rifiuti

 

L’emergenza rifiuti

 

Negli ultimi tempi, all’interno dei forum e dei rapporti legati alla vasta sfera dei diritti sociali, emerge una nuova figura, quella del “rifugiato ambientale”, inteso come colui che è costretto a fuggire dal proprio habitat divenuto invivibile, a causa di fenomeni quali l’inquinamento, la desertificazione o i mutamenti climatici. I fattori che maggiormente contribuiscono ad alimentare un simile stato derivano dal modello consumistico proprio dei paesi sviluppati. Infatti la concezione del benessere si è allargata fino alla produzione del superfluo, secondo la logica dell’usa e getta per poi nuovamente consumare. Ciò comporta inevitabilmente un aumento smisurato e incontrollato dei rifiuti da smaltire e, parallelamente, forme di inquinamento tali da mettere in pericolo l’ambiente e la vita di chi lo abita.

Secondo gli ultimi rapporti dell’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente e dell’Osservatorio Nazionale sui Rifiuti, l’Italia, nel 2003, ha prodotto 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, con un incremento del 3,7% sul totale e del 4,6% sulla media procapite rispetto al 2000. Insieme alle cifre, a cambiare, è lo stile di vita, che oggi necessità di una nuova inversione di tendenza in un’ottica di sostenibilità ambientale.

Una condotta responsabile minimizzerebbe il volume complessivo della spazzatura che finisce nelle discariche, una vera piaga che affligge molte regioni italiane in quanto fonte di inquinamento a danno della salute dei cittadini e dell’equilibrio idrogeologico. La mancanza di regole chiare e di fenomeni di abusivismo rendono la situazione ancora più allarmante.

Lo sviluppo incontrollato ha un effetto boomerang, in termini di danni ecologici, ma anche di dispendio economico, che aumenta con il volume dei rifiuti prodotti dallo sviluppo stesso. A volte il pedaggio è doppio, come nel caso dell’acqua minerale in bottiglia, al momento dell’acquisto e dello smaltimento dell’involucro, in vetro o in plastica.

 

La normativa

 

La necessità di tutelare lo stato di salute del cittadino e dell’ambiente ha orientato la normativa nazionale verso strategie che operano lo smaltimento dei rifiuti “senza determinare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo e per la fauna e la flora; senza causare inconvenienti da rumore o odori; senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse”. Con questa premessa, il DLgs. n. 22/1997, meglio noto come Decreto Ronchi, recepisce le Direttive dell’Unione Europea 91/156 sui rifiuti, 91/689 sui rifiuti pericolosi e 94/62 sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio. Il Decreto evidenzia immediatamente una precisa gerarchia di azioni volte ad assicurare un alto grado di protezione.

Il primo e più importante obiettivo è costituito dalla riduzione del volume e della pericolosità dei rifiuti attraverso la prevenzione. Le azioni delle autorità competenti, quindi, si orientano verso lo sviluppo di tecnologie pulite, l’incremento della produzione di beni ecologici, l’informazione e la sensibilizzazione del cittadino, come anello indispensabile della catena.

Il secondo punto cardine del Decreto Ronchi è la valorizzazione, intesa come recupero di energia e riutilizzo delle risorse. Alcune categorie di rifiuti, infatti, possono fornire il combustibile per ottenere energia termica e poi elettrica. Il riciclaggio, invece, comporta il recupero della materia attraverso la raccolta differenziata. Sugli obiettivi quantitativi di rifiuti che devono entrare a far parte del circuito di differenziazione, la normativa ha posto degli obiettivi di crescita ben precisi: del 15% entro marzo 1999; del 25% entro marzo 2001 ed del 35% entro marzo 2003. La media regionale, purtroppo, supera di poco il 20%. Le azioni di prevenzione e valorizzazione hanno lo scopo di ridurre drasticamente la mole di rifiuti destinati alle discariche.

In via residuale ed in condizioni di sicurezza, il Decreto individua un terzo tipo di azione, quella del corretto smaltimento dei rifiuti non altrimenti recuperabili. Solo i rifiuti inerti, quelli che derivano dalle operazioni di recupero e riciclaggio, nonché quelli individuati secondo specifiche norme tecniche devono finire in discarica. Per mantenere le condizioni di sicurezza, gli impianti di incenerimento realizzati  per lo smaltimento di questi ultimi ricevono l’autorizzazione solo se comportano una combustione accompagnata da recupero energetico.

Il Lazio, in linea con la normativa nazionale, ha approvato nel 2002 un Piano di Gestione dei Rifiuti, all’interno del quale vengono individuati 5 Ambiti Territoriali di Ottimizzazione, che coincidono con i limiti amministrativi di ciascuna provincia: ATO 1 (Viterbo), ATO 2 (Roma), ATO 3 (Rieti), ATO 4 (Latina) e  ATO 5 (Frosinone). Successivamente, il Lazio si è dotato anche di un Piano degli Interventi di Emergenza per l’intero territorio del Lazio (Decreto del Commissario Delegato n. 65/2003).

Nel Lazio è sempre emergenza rifiuti. Il biennio 2001-2002 ha visto un incremento del 17% e punte elevate a Roma e Rieti. La capitale, in particolare, registra la produzione dell’80% dei rifiuti urbani della regione (+2,8% nel periodo 2001-2002). Una forte incidenza è data dai rifiuti speciali, soprattutto a Roma e a Frosinone. In generale, nel Lazio la crescita è stata vertiginosa arrivando ad un + 34,4% nel 2002, rispetto all’anno precedente. Il trend di crescita si è registrato anche a livello nazionale, a seguito di maggiori attività industriali. Non a caso oltre il 64% del totale dei rifiuti speciali scaturisce dalle imprese del Nord, con in testa gli 11 milioni di tonnellate prodotti nel 2002 dalla Lombardia.

In un confronto tra le aree geografiche italiane, il Nord risulta essere il maggior produttore di rifiuti, ma è anche quello che più si avvicina agli obiettivi del Decreto Ronchi con il 33,5% di rifiuti differenziati rispetto al 17,1% del Centro ed al 7,7% del Sud.

Di conseguenza, è sempre il Nord a fare un minor uso dei 487 impianti di discarica dislocati sul territorio nazionale. Nonostante il trend complessivo giochi al ribasso (-5%), si tratta ancora di un mutamento impercettibile e non collegato ad una vera programmazione e gestione della materia.

Nel Lazio, ad una maggior produzione non si affiancano corretti metodi di smaltimento. Il ricorso alla discarica, infatti, è ancora al primo posto, tanto che nel 2003 è stata la “soluzione” per ben 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, ovvero il 90% del totale. Una situazione di emergenza continua si verifica nella zona di Malagrotta, in provincia di Roma, dove la discarica riceve più della metà dei rifiuti della regione e si avvicina sempre più al livello di saturazione.

Un abuso del sistema delle discariche è la conseguenza di una mancata interiorizzazione dei vantaggi della raccolta differenziata, ma anche di un ritardo in tal senso nella programmazione e gestione da parte degli enti locali. Nel quadro di una carenza di informazione e di una inefficace organizzazione, i traffici illeciti legati allo smaltimento dei rifiuti aumentano vertiginosamente, comportando un incremento del 30% del fatturato illegale, secondo l’ultimo rapporto di Legambiente. Inoltre, oggi, le ecomafie non riguardano più solo il Meridione, ma stanno invadendo anche le regioni del Centro e del Nord Italia.

Ad appannare il Decreto Ronchi, e di conseguenza anche le Direttive europee che recepisce, è intervenuto il DL. n. 158/2002, la cd. Legge Omnibus, che introduce un concetto arbitrario di rifiuto. Nell’articolo 14, infatti, non è chiaro quando si parla di obbligo di smaltimento e quando, invece, la decisione è rimandata al privato. E i primi rifiuti a sparire tra le vie dell’illegalità sono proprio quelli pericolosi, poiché hanno costi ordinari di smaltimento elevati.

Anche così, le ecomafie trovano la strada spianata e riescono a smaltire in maniera illecita oltre 35 milioni di tonnellate di rifiuti (il 30% del totale prodotto in Italia), sempre secondo i dati forniti da Legambiente. Le attività illegali fioriscono a danno dei cittadini in termini di salute, ma anche di costi. Più rifiuti significa crescente necessità di smaltimento e quindi un aggravio economico pro capite.

Il proliferare di discariche abusive comporta anche la necessità di operare più interventi di bonifica, per evitare gravi danni ambientali.

La crescita esponenziale delle discariche, che già di per sé producono grandi quantità di biogas aumentando il problema dell’effetto serra, sottintende anche un maggior lavoro per gli inceneritori, che sono responsabili dell’immissione di sostanze pericolose come gli inquinanti organici persistenti (POP). A pagarne le conseguenze sono sempre la salute dell’uomo e del territorio.

 

Le buone pratiche

 

Nella catena ecologica, tanto il cittadino quanto le amministrazioni locali sono chiamati ad intervenire, l’uno attraverso un comportamento più consapevole, le altre fornendo gli strumenti affinché le buone pratiche si possano espletare correttamente. Il primo passo è rappresentato dall’azione preventiva. Un consumo più sobrio e razionale, nonché la scelta di imballaggi ecologici, possono ridurre l’impatto del nostro modo di vivere e tutelare il nostro habitat.

Ciò che produciamo in negativo, ovvero l’enorme quantità di rifiuti, deve e può trasformarsi in una forza positiva, in un elemento propulsore di nuove forme di consumo, questa volta sostenibili. Alla base di un simile processo c’è la raccolta differenziata dei rifiuti. Selezionare la carta, per esempio, significa dare lavoro agli impianti di riciclaggio e produrre nuove scorte. Significa anche, nella catena ambientale, fare un passo indietro nelle deforestazioni e nella conseguente riduzione di ossigeno nell’aria. La raccolta differenziata è anche la base per un altro tipo di recupero, quello energetico, attraverso la termovalorizzazione.

Una visione comune, tanto dei governi quanto dei cittadini, di ricorrere alle discariche in ultima anziché in prima analisi va di pari passo con la presa di coscienza delle soluzioni alternative e sostenibili. La raccolta differenziata è il primo vero traguardo da raggiungere per un’inversione di tendenza, che opti per un ciclo di riduzione-riciclaggio-trasformazione.

Le percentuali relative alla differenziazione, purtroppo, sono ancora bassissime e ben lontane sia dalla media nazionale (21,5%), sia dagli obiettivi del Decreto Ronchi (35%).  Il Lazio, rispetto al 2001, ha registrato un incremento del 3,5% attestandosi ad un + 8,1% nel 2003. L’unico dato positivo si rileva per la raccolta di batterie esauste. Così come si presenta oggi, la situazione del Lazio è tale da impedire sia il recupero diretto, di materia, che indiretto, di energia termica.

Per ciò che concerne la termovalorizzazione, il Lazio dispone di tre impianti per il recupero energetico, due collocati a Roma e provincia (a Ponte Malnome e a Colleferro) e uno in provincia di Frosinone (a S.Vittore). Questa soluzione se da un lato riduce del 90% il volume dei rifiuti, dall’altro apre un dibattito sull’emissione di sostanze nocive. E’ necessario avere delle garanzie sulla qualità dei processi per la tutela della salute del cittadino e del territorio. La mancanza della diffusione delle informazioni a riguardo rappresenta il primo limite. Secondo il Rapporto Ambientale 2003 di Ama, le concentrazioni medie degli inquinanti che scaturiscono dal processo di termovalorizzazione sono ben al di sotto dei limiti di autorizzazione.

Dal punto di vista economico, occorre favorire quelli che possono essere dei processi di trasformazione dei rifiuti in energia poiché, oltre a ridurre drasticamente la “soluzione” delle discariche e i problemi ad esse connessi, si creano nuove risorse e quindi nuovo valore. Da tempo è già iniziata la ricerca di forme alternative energetiche, oltre al petrolio e al carbone, e la termovalorizzazione può rappresentare un modo per creare energia rinnovabile e alternativa, come già accade in altri Stati europei. La massima efficienza, dunque, è data da programmi integrati di recupero e termovalorizzazione, con conseguente abbattimento del ricorso alle discariche.

 

Riferimenti utili

 

www.rifiutilab.it

www.ambientediritto.it

www.legambiente.it

www.sicurezzapmi.it

www.beppegrillo.it

www.osservatorionazionalerifiuti.it