Convegno "Crimini dimenticati - Prove tecniche di sterminio. L'eutanasia delle persone disabili durante il periodo nazista"
(Roma 24 gennaio 2006)
In preparazione del “giorno della memoria” dedicato al ricordo dell’olocausto e delle persecuzioni nei confronti del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti è stata presentata all’Auditorium di Roma un’iniziativa curata dall’ “Agenzia per La Vita Indipendente”. L’iniziativa “Crimini Dimenticati” ha come obbiettivo quello di ricordare che furono i disabili le prime vittime della persecuzione nazista. Persone le cui vite vennero considerate non degne di essere vissute e che furono eliminate secondo un programma che servì fra l’altro a sperimentare le tecniche dell’omicidio di massa, utilizzate nei campi di concentramento.
Dal giugno 1933 nei territori del Reich tedesco si iniziò a praticare la sterilizzazione sistematica dei cosiddetti Erbkranke, ossia individui affetti da malattia di tipo ereditario. Il passo successivo fu, nell’ottobre 1939, l’attivazione per ordine segreto del Führer del «Programma eutanasia», che prevedeva la soppressione dei malati psichici e dei disabili.
Il Prof. Von Cranach testimonia lo sterminio di 180000 pazienti psichiatrici tra il 1939 e il 1945, sottolineando che il programma “eutanasia”, o T4, fu il primo programma di sterminio di massa attuato nel periodo nazista. Attraverso una mostra egli rende nota la sua ricerca su ciò che accadde all’interno di tanti ospedali psichiatrici tedeschi in cui medici e infermieri eseguirono ordini nazisti. Trenta pannelli sui quali sono riportati documenti, sotto forma di foto e materiale epistolare che testimoniano inoltre anche l’ampia sperimentazione da parte dei medici su persone con disabilità. Il programma prese avvio nel ’39 e proseguì fino al ‘41, anno in cui venne sospeso dallo stesso Hitler, ma i disabili e i malati psichici continuarono a cadere vittime della cosiddetta Wilde Euthanasie (eutanasia selvaggia) esercitata per mezzo di privazioni di ogni genere e la somministrazione letale di medicinali.
I due psichiatri intervenuti al convegno fanno un ulteriore salto indietro nella storia per cercare di comprendere come sia potuto accadere che un disegno folle come quello Hitleriano abbia potuto trovare sostenitori e complici che ne favorissero la realizzazione. E così spiegano quale retroterra culturale abbia permesso tutto questo.
La professoressa Von Platen ci ricorda le teorie di matrice socio-darvinistica presenti nell’Europa del diciannovesimo secolo: fino alla fine dell’800 i malati di mente venivano presi e portati fuori dalla città in istituti nei quali potevano diventare invisibili. Queste persone mettevano paura, disgusto e incomprensione. Nel 1920, un periodo di estrema povertà in Germania, viene pubblicato un libro di uno psichiatra che ebbe ampia diffusione, nel quale si esortava l’ambiente medico a eliminare tutti coloro che non potevano essere curati, le cui vite “non erano degne di essere vissute” e che non essendo produttive, venivano considerate un costo per la società. Questo volume rappresenta per la professoressa il primo seme dell’olocausto. I nazionalsocialisti promettevano uno stato forte attraverso l’eliminazione degli elementi non sani, una visione nella quale il singolo individuo scompariva di fronte alla grandezza del popolo. Anche il professor Von Cranach sostiene l’importanza del singolo rispetto alla tendenza burocratizzante e spersonalizzante dell’istituzione, con particolare riferimento ad istituzioni totali come gli ospedali psichiatrici. Un altro aspetto sul quale si soffermano entrambi nel cercare di comprendere il passato è il senso di responsabilità dei medici. La professoressa von Platen, testimone al processo di Norimberga, asserisce che, esclusa l’insondabile follia di alcuni medici che non hanno mai rinnegato o messo in discussione le proprie azioni, per la maggior parte degli altri invece si trattava di una delega delle proprie responsabilità. Il riferimento è a coloro che durante il processo difendevano la propria innocenza asserendo di aver eseguito un ordine.
Silvia Cutrera, presidente dell’AVI e organizzatrice dell’evento, sostiene l’importanza della ricostruzione di una memoria storica dei disabili, evidenziando la carenza di studi in Italia sull’argomento tanto più importante nel momento in cui si prende coscienza che “è l’organizzazione della società che rende le persone andicappate”. Ileana Argentin in linea con la Cutrera afferma che rivendicare la propria storia significa rivendicare i propri diritti, perché l’uguaglianza non è nella persona ma nel diritto; per questo bisogna rivendicare una politica di pari opportunità e superare il pregiudizio.
“Ragionare sul passato e tenere ben aperti gli occhi nel presente” esorta il Professor Portelli che interviene alla conferenza informando le persone presenti che quella stessa mattina la camera ha approvato la legge sulla legittima difesa, che prevede la possibilità per i cittadini di usare le armi in casa per difendere se stessi o i propri beni.
Cecilia Noccioli Volontaria di Servizio Civile