Che ne sarà della tutela ambientale? Uno sguardo alla COP22 di Marrakech

17/11/2016 di Redazione
Che ne sarà della tutela ambientale? Uno sguardo alla COP22 di Marrakech

L'espressione "sviluppo sostenibile" è entrata nel linguaggio comune a partire dal Rapporto "Il nostro comune futuro" elaborato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo sostenibile. La definizione offerta, di sviluppo che coniughi gli imperativi della crescita economica con quelli della protezione ambientale, è la seguente: "sviluppo che soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i loro". Tali orientamenti verranno poi consacrati a livello internazionale nella Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel giugno '92. L'emergere di una coscienza ambientale, necessaria a contrastare i crescenti rischi globali sembrava l'unica strada percorribile in quanto un ambiente deteriorato costituisce un ostacolo allo sviluppo stesso. Tuttavia l'obbligo a carico soltanto dei paesi sviluppati, che consisteva nella riduzione entro il 2000, delle emissioni di gas serra ai livelli del 1990, non è stato rispettato. Secondo i dati dell'UNFCC, tale obiettivo di stabilizzazione è stato raggiunto, infatti le emissioni dei gas serra dei 32 paesi soggetti all'obbligo di riduzione (Paesi industrializzati, inclusi i Paesi dell'Est Europeo e la Russia) sono diminuite dal 1990 al 2000 del 3%. Il raggiungimento di questo risultato è stato dovuto però alla recessione che ha colpito i paesi dell'Est europeo dopo la fine dei regimi socialisti. Al contrario, i paesi industrializzati hanno aumentato, nel periodo considerato, le loro emissioni dell'8%.
Dopo lunghi e difficili negoziati si è arrivati al Protocollo di Kyoto (10 dicembre 1997), il cui ambito di applicazione è ristretto a sei gas responsabili del cambiamento climatico e definisce gli obblighi di riduzione delle emissioni di tali gas per ciascun paese sviluppato. Le riduzioni previste, che ammontano nel complesso al 5,2%, sono quantificate come quote percentuali rispetto ai livelli di emissione del 1990 e dovevano essere attuate nel periodo 2008-2012, clausola quest'ultima fortemente contestata dal movimento no-global e dalle Ong del settore. Per i Paesi in via di sviluppo, inclusi Paesi emergenti quali India e Cina, il Protocollo di Kyoto non prevedeva obblighi nonostante fosse noto che la Cina si apprestava ad diventare il maggior Paese inquinatore al mondo. Soltanto nel 2001 è stata possibile l'entrata in vigore del Protocollo, per assicurarsi la disponibilità a ratificare di Russia, Giappone e Canada l'obiettivo fissato delle emissioni nocive veniva ridimensionato all'1,5% (dal 5,2% previsto inizialmente); inoltre il cambio amministrazione alla Casa Bianca, da Clinton a Bush, vanificò ogni tentativo di responsabilizzare gli USA rispetto al pericolo dello stato ambientale globale, infatti ritirò la firma e non fu mai ratificato, iniziando contestualmente una campagna di boicottaggio. La riflessione sulla passata presa di posizione statunitense a guida repubblicana, nei confronti degli obblighi internazionali di tutela ambientale, è senz'altro uno scheletro nell'armadio che il neopresidente Trump, si appresta a rispolverare, seppur a parole. Infatti tra i punti programmatici della sua campagna elettorale emergeva un ardito scetticismo nei confronti degli obblighi assunti a Parigi, lo scorso dicembre durante la COP21 sui cambiamenti climatici.
Il 7 novembre si è aperta a Marrakech la ventiduesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop22), alla quale parteciperanno fino al 18 novembre più di 20mila persone, in rappresentanza di 196 stati e centinaia di imprese, Ong, associazioni di scienziati, enti locali, popolazioni autoctone e sindacati.
A poco meno di un anno di distanza dalla Cop 21 di Parigi, la principale sfida che hanno di fronte le delegazioni che per due settimane lavoreranno in Marocco è di riuscire a rendere operativo l'Accordo siglato in Francia, entrato in vigore il 4 novembre. Nella capitale transalpina si firmò infatti un testo nel quale è stata indicata la "traiettoria" che il Pianeta dovrà seguire se vorrà limitare i danni derivanti dai cambiamenti climatici. In particolare, occorrerà riuscire a mantenere la crescita della temperatura media globale sulle terre emerse e sulla superficie degli oceani ad un massimo di +2 gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali. "Proseguendo gli sforzi per rimanere il più possibile vicino agli 1,5 gradi", si specificò. Staremo a vedere. L'evoluzione del diritto internazionale ambientale non è una narrazione gloriosa.