Giornate studio di fine anno
A partire da sabato 26 novembre, la CDS ha organizzato alcune giornate di formazione e studio intorno ad alcuni temi fondamentali dell’intervento sociale, quali la condizione dei richiedenti asilo e dei rifugiati politici, la lotta alla tratta, la situazione dei minori non accompagnati, il disagio dei minori in famiglia, la “questione” Rom.
Ad oggi, si sono tenute le prime tre giornate. Il 20 dicembre si svolgerà il quarto incontro, centrato sulle problematiche dei minori all’interno del nucleo familiare.
In queste righe vorremmo evidenziare qual è il senso complessivo che cerchiamo di attribuire a questo breve percorso e gli elementi di interesse già emersi nelle tre prime discussioni.
Il primo aspetto da sottolineare è la non casualità del mettere insieme i temi citati, che nasce, al contrario, dalla constatazione più volte ribadita nelle discussioni interne all’associazione - dell’evidente vincolo tra questi argomenti dell’universo del “sociale”.
Il legame che unisce questi fenomeni li inserisce drammaticamente nel contesto dell’immigrazione globale, quasi come “meta - problemi”, o “problemi del problema dell’immigrazione”. Non è, infatti, pensabile, ad esempio, parlare correttamente del problema della tratta sessuale, se non si considerano con più precisione i percorsi dei flussi migratori e non ci si interroga sulle ragioni culturali, sociali e ambientali di tali spostamenti di massa. E ciò, evidentemente, vale anche per gli altri argomenti in discussione.
In altre parole, non è possibile frazionare in “segmenti di senso”, scomporre in questioni senza connessione le tematiche dei rifugiati o della prostituzione o dei minori non accompagnati, perché si tratta di sistemi che si intersecano e spesso si sovrappongono.
Ribadire questa connessione con i flussi migratori non esaurisce le motivazioni della discussione proposta, ma è utile per proporre altri interrogativi, che riguardano più piani, a seconda di ciò su cui si concentra lo sguardo.
L’idea di fondo, infatti, è quella di tenere aperto un canale di riflessione e di discussione intorno a temi fondamentali dell’intervento sociale, dove si misura l’efficacia delle politiche sociali e si confrontano - scontrano modelli culturali differenti. Infatti, in quanto “luoghi tipici” dell’intervento, questi settori costituiscono la cartina di tornasole della capacità di incidere delle politiche sociali stesse sui problemi ed, al contempo, il campo di applicazione e di integrazione di modelli culturali di intervento.
Dunque, chiedersi quale sia lo stato dell’arte sull’intervento sociale in questi ambiti, è il primo tassello per indagare sul complesso delle politiche sociali, gettando uno sguardo sulla loro (in)congruenza e (in)coerenza.
La domanda è, insomma, se esista o no un progetto politico unitario, che possa identificare l’esistenza di una politica sociale unica, o, alternativamente, si possa individuare un funzionamento multi-livello di vari tipi di politiche sociali stesse, talora complementari e talaltra in contrasto o non comunicanti fra loro.
All’interno di quest’ultima ipotesi, è certamente interessante comprendere quali possono essere i campi d’azione, lasciati liberi per il privato sociale, gli “interstizi” dove far passare un’idea di intervento differente, caratterizzato da una minore rigidità.
Inoltre, una discussione può servire ad evidenziare meglio l’atteggiamento di fondo, la piccola Weltanshauung personale degli stessi operatori sociali, “corredata” degli eventuali pregiudizi, delle eventuali lacune di conoscenza e le resistenze che ciascuno ha nel confrontarsi con modalità di azione differenti dalle proprie e, soprattutto, con la diversità in sé. Infatti, conoscere le “zone oscure” e contraddittorie della nostra capacità di accoglienza, può fornirci degli strumenti utili per osservare i nostri punti di crisi nella capacità di agire di ciascuno e mantenere aperti all’ascolto e alla modifica dei nostri atteggiamenti.
Infine, nell’ottica della partecipazione per la promozione dei diritti umani, considerata quale momento qualificante fondamentale della cittadinanza attiva, può costituire momento di arricchimento acquisire informazioni sull’universo dei problemi che deve affrontare una società complessa come la nostra. Per arrivare ad una scelta di condivisione, infatti, è cruciale affrontare le tematiche centrali su cui si gioca la possibilità di definire democratico il nostro sistema, valutandone le scelte e proponendo soluzioni alternative.
- A -
All’interno di questo percorso, abbiamo pensato di far partire la riflessione dall’analisi della situazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati. La ragione è da ricercarsi in una constatazione che è ritornata più volte nel corso delle discussioni proposte in sede di preparazione di questi incontri, mentre ci interrogavamo sul taglio da dare alle giornate di studio. Infatti, spesso è stata pronunciata la parola “invisibili” o “invisibilità”, riferendosi ai rifugiati ed alla loro condizione nel nostro paese. In qualche modo, potrei spingermi anche ad affermare che si è percepita una maggiore difficoltà ad articolare il confronto su questo tema che non su altri.
L’idea è che - almeno sotto certi aspetti - sussista un cono d’ombra sopra queste persone, che impedisca di metterne a fuoco con chiarezza e puntualità le problematiche e perfino di stimolare una riflessione sulle prospettive. Se è vero che le tematiche sociali rivestono un interesse piuttosto ridotto in genere, al di fuori della cerchia dei cosiddetti addetti ai lavori, ed anzi, talora, si può quasi avvertire un fastidio nei confronti dei “discorsi impegnati”, tanto più questa osservazione può avere una propria validità - quanto meno esemplificativa - per i richiedenti asilo.
E ciò perché la loro situazione è più sfuggente da localizzare, da intercettare, anche per molti operatori del sociale.
In effetti, si potrebbe affermare che i rifugiati soffrano di una specie di doppia invisibilità, o di doppia opacità, se si vuole utilizzare un termine meno enfatico: la prima concerne la loro storia passata, le ragioni per cui si sono dovuti allontanare contro la propria volontà dal paese di origine, la seconda, concernente il “qui ed ora” e le loro prospettive.
Per quanto concerne il primo punto, si può affermare che, spesso, anche tra persone piuttosto munite di strumenti di cultura professionale, si fatica ad avere una preparazione sufficiente sul problema; non si tratta solo di pigrizia intellettuale, ma anche di difficoltà nel ricevere informazioni sufficientemente complete. Per semplificare, per alcuni punti del mondo è più facile essere manichei e dire dove stanno i “buoni” ed i “cattivi” - la situazione curda, ad esempio. In altre è molto difficile questa sommaria identificazione – si pensi al Darfour, al Congo, al corno d’Africa. Insomma, in media, bisogna esser franchi, non se ne sa molto.
Ora, la fondamentale mancanza di conoscenza della situazione di origine, si riversa in una mutilazione ulteriore per il richiedente asilo, che non vede (ri)conosciuta la propria storia. Non bisogna dimenticare che si tratta di persone che arrivano da contesti talora lontanissimi dal nostro, e che anche da un punto di vista, per così dire, semiotico, sono per definizione in difficoltà ad orientarsi nel nostro contesto culturale. In tal senso vale quanto detto: se questo contesto di arrivo non fa uno sforzo di conoscenza nei confronti di chi viene qui, sul perché viene qui, l’ipotetico intervento di accoglienza ed integrazione già parte con un cortocircuito, che renderà difficili i successivi passi.
Il secondo genere di invisibilità, o di opacità, riguarda ciò che succede qui, in questo angolo di “Fortezza Europa”, una volta che il richiedente è giunto in Italia. Quello che vogliamo evidenziare è la difficoltà di una presa in carico delle persone, perchè necessitano - il discorso vale sempre, ma più che mai nel caso dei rifugiati - di progetti “multilivello” per affrontare la particolare complessità personale e sociale di cui sono portatori. Non si tratta di ragionare per categorie dell’intervento sociale – i tossicodipendenti, le prostitute, gli handicappati – ma di riconoscere il bisogno di un approccio al problema che tenga presenti tutte le componenti, in termini di sistema complesso.
In altre parole, occuparsi dei richiedenti necessita uno sforzo maggiore, verso il superamento dell’intervento standard proposto dai servizi e propone, inoltre, un’esigenza formativa in più.
In tal senso, il lavoro di rete, la capacità di integrare proficuamente le attività dei servizi coinvolti, spesso citata quasi come un “totem” dell’intervento sociale, diventa assolutamente necessaria, proprio perché i richiedenti ed i rifugiati sono portatori di bisogni complessi e su più fronti.
Quello che risulta, purtroppo, va in senso opposto. Due anni fa, la nostra associazione, con altre che si occupano del settore, tra cui il “Centro Astalli”, aveva infatti realizzato un progetto di monitoraggio sulla condizione dei richiedenti e dei rifugiati nell’area romana, da cui era stata ricavata una pubblicazione, “Storie di Diritti Negati”, con risultati piuttosto scoraggianti: dalle interviste campione risultavano una serie di disservizi piuttosto cospicua: dalla generale mancanza di informazione sui propri diritti, alle svariate notti all’addiaccio, alle file interminabili in Questura, fino alle attese di anni per la convocazione dinnanzi alla Commissione che decideva sulla domanda d’asilo.
Dunque, il mettere la questione “asilo politico” all’inizio di queste giornate è proprio al fine di sottolineare, quasi “enfatizzare” l’urgenza di questo problema.
In concreto, sussistono una serie di nodi problematici della questione “rifugiati”, che nel corso dell’incontro sono stati ribaditi in tutti gli interventi.
Il primo punto posto in luce, dal quale, con ogni probabilità, discendono molti degli altri problemi, è quello della mancanza, a tutt’oggi, in Italia, di una legge organica in materia di asilo e di rifugio. Siamo, infatti, l’unico paese dell’Unione europea che non ha ancora recepito le direttive che vanno nel senso di armonizzazione delle legislazioni sull’asilo, che renderanno i margini per le legislazioni nazionali su tale materia vincolati alla trasposizione degli strumenti normativi europei all’interno dei singoli sistemi nazionali.
Questa lacuna legislativa crea una serie di difficoltà nell’applicazione della Convenzione di Ginevra, il fondamento dei diritti in materia, creando notevoli disagi all’utenza, ma anche agli operatori del settore. A tutt’oggi, da noi la base della legislazione in materia di rifugio è composta da un unico articolo della legge Martelli, che è del 1990, e da un conseguente decreto attuativo. La stessa legge 189/02, la famigerata Bossi – Fini, di modifica alla normativa in materia di immigrazione e di rifugio, non contiene una riforma organica, ma ha introdotto alcune modifiche procedurali significative, poi recepite dal regolamento di attuazione del luglio del 2004, come l’introduzione del criterio del decentralizzazione del processo decisionale, tramite l’istituzione di commissioni territoriali competenti a valutare la domanda di rifugio.
La stessa figura giuridica dell’asilo, parzialmente differente da quella del rifugio per la maggiore ampiezza strutturale che la caratterizza, e che trova il proprio principio generale posto nella nostra Costituzione all’art. 10, comma 3, non ha avuto sbocco, finora, in una norma attuativa che la recepisca.
Questo mancato assetto normativo si riverbera in un equivoco di fondo, dato proprio dal non considerare le persone che giungono in Italia nella loro individualità e dignità, ma nel ritenerli tutti “semplici immigrati”, sottintendendo in questa definizione un problema d’ordine pubblico da gestire in maniera repressiva, applicandogli automaticamente il trattamento stabilito per questa tipologia di persone, negando la drammatica specificità della situazione di partenza, da cui fuggono.
Un altro aspetto che è necessario prendere in considerazione, riguarda l’analisi complessiva delle politiche di integrazione messe in opera qui da noi. Già prima della Bossi – Fini, nel 2001, in mancanza di politiche organiche sull’asilo e di un sistema di accoglienza, protezione ed integrazione, l’ACNUR, il ministero degli Interni e l’ANCI avevano ideato il Programma Nazionale Asilo, finanziato dall’otto per mille e dal Fondo Europeo per i Rifugiati della Commissione Europea. Con questo programma si ponevano in modo esplicito tre obiettivi: costruire una rete nazionale di accoglienza ed assistenza, favorire l’integrazione dei rifugiati, predisporre un piano nazionale per il rimpatrio volontario. Il PNA è stato poi recepito nella Bossi – Fini, che ha istituito Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.
L’idea alla base doveva essere quella della messa in rete dei progetti dislocati in tutto il territorio nazionale, creando sinergie e contatti, sperimentando un modello di integrazione. Si deve dire, sotto tale riguardo, che esistono pareri molto differenti sul funzionamento del Sistema di protezione, che vanno dall’encomio sperticato all’insulto; sarebbe forse – invece - il caso di cercare di analizzare, senza schieramenti ideologici precostituiti, che cosa abbia funzionato e cosa no di questo sistema, perché potrebbe essere esemplare delle buone e delle cattive prassi delle politiche e degli interventi nel sociale.
Un ulteriore punto di crisi esplorato durante l’incontro, riguarda la situazione dei richiedenti asilo, nel concreto dei problemi del quotidiano. Infatti, durante tutto il percorso per il riconoscimento ed anche successivamente, queste persone incontrano una moltitudine di difficoltà, che ostacolano vistosamente il cammino verso l’integrazione.
Ad esempio, si può citare il problema dell’accoglienza nelle fasi iniziali, che presenta dei profili che assumono anche rilevanza costituzionale.
La nuova normativa, infatti, prevede l’istituzione di Centri di identificazione, dove dovrebbe essere trattenuta la quasi totalità dei richiedenti, in attesa della decisione sulla domanda. Inoltre, numerosi richiedenti asilo finiscono nei Centri di Permanenza Temporanea – Ponte Galeria, per intenderci – dove dovrebbero essere trattenuti gli stranieri irregolarmente presenti sul territorio, in attesa del rimpatrio. Anche qui non mi addentrerò nella spiegazione dei meccanismi di (mal)funzionamento, ma mi preme sottolineare un profilo che attiene più direttamente alla tutela dei diritti.
Infatti, la presenza dei richiedenti presso questi Centri, che sono già di per sé strutture molto discutibili, sembra essere decisamente una forzatura. Ed in ogni caso – si tratti di CdI o CPT – il “trattenimento”, sia pur limitato nel tempo, delle persone all’interno di queste strutture sembra configurare una forma di detenzione amministrativa difficilmente giustificabile. La nostra Costituzione, infatti, prevede che una persona possa subire una restrizione della propria libertà personale soltanto per aver commesso un’azione perseguibile penalmente. La presenza irregolare sul nostro territorio, invece, si configura come un semplice illecito amministrativo.
È ipotizzabile, dunque, che i CdI ed i CPT corrispondano ad una logica di controllo, quali funzioni di un tentativo di proporre “calmieri” dell’allarme sociale provocato dalla massiccia presenza di immigrati sul nostro territorio. Si potrebbe parlare quasi di una forma nuova di istituzione totale, che agisce anche a livello simbolico. Questo perché il numero degli stranieri irregolarmente presenti sul territorio è infinitamente superiore a quello dei posti disponibili all’interno di queste strutture. Si potrebbe azzardare che i Centri agiscano in qualità di “catalizzatori sociali”, che si riempiono e si svuotano di categorie umane, gruppi etnici, a seconda del fatto che in un determinato momento siano identificati come pericoli sociali per la collettività (in questo momento, ad esempio, gli arabi ed i rom).
Se in questo calderone finiscono anche i richiedenti asilo – e ci finiscono - è evidente che qualcosa non funziona nel nostro sistema di accoglienza ed aiuto per loro, un blocco che impedisce il riconoscimento della specificità del problema di chi è fuggito dal proprio paese per ragioni politiche.
In sostanza, si è affermato che la gestione dei centri di prima accoglienza non è dignitosa, i luoghi sono insufficienti come numero e come strutture per gestire l’emergenza che quotidianamente si presenta; al loro interno si vive una situazione di detenzione forzata e di promiscuità che non tiene conto della drammaticità delle situazioni vissute da chi fugge da situazioni di forte disagio, luoghi in cui quotidianamente si offende la dignità della persona.
- B -
La seconda giornata di studio, avente ad oggetto la prostituzione e la tratta, ha ricevuto un’impostazione diversa, con un taglio più “dialettico” in relazione agli interventi, ed è idealmente impostata in due sezioni diverse. La prima, articolata proprio sul confronto tra idee differenti sul fenomeno, da cui discendono anche soluzioni di principio alternative; la seconda, centrata sull’intento di dar voce ad alcuni attori dell’universo in discussione, in modo da far attingere informazioni dirette dagli stessi, ascoltando esperienze in modo non stereotipo.
Gli interventi hanno sottolineato i differenti piani d’approccio, frutto di diversi livelli di percezione sociale e di molteplici atteggiamenti legislativi.
Del resto, la prostituzione in sé è un fenomeno che appare strutturato “ontologicamente” per essere di “scandalo”. Infatti, si tratta di un “territorio” che – in genere - provoca una specie di cortocircuito di senso in un campo fondamentale del comportamento, ovvero il campo della manifestazione della sessualità. Questo perché la svincola, almeno unilateralmente, non soltanto dall’affettività, dal sentimento, ma dalle regole stesse dell’attrazione, della seduzione e del corteggiamento. Questa innegabile peculiarità, le attribuisce uno status antropologico variabile, che va dallo stigma – invero assai più spesso – alla valorizzazione come esercizio di libertà.
La prostituzione, nella definizione classica di prestazione sessuale in cambio di denaro, riceve, dunque, giudizi diversi da un punto di vista etico, che non possono essere trascurati nell’impostare una discussione, anche perché si tratta di giudizi di valore che poi si riversano nei singoli sistemi normativi di ciascun paese, dandogli un’impronta forte.
In tal senso, si possono individuare quattro orientamenti normativi generali, che prendono in considerazione il fenomeno:
1) Modello Proibizionista: è l’atteggiamento più diffuso, che considera la prostituzione come un crimine e prevede sanzioni contro le prostitute e/ o contro i clienti e che caratterizza paesi con culture ed orientamenti politici anche molto distanti (Cuba, Turchia, Svezia);
2) Modello Regolamentarista Classico: il sistema vigente in Italia, precedentemente all’entrata in vigore della legge Merlin che, considerando la prostituzione un problema di ordine pubblico e d’igiene, mirava a definire uno status sociale delle prostitute mediante la concessione di un tesserino identificativo e vincolava ad alcuni luoghi l’esercizio della professione;
3) Modello Abolizionista: la prostituzione è vista come una forma di schiavitù da cui la donna deve essere in qualche modo liberata; senza addentrarsi nello specifico degli articoli che compongono la legge Merlin, esempio, sia pur compromissorio, di tale orientamento, sì è comunque convenuto che si sia trattato di un tentativo di affrontare il problema;
4) Neoregolamentarismo: è un atteggiamento che, rifacendosi all'esperienza olandese, ma anche a quella tedesca, individua delle zone dove concentrare l’esercizio della prostituzione. Si parla, in questi casi, di zoning, un tentativo di conciliare le esigenze di ordine pubblico con quelle della tutela dei diritti.
Nell’impostazione della giornata, si è partiti dal considerare la prostituzione come un fenomeno profondamente cambiato negli ultimi venti anni, da quando, ovvero, le sex workers sono divenute essenzialmente straniere, soppiantando, anche nell’immaginario collettivo le tradizionali prostitute italiane. Bocca di Rosa o la graziosa di Via del Campo, cantate da De Andrè, non ci sono più, o sono residuali, o, quanto meno, nascoste, velate dalla dolente massa umana che viene dall’Est Europa, dall’Africa Occidentale e dall’America Latina. Questo mutamento della prostituzione, avvenuto a partire dagli anni ottanta, e che ha visto protagoniste e vittime successive ondate di persone provenienti da svarianti punti del globo, richiama, dunque, la necessità della riflessione sui modi e le ragioni dell’immigrazione nel nostro paese.
Ci si intende riferire, sotto tale aspetto, anche all’intreccio esiziale tra prostituzione e tratta, intesa quest’ultima quale “modalità pervertita” del processo migratorio, e ciò nel senso che i due fenomeni sono due insiemi che si sovrappongono, ma non coincidono. La tratta a scopo sessuale, così com’è stata definita da più parti, configura un crimine, una vera e propria forma di schiavitù, dalle manifestazioni, talora, piuttosto subdole. In questo campo, si deve parlare più correttamente di persone “prostituite”, che non accedono al sex work liberamente, ma perché costrette, con la violenza, il ricatto, la minaccia. Laddove per prostituzione in senso classico si intende l’attività di chi, per libera scelta, decide di dare prestazioni sessuali in cambio di denaro. Vale forse appena la fatica di ricordare che, per il nostro Stato, il prostituirsi non costituisce un reato, ma, bensì, lo sfruttamento di chi si prostituisce. Certamente, poi, ci si deve domandare quanto si sia liberi di scegliere, quando non si vive in condizioni ambientali ed economiche adeguate, ma questo è un altro discorso.
Se è vero, comunque, che è cambiato il volto della prostituzione, si può affermare che anche gli sfruttatori abbiano cambiato – parzialmente - atteggiamento. Mentre in passato soggiogavano le ragazze sottoponendole ad una drammatica violenza fisica e psicologica, oggi si assiste ad un diverso comportamento definito “collaborazione negoziata”. Piccole parti di guadagno sono lasciate alle prostitute e si assiste meno diffusamente a brutali casi di violenza fisica, mentre quella psicologica sembra essere ancora molto diffusa.
Nel corso della discussione, dunque, sono inevitabilmente emersi punti di vista differenziati nella lettura del fenomeno, alcuni “distinguo”, comunque utili per procedere nella discussione.
Come già detto, infatti, la discussione sul tema prostituzione è resa complessa dal giudizio etico che se ne dà di fondo: prostituzione come disvalore, come libera manifestazione della propria capacità di scelta, come reificazione del corpo, come forma di ribellione al sesso istituzionalizzato etc…
In ogni caso, le ragioni di complessità non si esauriscono in questo punto. E ciò perchè questa “parte” dell’immigrazione si interseca e si intreccia anche con il nodo, innegabilmente non sciolto, del rapporto tra i generi, della relazione tra maschile e femminile e della sperequazione nella distribuzione del potere tra uomo e donna. Questa intersezione tra immigrazione e differenza di genere, ha reso la riflessione sull’argomento particolarmente accesa e non priva di picchi polemici.
Durante la giornata è stata, infatti, introdotta una riflessione sulla condizione della donna, in quanto soggetto di diritto, nonché sulla percezione sociale della donna. È stato intrapreso un breve viaggio nella storia della prostituzione e nella storia del diritto.
Da questo excursus, è emersa una storia della sottomissione della donna, collegata all’introduzione del concetto di “patriarcato”, individuato come passaggio fondamentale scardinante del precedente ruolo centrale del femminile; all’interno di questa ridefinizione dei ruoli sociali, la prostituzione avrebbe costituito, nel tempo, una funzione regolatrice ed individuante importante.
A questo fattore, nei secoli sarebbero seguiti profondi condizionamenti culturali, accompagnati dalla creazione di un immaginario della sessualità maschile dominante, che ha subordinato quello delle donne.
Secondo questa impostazione, una corretta negoziazione tra i sessi dovrebbe riuscire a far emergere i lati femminili ed a renderli in una società prettamente maschile, partendo da un processo di rialfabetizzazione dei sentimenti.
A questa visione del fenomeno “prostituzione”, comunque apprezzabile per l’accento che pone sulla visibilità e la valorizzazione del “femminile” all’interno delle dinamiche sociali, è stata rimproverata, per altri versanti, una sottovalutazione dell’importanza della libertà di scelta da parte delle persone ed un collegamento eccessivamente rigido tra prostituzione ed immaginario maschile. Esistono, infatti, comitati per la tutela dei diritti delle prostitute, che non pongono in dubbio la dignità in sé della prostituzione come lavoro e come valorizzazione dell’autonomia di genere e come opportunità di autoaffermazione.
In quest’ottica, gli “attori” stessi del processo prostituzionale vengono ridefiniti secondo altri punti di riferimento: anche il cliente viene visto sotto una diversa luce, così rappresentando una opportunità per le ragazze, poiché si porrebbe come soggetto non giudicate, che offre un modello maschile sul territorio diverso da quello degli sfruttatori.
Inoltre, a volte, nel caso della tratta, i clienti si fanno promotori dell’uscita dalla vita di strada delle ragazze.
Le differenze di valutazione emerse, si sono ovviamente riproposte anche nella parte degli interventi volti ad illustrare e a “difendere” i diversi modi praticabili nella lotta alla tratta.
Una riflessione sulla lotta alla tratta non ha potuto prescindere da una breve analisi sulle modalità di funzionamento dei progetti di aiuto istituzionali, in attuazione dell’art. 18 della legge sull’immigrazione, che prevede un meccanismo di regolarizzazione per gli stranieri vittime di sfruttamento, presenti sul nostro territorio.
Il modo stesso in cui viene attuato il percorso di aiuto e reinserimento delle persone vittime di tratta segnala, infatti, aspetti importanti del nostro modello culturale di riferimento, ed evidenzia alcuni punti critici dell’intervento nell’ambito del disagio sociale.
Come noto, per poter accedere al percorso di reinserimento sociale, la persona vittima di sfruttamento sessuale in pratica deve denunciare chi l’ha posta nello stato di soggezione. Verificata l’attendibilità delle dichiarazioni, viene rilasciato dal PM un parere favorevole al rilascio del PdS per protezione sociale, convertibile in PdS per lavoro, al termine di un progetto di sostegno concordato con il Servizio Sociale del Comune.
L’accesso al PdS è dunque condizionato ad un atto iniziale configurabile come notizia criminis, e si esplicita come un sistema premiale, che sana il vizio originario della presenza irregolare dello straniero sul territorio. E ciò, anche se, in realtà, l’articolo 18 non preveda l’accesso alla regolarizzazione come rigidamente connesso ad un atto formale di denuncia.
È stato, dunque, sottolineato come, da un lato, la norma rappresenti una importante opportunità per iniziare un percorso di fuoriuscita, perché prevede la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno e di essere inseriti in un programma di sostegno; dall’altro, nell’attuazione pratica, però, si mira più al contrasto criminale dello sfruttamento che al sostegno della donna vittima.
Spesso l’appoggio fornito alla vittima è misurato in base all’apporto dato alla repressione dell’attività criminale; sarebbe forse più sensato, tenendo anche conto del fatto che la collaborazione è maggiore in una condizione di fiducia - condizione che si instaura soltanto con il tempo - ipotizzare diversi percorsi e tempi di applicazione della legge.
Sulla base di ciò, è stata pertanto proposta un’ipotesi di perfettibilità della legge che preveda un intervento più mirato ad aiutare le donne che desiderano uscire dalla condizione di sottomissione.
Accanto alla riflessione sulla base normativa esistente, la discussione è proseguita, per così dire, de jure condendo, con accenti e soluzioni alternative, se non in effettivo contrasto.
Sotto un profilo, definibile come neo – proibizionistico, è stato enfatizzato il ruolo negativo del cliente nella sussistenza del meccanismo di riproducibilità dell’assoggettamento di chi si prostituisce.
In quest’ottica si è ricordato che il cliente non è in alcun modo sanzionabile, né dal punto di vista amministrativo, né da quello penale: quindi il nostro ordinamento non assume una posizione né favorevole, né sfavorevole.
Partendo da questo presupposto si sono definiti alcuni dati base su cui impostare il discorso:
- la prostituzione è per il 95% femminile e infantile, e molto pesanti sono le sanzioni verso il reato di sfruttamento;
- la prostituzione “libera” è un fenomeno residuale e lo sfruttamento si realizza attraverso la violenza e, anche se adesso abbiamo visto essersi affermata questa forma di sfruttamento “negoziato”, questa avviene comunque in un clima di pesante violenza psicologica.
A sostegno, invece, di tesi identificabili come “neoregolamentariste”, si è affermato che, per risolvere il problema, è necessario agganciarsi al concetto di “legalità”, intesa come necessità di autonomia lavorativa e abitativa e di integrazione nel tessuto sociale.
Naturalmente si tratta di un processo lungo, lento e difficile, ma, con ogni probabilità, proprio l’assenza di legalità e la condizione di clandestinità possono individuarsi come le principali cause del degrado e dello sfruttamento cui oggi assistiamo.
Sempre in quest’angolo di visuale, è stata ribadita la necessità di promuovere progetti che garantiscano l’accesso ai diritti di cittadinanza e di pianificare politiche abitative e lavorative. Insomma, secondo un’affermazione icastica, “pensare globalmente agendo localmente”.
In tal senso, la proposta di un “modello di zona” , che preveda l'istituzione di zone protette per togliere la prostituzione dalla strada, per controllare meglio gli aspetti legati alla salute e per circoscrivere la lotta agli sfruttatori, può essere un punto di partenza, anche se andrebbe ben individuato un quartiere a bassa conflittualità sociale.
E' stata ribadita, quindi, la inevitabilità di una profonda riflessione sul tema, che coinvolga prostitute, associazioni, forze dell'ordine, enti regionali e locali, comunità e clienti, in grado di affrontare il problema senza pregiudizi e moralismi.
- C -
La terza giornata di studi ha avuto inizio con la descrizione del progetto “Methis” della CdS insistente nell’area di Fiumicino, che ha così introdotto l’argomento “minori non accompagnati”, sottolineando il difficile approccio al problema, per la delicata condizione psicologica in cui si trovano i minori che giungono in aeroporto.
Il progetto “Methis” si occupa, infatti, di assistere i minori che risultino non accompagnati al loro arrivo in aeroporto, di stabilire un primo contatto e, ove possibile, di aiutarli ad affrontare meglio il passaggio tra l’arrivo in un paese sconosciuto ed il trasferimento nei Centri di prima accoglienza, dove sono indirizzati dopo che la polizia aeroportuale li ha registrati.
Il progetto Methis prevede, inoltre, tra le sue attività:
- un laboratorio interculturale nelle scuole;
- corsi di lingua italiana per stranieri;
- un corso di arabo (nel Comune di Fiumicino è molto forte la presenza d’immigrati di lingua araba) per minori di II° generazione per offrire uno strumento che li aiuti a non perdere la propria cultura d’origine;
- la possibilità di frequentare corsi d’italiano per le famiglie di minori che frequentano istituti scolastici nel territorio di Fiumicino;
- uno sportello d’informazione sui servizi del territorio al cittadino.
A seguire, si sono tenuti alcuni interventi, centrati sull’analisi del grado di coerenza delle scelte di politica sociale concernenti il problema dei minori non accompagnati. Si può affermare, in tal senso, che si sono confrontate posizioni più attente alla tutela dell’ordine pubblico, con altre più centrate sulla tutela dei diritti, in una dialettica, peraltro, non priva di interesse.
Preliminarmente, per una più puntuale impostazione della questione, è stata individuata una definizione formale ed una sostanziale di minore straniero non accompagnato.
a) Per quanto riguarda la prima, in base al Regolamento del Comitato per i Minori Stranieri si può definire minore straniero non accompagnato, presente nel territorio dello Stato, il minore non avente cittadinanza italiana o di altri stati dell’U.E., che non avendo presentato domanda di asilo, si trova in Italia privo di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano.
b) Per quanto concerne la seconda, è enucleabile dalla descrizione delle ragioni per cui il minore straniero giunge nel nostro paese.
Nello specifico, quattro sono le motivazioni individuate che spingono generalmente un minore ad intraprendere un viaggio verso un altro paese:
Successivamente, sono stati enucleati i nodi critici delle politiche che affrontano l’argomento.
In particolare, nella prima delle due prospettive sopra enunciate, centrata sulle ragioni dell’ordine pubblico e della sicurezza statale, il tema centrale è consistito nell’esplorazione delle criticità concernenti il concetto d’inespellibilità del minore, che verrebbe applicato senza indagare sulle motivazioni che lo hanno portato nel nostro paese, principio affermato nella legge sull'immigrazione n. 40/1998.
Il principio presenterebbe alcuni limiti, come nel caso della prostituzione minorile, fenomeno molto radicato, che potrebbe - in qualche modo - essere incentivato dal fatto che se questi minori vengono individuati non possono essere espulsi, divenendo così ancora più appetibili per le organizzazioni criminali. Le possibilità di aiuto previste dall’Art. 18 sono, peraltro, applicabili solo a soggetti maggiorenni. Perciò, l’interrogativo conseguente è sul tipo di alternativa convincente proponibile a chi sa che, comunque, non è espellibile dal paese.
L’altro punto enfatizzato da questa posizione concerne una lettura della convenzione internazionale dei diritti del fanciullo ove è sancito il diritto per il minore ad essere ricongiunto alla famiglia d’origine e che rientri nel suo paese.
Soltanto qualora ciò non fosse possibile, per condizioni socio-politiche poco favorevoli o per la non rintracciabilità della famiglia, bisognerebbe mettere in atto una serie di azioni e di servizi efficaci, che evitino il proliferare di casi di devianza.
Tuttavia, per quanto riguarda l’efficacia delle azioni e degli strumenti di inclusione posti in essere, si sarebbe riscontrato uno scarso utilizzo dei centri previsti per l’accoglienza, perché spesso i minori hanno aspettative, soprattutto economiche, diverse da quello proposte dalle strutture sociali.
Altro problema sollevato, nella stessa direzione, concerne la necessità che i minori, inseriti in una struttura che in qualche modo li ha seguiti fino al raggiungimento della maggiore età, siano, una volta arrivati al diciottesimo anno, sostenuti mediante azioni mirate, anche per non disperdere l’investimento economico ed emotivo fatto su di loro.
Nella prospettiva dell’attenzione alla tutela dei diritti, è stata proposta una riflessione critica sulla mancanza di una politica organica sui minori non accompagnati.
Riflessione che deriva anche da singole esperienze di collaborazione professionale con i Centri di prima accoglienza.
I ragazzi, quando giungono in Italia, vengono dislocati in questi centri, nei quali la permanenza, normalmente non dura più di due giorni. E’ necessario interrogarsi sul perché avvengono così tante fughe da un luogo che, almeno in teoria dovrebbe essere un punto di riferimento e di sostegno materiale.
Bisognerebbe forse chiedersi se, per alcuni di questi minori, non sia meglio rimanere nella clandestinità piuttosto che essere inseriti in un centro che comunque al compimento della maggiore età dovrà espellerli, in mancanza del compimento di un processo di analisi della loro situazione che si concluda o con il rimpatrio assistito o con il provvedimento “di non luogo a provvedere” da parte del Comitato Minori Stranieri, l’organo esecutivo cardine delle politiche in tema.
In particolare, infatti, si è evidenziato come molti dei casi sottoposti all’attenzione del Comitato si concludano con una sostanziale non decisione, nel senso che i ragazzi giungono al compimento della maggiore età, senza che tale organo sia riuscito a decidere sul loro eventuale rimpatrio o meno, così rendendoli, di fatto, dei neo – irregolari al compimento della maggiore età.
Sotto un altro riguardo, il nodo critico dell’atteggiamento istituzionale, riguarda gli strumenti di tutela attivati nel lasso di tempo che intercorre tra la decisione di far ricorso della formula del rimpatrio assistito o del non luogo a procedere: il nostro sistema permette al minore di usufruire di un permesso di soggiorno per “minore età”, che ne regolarizza automaticamente la posizione. In tal modo si tampona la necessità della tutela del minore, ma, in sostanza, si procrastina soltanto il problema, che si pone comunque al raggiungimento del diciottesimo anno di età.
Con la legge Bossi- Fini, inoltre, si prevede la possibilità di chiedere la conversione del permesso di soggiorno in permesso per motivi di lavoro o di studio se:
- si è in Italia da almeno 3 anni(quindi da quando si è minori di 15 anni);
- si è stati per due anni in una struttura di assistenza, aderendo ad un progetto di integrazione civile e sociale, gestito da enti pubblici o privati iscritti in un apposito registro;
- si ha un contratto di lavoro;
- si ha una disponibilità abitativa.
Questa legge, che rappresenta un’effettiva possibilità di regolamentazione, presenta però, diversi limiti, perché con essa si rischia di abbassare l’età degli spostamenti migratori gestiti dalle associazioni malavitose, o di escludere dalle opportunità che essa prevede tutti i maggiori di quindici anni.
Fondamentale è invece garantire un percorso continuativo di assistenza che, prima di tutto, rispetti la dignità individuale e che realmente permetta un percorso d’integrazione.
Si è, inoltre, discusso anche delle criticità dell’istituto del “rimpatrio assistito”, sulla cui applicazione sono emersi diversi punti di vista.
Quello che dovrebbe essere, infatti, uno strumento di tutela per il minore che gli permetta di ricongiungersi alla sua famiglia o comunque, di ritornare nel paese a lui familiare, appare talvolta come una sorta di espulsione “mascherata”, che con la motivazione ufficiale di favorire il minore, lo rispedisce nella condizione di difficoltà da cui era fuggito, senza l’effettiva attuazione di un programma di sostegno e di reinserimento, contrariamente a quanto previsto sulla carta.
Il minore non accompagnato è, infatti, un soggetto che ha alle spalle un disagio estremo, così gravoso da far sì che si mettesse in moto verso un paese estero.
Assunto il principio che il futuro del minore investe di una responsabilità globale, così come stabilito nella Convenzione di New York, dove è considerato cittadino universale, che ha diritto ad una serie di tutele e garanzie, come è possibile, allora, rimpatriare dei minori sulle cui condizioni future, una volta ritornati nel loro paese d’origine, non si ha nessun tipo di garanzia?
Sotto tale aspetto, sarebbe francamente auspicabile, quanto meno, la generalizzazione della prassi di creare protocolli di intesa con i singoli paesi, ai fini della valutazione sulla fattibilità concreta del rimpatrio assistito, perchè sia realmente a favore del minore.
E ciò perché, in caso inverso, sembrerebbe quasi che l’onere finanziario di mantenimento del minore, che spetta agli enti locali, può portare, per salvaguardare esigenze di bilancio, a risolvere il problema attuando questi cosiddetti rimpatri mascherati, che privilegino ragioni di “economicità”.
È stata denunciata, infine, la mancanza di un programma nazionale unitario per l’accoglienza, che uniformi gli standard delle prestazioni e crei una rete di intervento che non lasci isolati i singoli progetti di aiuto, sostegno ed inserimento.
Inoltre, tra i problemi concreti della presenza dei minori stranieri sul nostro territorio, sono stati menzionati i cosiddetti “casi Dublino”.
Il trattato di Dublino disciplina le richieste d’asilo che vengono effettuate quando il minore giunge in un paese diverso da quello di nascita, e stabilisce che la richiesta non possa essere ripetuta in un paese diverso dal primo in cui si è effettuata la prima domanda.
Per quanto concerne tale questione, sono stati rilevati alcuni limiti della gestione attuale.
L’accoglienza degli operatori deve essere tempestiva. Spesso, invece, questi vengono contattati dopo che il minore è gia stato portato nel centro d’accoglienza, vanificando così la funzione dell’operatore che s’inserisce in una fase già avanzata del processo d’integrazione iniziale del minore.
Inoltre molti di questi minori decidono di non restare in Italia, ma di dirigersi verso altri paesi. Qualora abbiano fatto domanda d’asilo in Italia, non appena le autorità competenti rilevino la loro presenza in altre nazioni, vengono rimandati in Italia con una procedura a decorrenza immediata, e quindi nuovamente sradicati, senza tener conto del fatto che, nel frattempo, può essere avvenuta una qualche forma d'integrazione.
È necessario, dunque, prestare più attenzione alle prime azioni che si effettuano all’arrivo di questi minori, perché la non conoscenza della lingua e lo spaesamento in cui si trovano possono indurli in errori.
In tal senso, l’accoglienza e la mediazione sono due condizioni fondamentali che permettono al minore di ambientarsi.
Da un punto di vista strettamente metodologico, le tre giornate fin qui proposte hanno cercato di affrontare gli argomenti affiancando – ove possibile - i singoli interventi ad una discussione articolata in gruppi di lavoro, centrati sull’approfondimento di singoli nuclei tematici emersi.
Per quanto concerne la prima giornata, ad esempio, le questioni concernenti il diritto di rifugio ed asilo sono state raccolte in tre gruppi, che hanno ragionato, rispettivamente:
a) sui problemi dell’integrazione;
b) sulla “Fortezza Europa”;
c) sulla mancanza di una legge organica in materia.
L’impostazione della discussione in questo modo ha permesso di ottenere un duplice vantaggio: quello di poter enucleare ed approfondire al contempo singoli nodi delle tematiche, rendendo più agile lo studio, e di consentire, al contempo, interventi più liberi e collettivi da parte di tutti i partecipanti alle giornate. La “circolarità gestita” della comunicazione che ne deriva, apre le singole tematiche ad un ulteriore arricchimento di senso.
Il progetto in corso, quindi, è quello di raccogliere la sfida di complessità che comporta affrontare queste problematiche, nello sforzo di ascoltare punti di vista differenti e proporre risposte aperte, non pigre e - magari - sollevare altri interrogativi.
L’invito è, dunque, a continuare a partecipare, e a discutere insieme.