bolle di acqua

 

 

Le risorse idriche

 

 

 

Apparentemente in seconda battuta, in anni dominati dalla corsa all'oro nero, fonte energetica esauribile, ma sostituibile, che sta minando la stabilità economica degli Stati e la pace internazionale, organizzazioni di rilievo, come l'ONU e l'OMS, indicono giornate mondiali sull'acqua, diffondono rapporti allarmanti sulla crisi idrica, parlano di desertificazione, alimentando dibattiti sul diritto all'acqua, sul suo fondamento naturale e storico, sulla necessità di difendere un bene comune naturale che sembra allontanarsi dalla sfera dei diritti per essere inglobato in quella dell'economia.

L'acqua, fonte di vita e di salute non solo per l'uomo ma per tutti gli esseri viventi, è un bene fondamentale considerato indisponibile, il cui fondamento viene ora messo in discussione, viene fatto vacillare di fronte alla logica di mercato da parte delle multinazionali che si spartiscono il business dell'acqua potabile creando forme di oligopolio. Un processo che punta su una risorsa esauribile, paventando l'ipotesi che un domani avrà accesso all'acqua solo chi potrà acquistarla.

Lo conferma il fatto che già il 40% del mercato mondiale dell'acqua è spartito tra due colossi francesi, la Vivendi e l'Ondeo, con pochi e agguerriti seguaci in lotta con il concetto di acqua come bene comune.

Tutto questo succede mentre dai rubinetti del Nord del mondo sgorgano quantità apparentemente illimitate di acqua, senza che vi sia una giusta coscienza che la porzione potabile di cui la terra dispone è costantemente messa in pericolo, è soggetta a sprechi, ad una cattiva gestione e ad essere inquinata e, inoltre, rappresenta una percentuale bassissima del volume totale.

Del 70% di acqua che ospita la terra, infatti, solo il 2,5% è considerato potabile. Di questa minima porzione, ben 3/4 si trova nelle calotte polari e il rimanente è la nostra fonte di approvvigionamento, tra le meno rinnovabili. Dati che spiegano la corsa all'acqua, ma soprattutto la necessità di uno sviluppo sostenibile che abbatta perdite idriche attestate a livelli altissimi, il cui risanamento avrebbe impatti significativi sulla salvaguardia della salute delle persone e dell'ambiente.

Il quadro si delinea chiaramente quando si pensa che 1 miliardo 680 mila persone non hanno accesso all'acqua potabile o quando si stima che le perdite idriche sfiorano il 50% dell'acqua utilizzata per bere dai paesi in via di sviluppo, dove si aggiunge il problema di una mancata depurazione del 90% dei liquami e del 70% dei rifiuti industriali, che raggiungono così i bacini idrici. Un sistema che se non viene recuperato in un'ottica di sostenibilità avrà conseguenze stimate di gran lunga peggiori. Oggi la popolazione che soffre di crisi idrica è pari al 40% e raggiungerà i 2/3 nel 2025.  Una larga fetta che nel 2050 non avrà alcun accesso all'acqua potabile, con serie ripercussioni sulla salute dell'uomo, sull'ambiente e sull'equilibrio economico e politico degli Stati, nonché sui loro rapporti in un'ottica di sviluppo e di pace.

 

La normativa

 

Una nuova cultura dell'acqua è un imperativo a tutti i livelli, è un impegno globale che parte congiuntamente dalla Comunità internazionale, dai singoli Stati e dai cittadini per tutelare un bene primario dagli sprechi, da una cattiva gestione e dall'accaparramento indiscriminato delle risorse.

Le Direttive 91/271/CEE, sul trattamento delle acque reflue urbane, e 91/676/CEE sulla protezione delle acque dall'inquinamento da nitrati di origine agricola, sono state recepite dal nostro ordinamento con il DLgs. n. 152/1999, che ha riordinato l'intera normativa del settore idrico fino ad allora prevalentemente regolata dalla cosiddetta Legge Galli del 1989. La nuova disciplina ha introdotto una classificazione secondo precisi parametri per tutti i bacini idrici. Per le acque superficiali e sotterranee, la normativa ha individuato un obiettivo minimo di qualità ambientale, che consiste nella capacità di autodepurazione dei corpi idrici attraverso processi naturali, e un obiettivo di qualità per specifica destinazione, ovvero per la vita di pesci o molluschi o per un particolare utilizzo da parte dell'uomo. Grande attenzione è stata  rivolta, poi, all'individuazione e al risanamento dei bacini soggetti a maggiore inquinamento.

A livello regionale, il 2004 ha segnato l'introduzione del PTAR (Piano di Tutela delle Acque Regionali), che ha suddiviso il territorio del Lazio in 39 bacini. Secondo gli obiettivi di qualità prefissati, le acque classificate "scadenti" o "pessime" dovranno attestarsi al livello "sufficiente" entro il 2008, mentre le altre dovranno raggiungere uno stato "buono" entro il 2016. Il 2008 segna anche la data-obiettivo per classificare in categoria A2 tutti i corpi idrici destinati all'approvvigionamento di acqua potabile. Inoltre, tutti i corpi idrici classificati dovranno essere idonei alla vita dei pesci, mentre le zone di balneazione chiuse per inquinamento dovranno essere risanate. Accordi di Programma vengono poi stipulati con i cinque ATO (Ambito Territoriali di Ottimizzazione) regionali per la realizzazione di impianti che ottimizzino le risorse per usi civili, agricoli ed industriali.

L'Accordo di Programma Quadro sancisce il riutilizzo dei reflui depurati per scopo agricolo ed industriale, evitando così l'immissione nei bacini idrici superficiali e contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di qualità del PTAR.

L'Italia ha il primato del consumo idrico in Europa e mantiene il terzo posto nella classifica mondiale, dopo gli Stati Uniti e il Canada, con 980 metri cubi di prelievo d'acqua annuo procapite. Nel frattempo, però, 1/3 dei nostri connazionali soffre della cattiva gestione delle risorse e non ha accesso sufficiente all'acqua. Una risorsa presente in una quantità tre volte maggiore nel territorio, ma non disponibile a causa dell'inquinamento, della insufficienza di sistemi di depurazione e anche degli sprechi, che si rilevano soprattutto nel settore dell'agricoltura. Una corretta pianificazione e gestione dei bacini idrici è, dunque, importante e necessita attualmente anche di stime aggiornate sulla reale disponibilità, visto che gli ultimi dati sulla concentrazione territoriale divisa tra Nord, Centro e Sud Italia risalgono al 1989.

Secondo le valutazioni di Arpalazio (Agenzia Regionale Protezione Ambientale del Lazio) lo stato di salute delle acque superficiali e sotterranee presenta punti diversi di criticità. L'impatto delle attività agricole ed industriali è forte nelle province di Latina e Frosinone, con uno stato delle acque superficiali "scadente" o "pessimo", mentre le zone di Rieti e Viterbo si guadagnano voti da "sufficiente" a "buono". La provincia di Roma risente maggiormente nelle aree urbanizzate, ma ottiene valutazioni "buone" nell'alto Aniene. Anche i laghi in provincia di Roma, così come il lago di Bolsena, sono in "buone" condizioni, a differenza dei laghi "scadenti" o "pessimi" in provincia di Rieti, anche a causa dello scarso ricambio interno e della negativa influenza delle acque provenienti dalla regione confinante. Causa dell'inquinamento delle acque sotterranee è soprattutto la presenza di nitrati di origine agricola. Le zone più vulnerabili sono state identificate nella Pianura Pontina e nella Maremma Laziale.

Con una qualità molto buona delle acque ad uso civile, il Lazio supera la media nazionale nel consumo e, purtroppo, anche negli sprechi. Da un lato, i livelli qualitativi dei corpi idrici sotterranei, di gran lunga superiori a quelli superficiali, consente un ragguardevole approvvigionamento di acqua potabile, dall'altro la percentuale media degli sprechi al 30,2% è sintomatica di una gestione non ottimale, soprattutto nelle province di Roma e Frosinone. E' proprio qui, infatti, che sono stati potenziati i programmi di controllo.

Ridurre gli sprechi significa agire soprattutto nel settore dell'agricoltura. A livello mondiale il 70% dell'acqua viene impiegata in questo campo e le perdite di risorsa ammontano al 60%. In Italia il consumo è del 60% del volume totale. Percentuali che dipendono soprattutto da colture intensive in disarmonia con il ciclo naturale di crescita, da sistemi di irrigazione ad alto consumo e da perdite nella rete idrica, a causa di vecchie tubature e di un pessimo stato di manutenzione. Una scarsa e incoerente informazione a riguardo, inoltre, non facilita l'ottimizzazione delle risorse. In Italia le superfici irrigate di fatto risultano essere il doppio rispetto a quelle in mano ai Consorzi di Bonifica, con fine di salvaguardia del territorio. La distribuzione è ancora frammentata tra operatori pubblici e privati. Infine, anche il divario tra Nord e Sud, dove la rete degli acquedotti stenta a raggiungere un'ampia fetta della popolazione, si fa sentire.

La situazione sembra risollevarsi nel settore della balneazione, dove i rapporti della Regione  rilevano un indice trofico da "buono" a "elevato", con eccezione della foce del fiume Garigliano, benché i chilometri di costa balenabile lievemente diminuiscono. Non la pensa così l'ultimo rilevamento di Legambiente che lascia passare il Lazio con un appena sufficiente, denuncia uno stato di inquinamento dei fiumi ancora troppo alto e una continua erosione della costa a causa di abusivismi e scarichi precari, che aumentano il rischio idrogeologico.

Nel panorama del dibattito sull'acqua in cattiva luce ci sono soprattutto i sistemi di depurazione. In Italia oltre 1/3 dell'acqua consumata non viene depurata e quasi 1/4 non è collegata alla rete fognaria. L'impatto sui corsi d'acqua è drammatico. Il Lazio dispone di 519 impianti che non arrivano a servire il 23% dei comuni, 87 per l'esattezza. La maggior parte è concentrata in provincia di Roma per finire con la provincia di Latina. A soffrire di più è la popolazione di Frosinone che ha difficoltà ad usufruire degli impianti principali poiché si presenta in larga parte in agglomerati sparsi. La zona del fiume Sacco è in continua situazione di allarme sia dal punto di vista degli impianti fognari che di depurazione ed è stata individuata anche dal PTAR come ambito territoriale di urgente intervento. In generale la previsione di spesa del Piano su tutto il territorio riguarda per il 43,7% il completamento degli impianti fognari, per il 22,6%  di quelli depurativi e per il 16,9% gli interventi di riutilizzo degli impianti.

 

Le buone pratiche

 

Una nuova cultura dell'acqua, per salvaguardare la vita e la salute dell'uomo e dell'ambiente, è imprescindibile da una partecipazione attiva e congiunta da parte delle istituzioni e dei singoli cittadini. Si tratta di un impegno mirato alla tutela e alla valorizzazione delle risorse territoriali, attraverso il ripristino delle dinamiche naturali e degli equilibri idrogeologici. Un tale obiettivo implica discipline coordinate e concrete di programmazione, gestione e recupero delle risorse e degli impianti idrici. Significa, anche, una completa e corretta informazione per una presa di coscienza finalizzata all'azione, alle buone pratiche di ogni cittadino. 

A livello regionale, la costituzione degli ATO  è in fase di completamento, così come il loro impegno nella ricognizione degli impianti per stabilire gli investimenti necessari e redigere il Piano di Ambito. Ciò comporta che anche il metodo tariffario normalizzato, che diventa attivo solo quando gli ATO hanno espletato le condizioni previste dalla legge, non è ancora esteso a tutto il territorio. Non sempre le tariffe, dunque, sono correlate all'effettivo consumo. Dal punto di vista dell'informazione, poi, a volte le Carte dei Servizi non risultano chiare ed esaustive, come si evince, per la capitale, dalla relazione 2004 dell'Agenzia per il Controllo e la Qualità dei Servizi Pubblici Locali del Comune di Roma.

Parlare della necessità di buone pratiche ci rimanda subito ai problemi degli sprechi e dell'inquinamento idrico, tanto a livello industriale quanto in ambito agricolo e civile.

Favorire un sistema di agricoltura biologica, per esempio, comporta una forte riduzione dei volumi d'acqua necessari all'irrigazione, nonché una rigenerazione naturale del terreno, ed evita anche forme di inquinamento legate ai pesticidi e ai fertilizzanti chimici. La fertilizzazione dei campi, infatti, può attingere dai benefici della raccolta differenziata dei rifiuti che seleziona gli elementi che possono essere trasformati in composti.

Ridurre il quantitativo dei rifiuti prodotti, limitando anche l'impatto ambientale delle discariche e degli inceneritori, è una via importante da percorrere a tutti i livelli di produzione e consumo.

Un passo decisivo è quello della raccolta differenziata che permette di arginare la quantità eccessiva di plastica e vetro da smaltire, legata all'industria dell'acqua minerale in bottiglia. Oggi, ancora solo il 20% di questo volume viene intercettato e differenziato.

L'Italia raggiunge i 172 litri l'anno di consumo d'acqua minerale procapite, attestandosi ad un livello altissimo. Questo dato, oltre ad accrescere il volume dei rifiuti, svela anche una sfiducia diffusa verso l'acqua che sgorga dai nostri rubinetti. Ma l'informazione che la genera non è sempre corretta. La  Direttiva CEE 96/70 del 1996 impone l'etichetta con la composizione esatta dell'acqua. Il DM 542/92 non impone l'obbligo di riportare tutti gli elementi in etichetta e, inoltre, stabilisce dei valori limite minori per l'acqua in bottiglia rispetto a quella che sgorga dal rubinetto.

Riferimenti utili

 

www.consumietici.it (ACEA)

 www.ambientediritto.it

www.ambienteitalia.it

www.cipsi.it

www.minambiente.it

www.redattoresociale.it

www.who.it