Oltre la Scolarizzazione
Da settembre 2005 la Casa dei Diritti Sociali, in ATI con l’Opera Nomadi, partecipa alle attività di scolarizzazione dei minori Rom nel progetto sostenuto dall’XI° Dip. del Comune di Roma.
Senza soffermarci sui vari aspetti del progetto, che, ricordiamolo, si ripete da oltre un decennio, sarà opportuno evidenziare da subito quelle che secondo noi sono le criticità del progetto.
Intanto il primo aspetto che ci preme sottolineare è il cosiddetto approccio differenziale messo in atto dall’Amministrazione nei confronti delle persone di cultura Rom; la dicitura “scolarizzazione dei minori Rom” contiene già in sé l’evidenza di questo tipo di approccio. L’evasione scolastica non è una peculiarità Rom ma un problema sociale diffuso che interessa trasversalmente vari gruppi sociali emarginati; non si comprende la ragione per cui la lotta all’evasione scolastica dei minori Rom debba vivere una sua vita separata dalla lotta all’evasione scolastica tout court, quella, per intenderci, rivolta ai nuclei famigliari “problematici”, italiani e stranieri.
E’ un dato certo che la metodologia di intervento debba essere differente, che le Associazioni interessate hanno, nel tempo, sviluppato un know how specifico e difficilmente sostituibile, che le comunità Rom vivono problemi del tutto tipici e particolari ma, e ci preme sottolinearlo, parte di questi problemi tipici hanno origine proprio dall’approccio differenziale. Approccio che rende normale, per le famiglie Rom e non per altri, l’istituzione nefasta dei campi attrezzati e la permanenza negli stessi prolungata per decenni; approccio che rende inevitabile e istituzionalizzato il sostituirsi delle Associazioni e degli operatori alle famiglie stesse nelle relazioni con le Istituzioni, prima fra tutte quella scolastica; approccio, inoltre, che, in ultima analisi, differenzia il minore Rom nelle aule da tutti gli altri bambini.
Pertanto, a nostro avviso, la scolarizzazione dei Rom deve appartenere alla lotta all’evasione scolastica in generale, senza prevedere canali di finanziamento o uffici particolari.
Per intenderci l’insegnamento dell’italiano come L2 per un minore Rom rumeno non può essere differente dall’insegnamento per un minore rumeno non-Rom.
Sarebbe inoltre proficuo inserire fra gli indicatori dei risultati del progetto anche i profitti dei minori a scuola; ad oggi si misurano le iscrizioni e le frequenze, sottovalutando il ruolo e le responsabilità delle scuole. Troppo spesso si iscrive un minore Rom per “riempire” le classi; non vogliamo più vedere bambini seduti in un angolo e dimenticati dalle insegnanti perché troppo difficili. Il Diritto all’istruzione non può essere tradotto in italiano nel diritto all’iscrizione!
Aspetto altrettanto importante è quello della diffusione della metodologia interculturale nella didattica in generale: nella società italiana contemporanea l’intercultura non può essere relegata a laboratori estemporanei anche se lodevoli. La didattica deve farsi permeabile a questo tipo di atteggiamento in tutte le materie ed in tutte le attività, i docenti vanno formati e sensibilizzati, l’insegnamento deve essere interculturale proprio perché la società nel suo insieme non è monoculturale; quindi o l’insegnamento si adatta alla nuova società che sta crescendo o è destinato a migliaia di fallimenti.
Altro tema particolarmente problematico è proprio quello dei campi sosta; è pura ipocrisia pensare all’integrazione, o almeno alla normalità, recludendo migliaia di persone in strutture socialmente aberranti quali sono i cosiddetti campi sosta, determinati da una legge regionale ormai superata. I campi sosta sono divenuti campi Rom stabili, dove le persone vivono in condizioni non degne di un Paese come l’Italia che si vuole ricco e prestigioso; sono divenuti i luoghi dove la presenza problematica dei Rom può essere chiusa e circoscritta. Nessuna Amministrazione si sognerebbe di proporre ad una famiglia italiana povera di vivere in un container, o peggio ancora in una baracca, come soluzione abitativa stabile, oltretutto in uno spazio delimitato e ufficialmente destinato ad ospitare famiglie, appunto, povere, isolato anche visivamente dal resto della città.
Vanno individuati gli strumenti normativi ed economici per chiudere questa esperienza che ha prodotto, come unico risultato, il proliferare dei campi nel tempo ed un sempre maggiore isolamento delle comunità Rom dal resto della società, con un incessante deterioramento delle condizioni di vita all’interno dei campi stessi.
Altra criticità è quella del protagonismo dei Rom; consapevolezza dei Diritti, volontà di autonomia si determinano solo facilitando la partecipazione di chi, nei campi, è vittima di reti claniche fortemente conservatrici, prime fra tutti le donne ed i minori.
Ad oggi le figure che fungono da referenti e da interlocutori istituzionalizzati con la società circostante sono proprio quei capi e quelle famiglie egemoni che traggono vantaggi immediati dalle reti claniche di cui sopra, rafforzando così posizioni di predominio all’interno dei campi. La mediazione è svolta così dagli stessi che hanno interesse al monopolio della relazione con i gagè.
Vanno quindi potenziate le figure non egemoni all’interno delle comunità, con la diffusione delle competenze, linguistiche e di orientamento sociale, istituendo, possibilmente, degli sportelli di orientamento gestiti da persone Rom formate ad hoc nella direzione della mediazione interculturale e sociale; questi ipotetici operatori, ed operatrici, dovrebbero istituirsi come ponte di mediazione tra la comunità e l’esterno, far conoscere la cultura Rom, accompagnare le persone dei campi nella relazione con le Istituzioni, sensibilizzare le Istituzioni stesse e la società in generale.
Per ultimo, non per importanza, vogliamo evidenziare il difficile rapporto fra le Associazioni che si occupano della scolarizzazione dei Rom; il fatto che ci sia un bando per accedere ad un finanziamento fa sì che queste associazioni siano in una certa misura concorrenti. Nell’economia di mercato, in teoria, la concorrenza generalmente determina un miglioramento dell’offerta ed un migliore soddisfacimento della domanda; ma se l’offerta riguarda un sevizio sociale ed un diritto inalienabile del minore e se la domanda nasce da una Istituzione è necessario chiedersi se di mercato si tratta o se invece non stiamo parlando di altro. A nostro avviso è altro.
I diritti non sono soggetto economico, le risorse finanziarie dei progetti invece sì.
Questa concorrenza rende problematica la collaborazione fra le Associazioni, la condivisione dei saperi e delle buone prassi, gli scambi di informazioni pertanto, fermo restando il diritto dell’Amministrazione ad esigere una buona offerta da parte delle Associazioni stesse, appare necessario individuare la leva giusta per scardinare questa insana concorrenza, costituire processi e percorsi comuni a tutte le Associazioni interessate, momenti di formazione condivisi, incentivare lo scambio delle informazioni e delle pratiche positive, anche, dove necessario, temi di rivendicazione generalizzati, per esempio per quello che riguarda il superamento di campi.