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  Geostoria della Calabria

 

 

 

La Calabria è una regione caratterizzata da un sistema geografico molto articolato, in cui convivono realtà molto differenti tra loro che spaziano dai paesaggi montuosi dalle temperature rigide, alle marine dal clima più mite.

Su una superficie totale di 15.080 Kmq è presene una popolazione di circa 2.100.000.

Confinante a Nord con la Basilicata, la Calabria è per il resto circondata da due mari e  possiede una lunghezza complessiva di coste di ben 800 km che riproducono un’ enorme varietà di paesaggi costieri dell’Italia peninsulare e che, estendendosi sul Mar Tirreno per circa 300 Km e per  il resto sul versante ionico, corrispondono al 10% del totale italiano.

Nonostante la ricchezza di coste, il territorio calabrese è  prevalentemente montuoso ed è distribuito tra la catena del Pollino, della Sila e delle Serre, che insieme formano il Parco Nazionale del Pollino, un ambiente di grande valore naturalistico dove, tra altipiani e montagne, immense distese di boschi e laghi si protendono verso il mare.

Il capoluogo della Regione è Catanzaro che nella sua provincia ospita 367.592 abitanti. Nella parte settentrionale si estende la provincia di Cosenza con 727.267 abitanti, mentre la provincia di Crotone conta 163.058 abitanti,  quella di Vibo Valentia 171.952 abitanti e quella di Reggio Calabria, la più popolosa, 563.405 abitanti.

Tra i massicci montuosi del Pollino, della Sila, dell'Aspromonte, delle Serre,  e le coste si distende una serie ininterrotta e irregolare di colline costituite da rocce calcaree  profondamente incise dai corsi d'acqua che danno luogo a frequenti  fenomeni di erosione.

Sul Tirreno le principali pianure prendono nome dai rispettivi golfi, le piane di Sant'Eufemia e di Gioia; la più vasta area pianeggiante è affacciata però sullo Ionio, la piana di Sibari  di 180 km², formata dalle alluvioni del fiume Crati e del suo affluente Coscile.

Il Crati, rappresenta il corso d’acqua più importante della Calabria: nasce nella Sila e sfocia nella costa ionica dopo aver attraversato la piana di Sibari. 

Gli altri corsi d'acqua non solo hanno bacini limitati, ma sono tutti soggetti a uno spiccato regime torrentizio, in quanto alimentati solo dalle piogge, e alternano lunghi periodi di magre estive a brevi piene tardo-invernali e primaverili. A ciò è dovuta la formazione delle cosiddette "fiumare".

La tipologia degli insediamenti urbani risente sia delle caratteristiche geomorfologiche del territorio che di quelle demografiche e produttive e, come ormai gran parte delle realtà italiane, non sfugge alla logica di fenomeni insediativi di raggruppamento e dispersione. In particolare, si nota una spiccata concentrazione urbana nei comuni costieri più grandi e un relativo spopolamento nei centri più piccoli dell’interno.

La morfologia urbana delle città calabresi presenta caratteristiche comuni. La città moderna affianca i centri storici e la parte contemporanea, caratterizzata da insediamenti che violano le più elementari regole urbanistiche e naturalistiche, ha invaso il territorio di costruzioni, soprattutto in prossimità della costa. In particolare sulla costa tirrenica, recenti insediamenti urbani, per lo più abusivi, hanno dato vita ad un flusso ininterrotto di presenza edilizia e ciò ha fatto sì che la costa calabra abbia una percentuale  di sviluppo edilizio di espansione quasi cinque volte superiore a quello di altri contesti italiani, con pesantissime ricadute sull’ ambiente.

Oggi  in Calabria vi sono situazioni insediative che registrano un numero sempre minore di abitanti, circa il 22% in meno negli ambienti interni e montani, mentre nelle zone collinari ed in quelle di pianura si è verificato un aumento rispettivamente del 5% per le prime ed addirittura del 30% per le seconde.

In alcuni di questi contesti si è registrato di recente un importante sviluppo socio-economico, cui sono seguiti significativi incrementi edilizi e conseguenti crescite demografiche. Questa situazione, evidenziata sin dall’inizio degli anni ’80, ha messo in moto nuove dinamiche all’interno della Regione.

I fenomeni più vistosi di sviluppo abitativo riguardano Reggio Calabria e l’area della Valle del Crati tra Cosenza e Rende, e sono riconducibili alle infrastrutture sorte intorno all’asse viario della Salerno – Reggio Calabria, con ripercussioni fino all’asse tra lo Ionio ed il Tirreno, da Catanzaro a Lamezia.

Tutto ciò dimostra come  la Calabria non sia ferma, ma presenti delle strutture urbane in continuo cambiamento, con forti processi di sviluppo dei centri abitati che in circa 35 anni hanno visto raddoppiare il territorio urbanizzato, nonostante la popolazione sia rimasta pressoché la stessa.

Tuttavia la Calabria rimane una Regione a basso reddito pro capite ed in passato è stata protagonista di un vasto fenomeno di emigrazione. Fin dai primi anni 60 molti giovani, a cicli continui, si sono spostati al Nord alla ricerca di lavoro.

La Calabria è stata da molti definita come “terra in fuga da se stessa”. “I paesi della costa sembrano tante periferie di città che non esistono. E quelli dell’interno, sempre più spopolati e isolati, si guardano da lontano e non convergono mai verso un centro, hanno tante linee di fuga chenon trovano un punto di incontro. I paesi calabresi hanno tutti una seconda vita altrove: nel passato, nelle Americhe, nell’interno, lungo le coste, altrove.” (Teti, Il senso dei luoghi, Donzelli Ed.)

La Calabria nella sua storia ha visto l’alternarsi di numerosi popoli e culture provenienti da tutto il Mediterraneo.

Nell'antichità, i territori dell'odierna Calabria vennero diversamente indicati col nome di Ausonia, per le proprie ricchezze; di Esperia, perché situata per i Greci verso Occidente; di Enotria, terra del vino; di Italia, dal re Italo o terra dei vitelli; di Magna Grecia, perché più splendente della madre patria; di Bruzia, in quanto luogo di insediamento del popolo dei Bruzi.

Sotto i Bizantini nel VI secolo d.C., il nome Calabria, etimologicamente “terra d'ogni bene”, termine che fino ad allora aveva indicato solo la zona del Salento, fu allargato a tutta la regione.

La penetrazione micenea che interessò la Calabria nei secoli che vanno dal XV°  al XII° a.C., nel periodo antecedente al cosiddetto Medioevo Ellenico, rappresentò il presupposto della colonizzazione successiva.

Fino all'avvento dei Bretti nel IV°sec. a.C., le etnie stanziate nella attuale Calabria d’origine orientale furono Enotri ed Ausoni: i primi stabiliti su gran parte del territorio, compreso tutto il versante ionico, i secondi soprattutto sul versante tirrenico, tra il territorio di Reggio Calabria, Tauriano ed il retroterra di Crotone.

Tra le popolazioni delle origini la più rilevante e la più recente è senz'altro quella dei Bruzi, popolo affine ai Lucani, dei quali erano schiavi. Ma discordanti sono le notizie delle fonti.

Per Strabone essi potevano essere sia coloni sia discendenti dei Lucani, mentre per Diodoro Siculo i Bruzi erano “una moltitudine di uomini di varia origine, per la maggior parte servi fuggiaschi”. E' dovuto a questi popoli l’antico nome di Bruzio nell’indicare tale regione. Essi, infatti, furono chiamati Brutii, durante la guerra contro la Lucania, dagli stessi lucani per indicarli come “servi fuggiaschi”.

A partire dall'VIII sec. a.C., la Calabria viene interessata dal fenomeno della colonizzazione greca che, pur riguardando gran parte del Mediterraneo, trova qui la sua massima espressione, con la fondazione di colonie greche lungo le coste. Da qui l’appellativo di Megale Ellas con il quale gli stessi Greci hanno voluto indicare la forte caratterizzazione culturale e l'alto livello economico raggiunto.

Varie fasi, con la supremazia di diverse città, caratterizzarono questa epoca. Reggio Calabria fu la prima colonia greca fondata dagli Ioni della costa sicula, poi un gruppo di Achei fondò Sibari, quindi Crotone e Locri, il tutto dal 744 al 670 a.C. Le colonie portarono nella penisola l'organizzazione socio-politica della città, l'alfabeto, la moneta, anche se nella regione greca forti erano le tensioni sociali dovute alla scarsità di terra ed alla sua concentrazione nelle mani delle aristocrazie locali.

Le poleìs magno-greche sorsero in prossimità di luoghi già interessati dalla frequentazione micenea. La superiore cultura dei colonizzatori greci indusse via via una profonda ellenizzazione delle comunità indigene che, confinati all'interno dopo l’espropriazione delle loro terre, convissero con la nuova gente, padrona di straordinarie tecnologie.

I greci designarono la punta della penisola con il nome di "Italia". Itali, infatti, erano chiamati gli abitanti della parte meridionale della Calabria, prima della conquista romana. Quando Roma unificò in un solo dominio le varie regioni, il nome di Italia si estese da sud verso nord, fino ad identificare al tempo di Augusto, nel 42 a.C., tutta la penisola italiana.

I Bretti, tra la metà del IV° e la metà del III° a.C. , attaccarono e conquistarono diverse città magno-greche, sottraendo loro territorio e risorse. Contemporaneamente al declino delle poleis magno-greche, stremate da continue lotte intestine e all'ingerenza militare dei tiranni Siracusani, si assisteva all’ascesa della potenza Romana. Le guerre puniche decretarono la fine della potenza brettia e la loro scomparsa come etnia autonoma organizzata: quasi tutto il loro territorio, con in testa Cosentia , faceva oramai parte dell'Ager Romanus (II° e I° sec. a.C.).

Durante le guerre puniche la popolazione locale si schierò contro Roma, ma cadde comunque sotto il dominio dell'Impero, che dal 132 a.C., iniziò a fondare le sue colonie e, verso il 260 a.C., estese il proprio dominio su tutta la regione. Il periodo di dominazione romana è ben diverso dallo splendore della Magna Grecia. Lo sviluppo sociale ed economico si arrestò per lungo tempo, con ripetuti, ma vani tentativi da parte dei calabresi di ostacolare l'occupazione dei romani alleandosi con Annibale.

I Romani strinsero la regione in una morsa di ferro e cercarono di rimuoverne la cultura e le tradizioni, soprattutto quelle magnogreche. Di quel periodo è la famosa repressione dei baccanali, documentata dal celebre decreto senatorio del 186 a.C. , ritrovato nel 1640 a Tiriolo. Il culto di Dioniso, dio del vino e dell'ebbrezza, era diventato un fenomeno di massa dopo gli effetti sconvolgenti dell'invasione di Annibale.

Nel periodo augusteo la regione fu chiamata Brutium, nome con il quale s’identificò fino alla conquista bizantina. Con la nascita del latifondo romano e di aree malariche, interi territori furono per secoli abbandonati dall’uomo. Tuttavia vennero intensificate e migliorate le vie di comunicazione con la costruzione, nel 132 a.C., della Via Popilia, da Capua a Reggio, che diventò l'asse di sviluppo della regione, agevolando la traversata dello stretto dalla Calabria verso la Sicilia.

Nel 71 d.C. la regione fu sconvolta dall’insurrezione di Spartaco che, rifugiandosi in queste zone, arruolò seguaci dappertutto, soprattutto fra i Bruzi.

 In questo periodo i romani iniziarono un’opera di disboscamento della Sila e delle altre montagne della Calabria, causando un dissesto oro-idro-geologico con frane e smottamenti.

Dopo la caduta dell'Impero Romano la Calabria fu saccheggiata dai Visigoti e dai Goti.

Successivamente, con l’avvento dei Bizantini nel 535 d.C., si ebbe una ripresa economica generalizzata, soprattutto in quei territori lungo la costa ionica in cui si venne a creare una sorta di “angolo d’oriente”, in un ambiente naturalmente predisposto. Tuttavia alla ripresa economica corrispondeva una forte oppressione della popolazione, angariata da un sistema fiscale estremamente rigido.

Tale periodo venne inoltre contrastato dalle incursioni dei Longobardi, i quali per circa due secoli (VI-VII) s’impadronirono di Cosenza, incorporandola nel Ducato di Benevento, dando vita ad una serie d’unità amministrative dette gastaldati, e fondando colonie militari come quelle di  Longobardi e Mormanno. Per diversi secoli, la Calabria diventò non solo un immenso campo di battaglia ma una terra di mezzo, luogo di contemporaneo scontro ed incontro tra diverse civiltà.

Al X secolo corrisponde la restaurazione del potere bizantino, con il disfacimento di quello longobardo dopo le lotte contro gli imperatori germanici della dinastia Sassone, che per secoli trasformarono la Calabria in un fortilizio contro le incursioni dei saraceni che arrivavano dal mare. Nacquero e si potenziarono gli insediamenti sulle alture, lontani dalle vie di comunicazione principali, chiusi ognuno in sé, realizzati spesso disboscando interi territori e quindi accentuando il dissesto idrogeologico

In questo periodo trovarono grande sviluppo anche i monasteri: la regione divenne un ricco centro di trasmissione della cultura antica attraverso la produzione di manoscritti. A Rossano, ad esempio, si può ammirare il magnifico Codex Purpureus Rossanensis.

Intorno all'anno 1.000 d.C. ai Bizantini subentrarono i Normanni, guidati da Roberto dei Conti d'Altavilla, detto il Guiscardo, cioè l'astuto, che in una diecina d'anni tra il 1050 ed il 1060 conquistarono tutta la Calabria, terra in piena decadenza, risollevata dalla difesa contro le razzie dei saraceni e dal favore per l’agricoltura e gli scambi, soprattutto con la Sicilia. Il loro governo ordinato e sicuro, la riapertura dei traffici marittimi e terrestri, l'appoggio alla latinizzazione del clero e al monachesimo benedettino favorirono una notevole ripresa della regione che continuò poi anche sotto gli Svevi (1214-66) grazie soprattutto a Federico II. Ridimensionato lo strapotere dei feudatari, che nel 1129 furono costretti a giurare fedeltà a Ruggero II, in Calabria si registrò una ripresa dei commerci soprattutto grazie all’eliminazione dell'esoso fiscalismo bizantino. Vennero create due circoscrizioni amministrative, dette giustizierati: quello di Val di Crati, corrispondente con i confini dell'attuale provincia di Cosenza, e quello della Calabria, comprendente la restante parte di territorio. Fu scelta come capitale Mileto, e vi furono costruiti la corte e la zecca, chiese e edifici pubblici. Nell'opera di conquista del Mezzogiorno, i Normanni ebbero un grande alleato nella Chiesa di Roma, che li aveva riconosciuti sovrani e che in cambio ottenne il loro aiuto contro la Chiesa d'Oriente. In Calabria, in modo graduale, venne sostituito il rito greco con quello romano, furono costituite nuove diocesi e venne dato impulso alla fondazione di abbazie degli ordini latini, a cui vennero riconosciuti privilegi, prebende e poteri anche feudali. In questo modo i Normanni portarono un nuovo sistema sociale ed economico che accompagnerà la Calabria fino alla rivoluzione industriale: il sistema feudale.

Gli Svevi con Federico II, che prese il potere quando in Calabria regnava l’anarchia baronale, ristabilirono l’ordine e imposero che i privilegi feudali, l’amministrazione della giustizia, la maggior parte dei commerci e la sicurezza dipendessero esclusivamente dal sovrano, che regnava per volere di Dio ed era strumento della Sua Provvidenza. Con mirabile equilibrio, riuscirono a fondere elementi della cultura greca e latina, araba e bizantina, normanna e sveva dando vita ad uno Stato accentratore, ma illuminato, cattolico, ma tollerante verso musulmani ed ebrei, fieramente autonomo dalla Chiesa di Roma, tanto che, per due volte, venne scomunicato.

Questi territori  furono trasformati in  luogo di incontro di culture e civiltà diverse, I'Occidentale, l'Islamica e la Greco-Ortodossa.

Alla morte di Federico II il regno passò al figlio Corrado IV e successivamente al figlio illegittimo Manfredi. Quando nel 1261 un vescovo francese divenne Papa con il nome di Urbano IV, il regno di Sicilia venne confiscato, in base ad un diritto legittimato dal fatto che i Normanni avevano ottenuto il regno esclusivamente in qualità di concessione feudale del Papa per l’aiuto datogli contro Longobardi e Bizantini, e motivato dal tentativo di impedire l’unificazione dell’Italia settentrionale con quella meridionale progettata prima da Federico II e poi da Manfredi. Urbano IV offrì il regno a Carlo d'Angiò,fratello di Luigi IX re di Francia, il quale conquistò l’Italia meridionale nel 1266, grazie alla vittoria ottenuta nella Battaglia di Benevento. In questo periodo si verificò una vera gara per l’accaparramento del potere da parte dei baroni: la Calabria seguì una tendenza del tutto estranea a quella seguita dagli stati europei, i quali si caratterizzavano come monarchie assolute. In Calabria, invece, l’introduzione di nuove tassazioni pesanti e del latifondo, fece del feudalesimo un sistema per controllare il territorio, finendo per compromettere la prosperità della Calabria.

Dopo che il regno cadde in preda alle guerre civili, dovute alle divisioni della famiglia angioina in diversi rami rivali impegnate nelle lotte di successione gli Aragonesi conquistarono l’intera Italia meridionale nel 1442 con il re Alfonso I d’Aragona. Il nuovo sovrano, detto il Magnanimo, per i suoi metodi tolleranti e accorti, si rese subito conto che non poteva contrapporsi allo strapotere baronale, e preferì adottare una politica di compromesso.

Durante il periodo in cui in questo periodo la popolazione intensificò il suo ritiro sulle colline e sui monti, da un lato per sfuggire dalla malaria, dall’altro, e soprattutto, per sottrarsi alle incursioni dei pirati prima saraceni e poi turchi, lungo tutte le coste calabre.

Tale fenomeno di fuga creò isolamento esterno ed interno, con centri abitati sorti sulle alture e nelle vallate privi di vie di comunicazione e con sentieri impraticabili per tutta la stagione invernale. Al momento dell'Unita' d'Italia, nel 1861, la Calabria era dotata di una sola strada che l'attraversava da nord a sud fino a Reggio Calabria, la ferrovia era inesistente ed il 90% dei Comuni era senza strade interne ed esterne. Lo stesso sistema fiscale fu mantenuto dagli Aragonesi, che lasciarono il governo della regione ai baroni locali, con un proliferare di abusi di potere e prepotenze che prostrarono ulteriormente la popolazione, causando una serie di rivolte contadine, fino alla famosa sommossa di Tommaso Campanella del 1599.

Nel XVIII secolo una terribile carestia e un fortissimo terremoto piegarono la Calabria dei Borboni, che nel frattempo erano saliti al potere,  nonostante le beghe di Gioacchino Murat, che tentò di riprendersi il Regno. Accolto con ostilità, venne prontamente imprigionato e fucilato il 13 ottobre del 1815 nel Castello di Pizzo.

Ferdinando IV, ritornato sul Regno, lo chiamò delle Due Sicilie, diventò Ferdinando I e promulgò i codici che furono ben presto considerati come i migliori d'Europa. Egli abolì il diritto del maggiorasco per ampliare i trasferimenti della proprietà terriera e nella regione istituì una nuova provincia, dividendo quella Ulteriore in Prima, con sede a Catanzaro, e Seconda, con capoluogo Reggio.

Egli dovette fare fronte al primo tentativo insurrezionale del Regno, che scoppiò a Nola. Per reprimere la sommossa il re inviò il generale Guglielmo Pepe, che si unì agli insorti, costringendo Ferdinando I a concedere una Costituzione e a fare eleggere un'assemblea legislativa.

Il 18 aprile del 1853, Ferdinando II decretò l'istituzione di due "Casse di Prestanze Agrarie" che rappresentarono il nucleo originario di quella che diventò nel 1861 la Cassa di Risparmio di Calabria, che avrebbe svolto una funzione fondamentale per lo sviluppo della regione

Tuttavia durante questo secondo periodo borbonico si registrarono in tutta la Calabria importanti cambiamenti: la quasi completa possibilità di esercitare gli usi civici che consentivano a larghe masse di contadini di utilizzare i vasti demani della Sila e del Marchesato; la popolazione aumentò notevolmente; nelle montagne delle Serre funzionavano le Regie Ferriere con quasi 2 000 operai. Nel 1859, Ferdinando II moriva. Gli successe il giovane figlio Francesco II. L’arrivo di Garibaldi nel 1860 e l'avvento del Regno d'Italia, al quale fu annessa anche la Calabria fecero da sfondo alla  piaga del brigantaggio, una forma di banditismo caratteristica delle situazioni di instabilità sociale e politica. Già presente nel mondo romano nella tarda età repubblicana e, più accentuato, nel basso impero, si manifestò in forma virulenta con la crisi finale del feudalesimo. Il suo riacuirsi nel Mezzogiorno d'Italia tra fine Settecento e primi dell'Ottocento fu dovuto ad un intreccio di motivazioni sociali, nazionali, religiose e politiche. Represso duramente, sotto Murat, ricomparve con caratteristiche di massa dopo l'unificazione italiana, investendo in forma gravissima l'intero meridione tra il 1861 ed il 1865. 

L'espugnazione di Gaeta decretava la fine dei Borboni. Il nuovo status nazionale mise a nudo un'infinità di problemi: primo fra tutti la presenza di un nuovo stato e quindi di un nuovo ordine. Lo stato nazionale fatto di leggi, di diritti ma anche di doveri era per i più incomprensibile.  Il clero ricco istigava nei poveri il concetto che lo stato fosse anticlericale, perché voleva la fine del papato e dei benefici della chiesa.  Nel mezzogiorno e nelle isole le condizioni di vita, il livello dell'educazione e quello del reddito erano molto bassi, specialmente nelle zone interne scarsamente collegate. 

Nel 1860, alla caduta del regime borbonico sconfitto dall'esercito dei volontari garibaldini, il Meridione fu annesso agli altri Stati già sotto il dominio di Casa Savoia e si presentò all'appuntamento unitario in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale. L'iniziativa garibaldina aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società locale, ma il nuovo governo del 1861 era l'espressione della borghesia, che affrontò la questione meridionale stipulando un patto di alleanza fra i ricchi possidenti del Nord e i proprietari terrieri del Sud, senza prendere in considerazione la tanto desiderata riforma agraria voluta dai contadini del Sud. Lo Stato impose invece una rigida centralità amministrativa introducendo pesanti regolamenti che andavano a gravare sui più deboli

Il brigantaggio, quindi, fu un momento storico di forte rivoluzione  contro le misure amministrative e fiscali di particolare durezza e la completa abolizione degli usi civici delle terre a vantaggio del latifondo che furono diretta conseguenza dell’unificazione italiana.

Dopo l’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno d'Italia, infatti, sulle popolazioni calabresi si abbatterono la tassa comunale e la provinciale, la tassa di famiglia e quella sul macinato, oltre all'inimmaginabile tassa di successione e all'impensabile leva obbligatoria. Era davvero una rivoluzione, che a quel tempo veniva meglio definita dalle popolazioni calabresi, come "repubblica", in quanto sinonimo di disordine. 

I banditi cosiddetti "sociali" si opponevano alle forze oppressive di proprietari terrieri, uomini di legge, rappresentanti dei governi e non erano considerati criminali dalla popolazione rurale, che li vedeva come giustizieri e benefattori dei poveri. Erano, di solito, abitanti delle campagne non legati stabilmente alla terra (pastori oppure abitanti di zone sovrappopolate e con limitate risorse) che potevano agire liberamente anche in quei periodi dell'anno in cui la popolazione rurale era impegnata nei lavori agricoli. Ad essi si aggiunsero numerosi ex soldati borbonici e delinquenti evasi, che avevano combattuto tra i volontari durante la Spedizione dei Mille nella speranza di una amnistia mai concessa.

Le bande di briganti si ingrossarono rapidamente, dando vita a episodi di violenza ed all'occupazione temporanea di interi centri, aiutati dagli strati più bassi della popolazione, forti delle simpatie, dell'appoggio, dell'omertà che sapevano di trovare nelle classi più umili. La Sila divenne il centro del brigantaggio, mentre a decine i comuni calabresi issarono il bianco vessillo gigliato dei Borbone. Tantissime bande operavano nel cosentino e nel catanzarese. Tra queste le più famose quelle di Pietro Monaco, di Pietro Bianco, di Nino Nanco, di Faccione. Le leggi eccezionali Pica del 1863, che esclusero la provincia di Reggio, non frenarono lo sviluppo del banditismo, che si diffuse anche nei comuni dell'alto nicastrese.

Contro il fenomeno fu istituito lo stato di guerra con la militarizzazione del territorio e furono costituite Guardie nazionali per tutelare l’ordine pubblico, con il ricorso anche alla pratica delle taglie in caso di arresto di elementi ritenuti pericolosi.

L'Italia era nata e come primo risultato otteneva quello di indurre molti cittadini ad espatriare. E le cause che avevano provocato il brigantaggio, più alcune nuove, furono i motivi di questo vasto fenomeno che stravolse la società calabrese insieme ad una emigrazione massiccia.

Durante tutto il secolo partirono quasi 280.000 persone, quasi tutte per gli Stati Uniti. Dal 1901 al 1913, su una popolazione media di circa 1.400.000 abitanti, abbandonarono la regione in 439.000. Di essi ritornò meno di un quinto. Anche stavolta il flusso migratorio, che si bilanciava con l'aumento delle nascite, si indirizzò nella quasi totalità verso gli Stati Uniti, l'Argentina e in misura più ridotta, il Brasile. Fu un esodo che provocò la prima grande trasformazione della regione: economica, culturale, politica. A causa della povertà diffusa la popolazione della regione Calabria praticamente si dimezzò.

Successivamente lo sforzo dei Governi nazionali, l’avvento del Fascismo e dell'industrializzazione, nonché gli imponenti investimenti nella realizzazione di numerose opere pubbliche, sembrarono ridurre le radici sociali del banditismo grazie all'aumento del reddito rurale e alla diminuzione della popolazione nelle aree più povere, rendendone anche più facile la repressione con il miglioramento delle comunicazioni nelle campagne, che comportava una più difficile esistenza clandestina di gruppi armati.

Tra il 1926 ed il 1931 investimenti cospicui interessarono il settore delle opere pubbliche: opere di bonifica, costruzioni stradali, ricostruzione dei centri terremotati. Nel 1929 furono conclusi i  1000 chilometri di strade calabresi. Venne ampliata la rete ferroviaria interna che rappresenta ancora oggi uno delle fondamentali.

In questi anni numerosi comuni vennero aggregati per dare maggiore efficienza organizzativa e nacque così la "grande Reggio" che comprese i centri vicini, diventando una delle prime venti città del Regno.

Nel 1923 veniva inaugurato il Parco Nazionale della Sila. Furono creati i laghi artificiali dell'Ampollino, del Savuto, del Cecita e dell'Arvo che producevano un'imponente massa d’energia elettrica.

Dopo la caduta del Fascismo, il primo problema da affrontare era quello della terra, in una regione dove gli addetti all'agricoltura erano il 63% della popolazione attiva. La riforma agraria  predisposta dal Ministero De Gasperi diede vita a un esempio di redistribuzione della proprietà. Sempre nel 1950 venne istituita la Cassa per il Mezzogiorno per creare una rete di infrastrutture e promuovere lo sviluppo economico delle aree depresse. Inoltre si aggiunse nel 1955 una legge speciale che si proponeva la realizzazione di un piano organico per la sistemazione del suolo. Con queste risorse sono state realizzate strade, scuole, acquedotti, fognature, asili e tante opere pubbliche indispensabili per migliorare la qualità della vita nei paesi calabresi. Continuava l'esodo migratorio, indirizzato solo nei primi tempi verso l'Europa e, in modo più consistente, verso il triangolo industriale del Nord Italia, dove si stima che, dal 1958 al 1967 emigrassero oltre 700.000 calabresi.

Nel 1970 entrò in funzione l'Ente Regionale, il maggior gestore di risorse finanziarie, soprattutto attraverso i fondi europei e la sanità.

Negli anni Sessanta, l’autostrada del Sole, le tre strade trasversali che collegavano lo Ionio e il Tirreno, l'aeroporto di Lamezia rappresentarono i simboli di una Calabria moderna. E poi strade, scuole, ospedali costellarono tutta la regione.

Il governo inoltre predispose il "pacchetto Colombo", cioè una serie di provvedimenti che prevedevano la realizzazione dell'Università a Cosenza, insediamenti industriali a Gioia Tauro con il quinto centro siderurgico, a Saline Jonio. A S. Leo furono collocati gli impianti della Liquigas; a S. Eufemia quelli della SIR e a Castrovillari nacque un’industria tessile.

Recentemente la Calabria sta dimostrando una straordinaria vitalità in settori anche differenti da quelli riconducibili all’ambito edilizio e di infrastrutturazione in generale. Il tessuto imprenditoriale, ha prodotto una serie di realtà nel settore agricolo, turistico, industriale. Inoltre, anche se in ritardo rispetto alle altre regioni, si stanno affermando le università. L'arrivo, nel settembre del 1995, della prima nave nel porto di Gioia Tauro, dopo un quarto di secolo dall'inizio dei lavori, rende operante uno dei più importanti scali per container di tutto il mondo e dà l'immagine di una Calabria moderna che può riprendere a svolgere un ruolo nel Mediterraneo in funzione dell'Europa.

(in collaborazione con Chiara Castri Volontaria di Servizio Civile)