Le buone prassi nei percorsi inclusivi dei cittadini migranti

Interventi: Pietro Caroleo, Direttore Promidea, Daniela Trapasso, Responsabile CIR Calabria, Cissokho Soungoutouba, Presidente Associazione Daan Sa Doole, Kalhid Elsheikh, Coordinatore InterLab, Francesco Pellegrino, Direttore Istituto Penale Minorile Catanzaro, Sandra Berardi, Associazione Interzone, Vincenzo Scalia, Ricercatore Universitario, Carla Baiocchi, Responsabile lotta  alla tratta, CDS – Focus, Vito Sama (nelle veci di Antonino Bonura, Dirigente settore Politiche Sociali Regione Calabria), Rosa D’Amelio, Assessore Regionale Politiche Sociali e Immigrazione Regione Campania, Ferdinando Aiello, Assessore Politiche Sociali Provincia di Cosenza.

Negli ultimi 10 anni la Calabria ha subito il passaggio da zona di transito a zona di residenza nel fenomeno dell’immigrazione. Ciò ha comportato problematiche nuove legate alla capacità di fornire assistenza  e servizi in campo di lavoro, alloggio, salute, tutela dell’identità culturale. La Bossi/Fini non ha fatto che aggravare una situazione già difficile, con una ulteriore precarizzazione della condizione di immigrato ad esempio ponendo il limite di un anno per il rinnovo del permesso di soggiorno, introducendo un concetto di permesso di soggiorno legato ad un contratto di lavoro ed interpretando il concetto di immigrazione in base a logiche repressive più che di accompagnamento.

Per queste ragioni occorre fare il punto sulle buone prassi che si sviluppano e delineare gli obbiettivi che le accomunano.

 

Daniela Trapasso, Responsabile CIR Calabria

L’immigrazione presenta diverse sfaccettature, in quanto diversi sono tra loro gli status di rifugiato o richiedente asilo ed immigrato. La diversità più evidente sta nell’impossibilità per i primi di pianificare lo spostamento e nel maggior carico di traumi e sofferenze che li caratterizzano.

Il CIR è presente in Calabria dal 1998, con sede a Badolato. Quella non fu una scelta casuale, ma conseguente allo sbarco proprio in quella zona nel 1998 di 900 immigrati.

 

Diversi progetti vengono portati avanti in collaborazione con la Regione: tra gli ultimi c’è la costituzione di borse lavoro riservate agli immigrati.

A Riace nasce il Programma Nazionale Asilo, il primo tentativo di strutturare un sistema di accoglienza  ed integrazione dei rifugiati coerente. Questa scelta trova la sua spiegazione in diversi fattori: la mancanza in Italia di una politica organica sull’asilo e di una politica di accoglienza. Tutto viene rimesso alla competenza ed all’azione di ONG, associazioni ed Enti Locali.

 

Sappiamo che finora non era possibile ottenere un contratto di lavoro per chi fosse in possesso di un permesso di soggiorno per asilo e di tempi di lavoro della Commissione per il rilascio erano molto lunghi. Ora, da ottobre, si assiste ad un adeguamento della normativa italiana sulla prima accoglienza alle disposizioni europee, quindi anche i richiedenti asilo presenti in Italia da più di 6 mesi possono lavorare.

Inoltre nei Centri di Identificazione sono state istituite le Commissioni Territoriali che dovrebbero esaminare le richieste d’asilo in modo più celere (in Calabria il centro più grande è quello di Sant’Anna che, a Crotone, divide il proprio spazio con il CPT).

In sintesi il problema sta tutto nel fatto che chi esce da questi centri con il riconoscimento della propria richiesta ha bisogno di assistenza nella ricerca di una casa e di un lavoro. Proprio a questo scopo sono state istituite le borse lavoro, grazie ai fondi messi a disposizione dalla Regione, in collaborazione con Promidea, Agorà di Crotone e Comune di Riace.

 

Cissokho Soungoutouba, Presidente Associazione Daan Sa Doole (associazione dei senegalesi in Calabria) e Presidente della Federazione delle associazioni degli immigrati Calabria

Negli ultimi tempi si assiste ad un forte miglioramento nei processi di integrazione degli immigrati, soprattutto grazie al progetto InterLab di Promidea.

Molto c’è ancora da fare soprattutto per l’emersione del lavoro nero, che si scontra troppo spesso con un errato approccio culturale proprio delle aziende. Gli immigrati sono quasi tutti lavoratori autonomi (le occupazioni più diffuse sono quelle di commercio ambulante, badante, agricoltore in cui sfruttamento e situazioni di vera e propria schiavitù sono assai frequenti), in quanto come dipendenti non riescono ad ottenere una reale politica di integrazione che riconosca loro gli stessi diritti di un lavoratore italiano.

Per quanto riguarda la scuola, il passaggio dalla prima alla seconda generazione comporta la necessità di lavorare con gli istituti per una integrazione reale anche a questo livello.

 

Khalid Elsheikh, coordinatore InterLab

Grazie al progetto InterLab,che nel 2005 ha contattato circa 3500 immigrati, ed al Por Sicurezza è stato da poco istituita la figura del mediatore culturale, per assicurare integrazione con il mondo della scuola, del lavoro, dei servizi sociali, della sanità. Ciò ha comportato: nella scuola un costruttivo confronto tra immigrati ed insegnanti; una corretta informazione nella società civile, dove prima le istituzioni non riuscivano a colloquiare con gli immigrati, grazie anche al lavoro svolto dagli stessi immigrati all’interno di diverse associazioni; un riconoscimento dei ruoli dei lavoratori immigrati; un incontro ad ottobre con gli immigrati lavoratori in nero ed un contatto con l’Ispettorato del Lavoro per l’emersione del sommerso.

 

Francesco Pellegrino, Direttore Istituto Penale Minorile Catanzaro

L’istituto penale minorile di Catanzaro è l’unica struttura che accoglie minori in esecuzione penale. Nell’ultimo anno la presenza di minori immigrati è aumentata del 70%, soprattutto a causa dei trasferimenti che avvengono dagli istituti del nord, che presentano forti problemi di sovraffollamento. Così ci si è dovuti aggiornare facendo ricorso soprattutto a sinergie con il territorio (ad esempio con Promidea è stato istituito un servizio di mediazione penale, culturale, linguistica). Naturalmente molti problemi derivano da vincoli di natura giuridica che spesso non consentono di portare a temine i progetti iniziati (es. scarcerazione), mentre molto si riesce a fare con i detenuti sottoposti a pene medio-lunghe.

Un esempio di una iniziativa andata a buon fine è la creazione di un CD musicale da parte di due ragazzi ospiti dell’istituto, grazie ad un progetto portato avanti dalla Cooperativa Interzona ed all’appoggio dell’Assessorato delle Politiche Sociali e Immigrazione di Cosenza.

 

Sandra Berardi, Associazione Interzone

Viene ribadita l’importanza fondamentale del ruolo degli operatori sociali all’interno di strutture detentive o comunità, per avvicinarle alla società civile.

 

Vincenzo Scalia, Ricercatore Universitario

Presentazione del libro “Migranti, devianti e cittadini. Uno studio sui processi di esclusione”

In Italia il numero di minori rinchiusi è relativamente basso: il 57% sono stranieri, di cui il 75-80% sono al nord, mentre al sud si assiste ad una crescita negli ultimi anni.

La spiegazione del fenomeno va ricercata soprattutto nel fatto che nel sistema penale del nostro paese a parità di reato un minore italiano ha più facilità nell’accedere alla sospensione della pena e all’istituto della messa alla prova, laddove l’immigrato può contare solo su una associazione che può proporsi per prestare le dovute garanzie.

Inoltre il 33% del sistema penale italiano è caratterizzato da immigrati adulti, di solito per reati di strada, che possono usufruire solo della difesa d’ufficio ed in genere costretti ad optare per il patteggiamento. Di minor numero sono i migranti in esecuzione esterna, che hanno scarso sostegno sul territorio e da parte delle associazioni.

Le soluzioni potrebbero risiedere innanzitutto in una diminuzione degli ostacoli legislativi all’integrazione e ad un mutamento della discriminazione culturale del migrante a monte, come ancora degli aggiustamenti nella legislazione penalistica come la depenalizzazione di reati minori.

Cambiamenti dovrebbero intervenire anche nella società civile con una maggiore attenzione delle associazioni italiane ai detenuti migranti e la predisposizioni di appositi percorsi di recupero.

 

Carla Baiocchi, Responsabile lotta  alla tratta, CDS – Focus

Dal 1958 quando la presenza era prevalentemente italiana, si è assistito negli anni '80 ad un arrivo massiccio di donne dalla Nigeria, dalla Polonia, dalla ex Jugoslavia, dall’Albania, e di transessuali provenienti dalla Colombia e dal Brasile. Oggi le ragazze sono in gran parte rumene, con qualche apertura recente alla Bulgaria e alla Moldavia.

Anche gli sfruttatori hanno cambiato atteggiamento. Mentre in passato soggiogavano le ragazze sottoponendole ad una drammatica violenza fisica e psicologica, oggi si assiste ad un diverso comportamento definito “collaborazione negoziata”. Piccole parti di guadagno sono lasciate alle prostitute e si assiste più raramente a brutali casi di violenza fisica, mentre quella psicologica sembra essere ancora molto diffusa.

Per risolvere il problema si è fatto più volte ricorso al concetto di “legalità”, intesa come necessità di autonomia lavorativa e abitativa e di integrazione nel tessuto sociale.

Naturalmente si tratta di un processo lungo e difficile, ma proprio l’assenza di legalità e la condizione di clandestinità sono state individuate come le principali cause del degrado e dello sfruttamento cui oggi assistiamo.

Occorre promuovere progetti che garantiscano un processo di integrazione, mediante l’accesso ai diritti di cittadinanza e la pianificazione di politiche abitative e lavorative. Insomma, pensare globalmente agendo localmente.

E' necessaria una profonda riflessione che coinvolga prostitute, associazioni, forze dell'ordine, enti regionali e locali, comunità e clienti, in grado di affrontare il problema senza pregiudizi e moralismi. L’aspetto penale del problema, con la possibilità  riconosciuta alle donne di accedere a percorsi di inclusione sociale mediante una denuncia preventiva, dovrebbe lasciare il passo ad un tipo di intervento esclusivamente sociale, nella riformulazione del progetto migratorio verso una condizione di legalità, che sia di tipo individuale, interdisciplinare e mutevole nel tempo, dopo, naturalmente, una buona accoglienza.

 

Vito Sama (nelle veci di Antonino Bonura, Dirigente settore Politiche Sociali Regione Calabria)

Da poco nella Regione Calabria si è provveduto ad una distinzione tra delega sull’immigrazione e delega sull’emigrazione: in questo modo si potrà realmente portare avanti buoni progetti di inclusione sociale, apertura e valorizzazione degli immigrati.

La Regione ha un compito di indirizzo delle azioni nei diversi settori ed un ruolo di comunicazione, funzioni che diventano più efficaci con una buona azione di monitoraggio alle spalle. Nel 2002, infatti, è stata affidata alla Regione stessa la gestione dell’immigrazione, ma si continua a percorrere una strada di sensibilizzazione anche degli Enti Locali e di una loro competenza di gestione e di intervento nel sociale.

Lavoro nero e professionalità. Con l’Associazione dei Comuni ed il terzo settore sono stati sperimentati dei processi di emersione. Da questo punto di vista è ottima l’idea delle borse lavoro, ma con la condizione che partecipino associazioni di categoria dei datori di lavoro, associazioni sindacali ed Enti Locali

Badanti. Si vuole restituire dignità professionale a questa figura attraverso l’istituzione di corsi specialistici nel settore dell’assistenza con successivi stage di lavoro.

Alfabetizzazione. La maggior parte degli immigrati presenta un livello di preparazione medio – alto, ma hanno difficoltà con la lingua. Tra il 2002 ed il 2004 è stato svolto un monitoraggio sui progetti presentati riguardanti questa tematica, che potevano essere efficaci, ma soffrivano di una forte limitazione territoriale. Quindi è in fase di programmazione un progetto con strumenti ed offerta formativa pari in tutto il territorio. In particolare è stato attuato un Protocollo d’Intesa  con l’Ufficio Scolastico Regionale per l’istituzione di 16 corsi su tutto il territorio con il rilascio del relativo attestato ed è stata costituita una banca dati.

 

Ferdinando Aiello, Assessore Politiche Sociali Provincia di Cosenza

Il Consiglio Provinciale dei Migranti nasce per partecipare al Consiglio Provinciale di Cosenza nella programmazione del bilancio dell’ente, attuando una reale partecipazione alla vita amministrativa.

Inoltre, a giorni, aprirà lo sportello dei migranti che sarà gestito esclusivamente da immigrati.

In Prefettura è stato chiesto il decentramento amministrativo delle procedure riguardanti i permessi di soggiorno per evitare errori e ritardi attualmente all’ordine del giorno, così come l’ampliamento della presenza di migranti negli istituti di pena non minorili.

A gennaio sarà inaugurato un centro di accoglienza per minori migranti istituzionalizzati che potranno essere seguiti anche dopo la scarcerazione.

 

Rosa D’Amelio,Assessore Regionale Politiche Sociali e Immigrazione Regione Campania

Da una mappatura delle povertà in Campania risulta che 147mila famiglie e 450mila persone vivono al di sotto della soglia di povertà. Nella finanziaria regionale 77 milioni di euro sono stati previsti come misura di assistenza insieme ad un pacchetto che comprende diritto di trasporto, scuola, autoimpiego, emersione del lavoro nero. Tuttavia non si è registrato un impegno del Governo nel blocco del reddito minimo di inserimento. La Campania fa ricorso unicamente alle risorse dell’Unione Europea per le misure straordinarie sulla povertà, ma si è bloccati sull’ordinario per mancanza di risorse.

Comunque è stato presentato il progetto Mira (progetto di mediazione culturale a cura di Gitis, associazione temporanea che comprende Alisei e Gesco, che interviene in ambiti quali il lavoro, gli alloggi, la sanità, la scuola, la tutela e la fruizione reale dei diritti attraverso corsi di aggiornamento, mediatori, sportelli informativi per i detenuti) e la Caritas di Napoli ha presentato il dossier nella regione, caratterizzata da una forte rete con il non profit.

In Campania sono presenti 130 000 immigrati regolari, a fronte di un numero triplo di irregolari, rivelandosi così come la regione che da sola accoglie la metà degli immigrati in tutto il Mezzogiorno. Quindi è stato costituito un polo contro le discriminazioni in cui trovano posto rappresentanti delle comunità di immigrati, esponenti del terzo settore e funzionari che partecipano ai tavoli di programmazione dei servizi a loro rivolti.

Altro dato da tenere a mente è che la metà degli irregolari sono donne: si cerca di creare un intreccio tra le misure per le pari opportunità e quelle per l’immigrazione. Anche in questo caso è stato istituito un corso per badanti sperimentale con riconoscimento del titolo di operatore socio-assistenziale a Salerno, progetto che si intende estendere in tutta la regione. La formazione delle immigrate viene intrecciata con quella delle donne che le ospitano consentendo di operare anche interventi di carattere culturale.

E’ poi in via di approvazione in Giunta la nuova legge sull’immigrazione che prevede: integrazione, trasversalità, diritto di accesso alle misure riservate agli immigrati (gli immigrati hanno diritto al reddito di cittadinanza e nella legge si fa anche cenno al diritto di voto nelle amministrative). Immigrati, inoltre, già lavorano nei Consigli Circoscrizionali di alcune delle Circoscrizioni di Napoli.

Infine saranno convocati gli assessori di tutte le Regioni del sud per la riprogrammazione dei finanziamenti europei previsti per il 2006 su welfare, piani sociali di zona, programmazione dei territori.

Chiara Castri Volontaria di Servizio Civile