute appartiene a gruppi di minoranza. Queste popolazioni includono discendenti di migranti, molti dei quali arrivati o trasferiti in un territorio prima che questo ottenesse l'indipendenza; popolazioni nomadi legate a due o più paesi; gruppi sottoposti a continue discriminazioni sebbene abbiano vissuto per generazioni nel luogo che riconoscono come la propria casa."

Nella maggioranza dei casi il discorso discriminatorio verte sui temi dell'etnia, della razza, della religione e della lingua. Spesso è proprio il sistema giuridico nazionale vigente a indurre a simili reazioni. In almeno 20 paesi, riporta l'UNHCR, "la nazionalità può essere rifiutata o revocata in maniera discriminatoria" e - prosegue - "la discriminazione si basa su politiche e pratiche sia formali che informali che colpiscono sproporzionatamente determinati gruppi".

Questi fenomeni di discriminazione possono avere effetti destabilizzanti per la società, mettendo a serio rischio la convivenza tra le varie parti componenti la popolazione di una data comunità. "Lo stato di non-nazionalità - spiegano nel rapporto - può esasperare un fenomeno di esclusione già in atto nei confronti di una minoranza, limitando ulteriormente l'accesso di detta minoranza al sistema educativo, sanitario, lavorativo, la sua libertà di movimento, di sviluppo e il suo diritto di voto. Disinteressarsi della protratta esclusione - si avverte nel rapporto - delle minoranze apolidi può generare risentimento, paura e - nei casi più estremi - condurre a persecuzioni, spostamenti di massa, instabilità e insicurezza."Nei mesi di maggio e giugno scorsi l'UNHCR ha raccolto una serie di testimonianze - 120 per l'esattezza - di persone che "appartengono ad una comunità apolide, che ne facevano parte in passato o appartenenti a comunità a rischio di apolidia" in tre paesi differenti: la comunità dei Karana in Madagascar, quella dei Rom e altre minoranze etniche nell'ex Repubblica Jugoslava di Macedonia e quelle dei Pemba e de i Maconde in Kenya.

Traduciamo e riportiamo tre testimonianze relativi a tre temi chiave.

Discriminazione. "Le persone ci dicono di tornare a Mumbai. Ma noi non conosciamo Mumbai. Noi siamo nati qui." Nassir Hassan, 48 anni, comunità Karana, Madagascar.

Mancanza di documentazione. "Loro [le autorità] non mi hanno spiegato nulla, mi hanno solo chiesto dei documenti che io non avevo." Haidar Osmani, 54 anni, comunità di etnia albanes, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia.

Povertà. "Il più grosso problema è che sono povero perché apolide. Una persona apolide non può possedere nulla. Mi sento sminuito e screditato per tutto ciò." Shaame Hamisi, 55 anni, comunità Pemba, Kenya.

Il link al rapporto:

http://www.unhcr.org/59f747404#_ga=2.58921711.375166760.1510317371-2122189756.1507210885