Aspettando Godot

08/06/2017 di Redazione
Aspettando Godot

Se non fosse tragica, la vicenda del patrimonio pubblico romano, del suo uso e della sua gestione, sarebbe comica. Tra poche settimane, la Giunta Raggi compirà il suo primo anno al governo della città: in un anno intero, non un solo provvedimento, non un fatto concreto, non una presa di posizione definitiva è arrivata da questa nuova Giunta a 5 Stelle, per dare un minimo senso o significato alle troppe parole dette al vento.
Per mesi, ad ogni mobilitazione, ad ogni emergenza, ad ogni nuovo sgombero, la Giunta e i Consiglieri hanno risposto che l'unico strumento di risoluzione definitiva di questa tragicomica vicenda del patrimonio pubblico poteva (e doveva) essere un nuovo Regolamento sulle concessioni. Decide Roma si è sempre, costantemente dichiarata pronta ad un confronto pubblico, democratico e partecipato, che affrontasse i nodi fondamentali di questa nuova regolamentazione, sulla base dei principi definiti ormai troppi mesi fa nella Carta di Roma Comune: i principi dei beni comuni urbani. La proposta di avviare un vero e proprio laboratorio sui beni comuni urbani, condiviso tra la città e l'amministrazione, è costantemente caduta nel vuoto. Gli Assessori e i Consiglieri dei Movimento 5 Stelle si sono rifiutati, sistematicamente, di avviare qualunque percorso di partecipazione, perfino di minima trasparenza, venendo meno alle promesse di volta in volta fatte e preferendo discutere con le burocrazie amministrative dei dipartimenti - gli unici soggetti che, a quanto pare, governano davvero questa città. La Sindaca Virginia Raggi, dal canto suo, ha invece preferito ignorare il problema, evitando con cura di prendere parola su questo tema. Nel frattempo, del fantomatico Regolamento non c'è neppure l'ombra. La VII Commissione Capitolina, che dovrebbe occuparsi quasi solo di questo tema, non si convoca da mesi, al contrario di tutte le altre Commissioni: perché proprio su questo tema gli efficientissimi Consiglieri a 5 Stelle si rivelano fannulloni?
In particolare, era il 10 marzo quando Decide Roma, con tanti spazi sociali e tante associazioni della città, ha riempito piazza del Campidoglio per rivendicare il pieno riconoscimento dei laboratori di autogestione, autogoverno e associazionismo minacciati da sgomberi e richieste economiche esorbitanti quanto ingiustificate. Nell'incontro che ne è seguito, il 18 marzo, diversi rappresentanti della Giunta e dell'Assemblea capitolina (il Vicesindaco Luca Bergamo, gli Assessori Andrea Mazzillo e Laura Baldassarre, la presidente della VII Commissione Valentina Vivarelli Consigliere Capitolino M5S, il presidente dell'Assemblea Capitolina Marcello De Vito, il consigliere Pietro Calabrese M5S Consigliere Roma Capitale) hanno garantito che la presentazione del nuovo Regolamento sarebbe stata imminente (all'epoca si parlava di tre settimane al massimo), e che sarebbero state accolte le esigenze espresse delle realtà sociali e di base. Stiamo ancora aspettando.
Nel frattempo, però, i colpi di mano non si sono fermati: il più grave è quello che - come è noto - ha coinvolto il Rialto. A pochi giorni dal corteo di 10mila persone che il 6 maggio scorso ha di nuovo portato in piazza la rivendicazione Roma Non Si Vende, la Giunta Raggi ha sgomberato la sede del Forum Acqua Pubblica, salvo pubblicare la notte prima un inedito (e inutile) "avviso pubblico" destinato a chi era stato appena sgomberato: oltra al danno, la beffa!
A dare uno scossone ad una politica inerte non è bastato neanche il "ravvedimento" della Corte dei Conti, che con le prime sentenze ha sconfessato il Procuratore Patti facendo cadere proprio quell'accusa il danno erariale che - a detta degli stessi Assessori - rappresentava il più grave e complicato dei problemi da affrontare. La Giunta ha preferito continuare a perdere tempo, rifiutandosi di assumere compiti e responsabilità politiche verso questo pezzo di città, riconoscendo solo formalmente la ricchezza dell'autogoverno e della partecipazione ma nei fatti negando qualsiasi effettivo spazio di confronto e di decisione.
Che fine ha fatto il fantomatico Regolamento? Quali spazi di partecipazione prevedono la Giunta e i Consiglieri per la sua definizione? Una consultazione online o qualcosa di più serio, reale, democratico? E ancora: perché non vengono ancora ritirate tutte le richieste di sgomberi e di arretrati visto che non sussistono i presupposti? Il tempo scorre e noi ci prepariamo alla seconda estate d'emergenza, esposti alle scorribande dei vigili-sceriffo, all'eccesso di zelo auto-cautelativo del Dipartimento Patrimonio, al muro di gomma della Giunta e dei Consiglieri.
Eppure principi della città solidale sono chiari e noti a tutti, definiti in un percorso aperto e pubblico e fissati nella Carta di Roma Comune: no all'ideologia del bando pubblico; riconoscimento dell'uso comune degli spazi pubblici e dunque di beni comuni urbani; promozione della partecipazione della cittadinanza anche in modalità informali; valorizzazione delle esperienze storiche nei territori; radicale ripensamento del rapporto burocratico tra Amministrazione e cittadinanza attiva. Elementi di semplice buon senso, che - come abbiamo ripetuto fino allo sfinimento, come continueremo a ripetere - sono alla base delle regolamentazioni di più di 100 città in Italia. La stessa Virginia Raggi proponeva esattamente un modello di questo tipo, quando era ancora Consigliera di opposizione, durante la Giunta Marino: che cosa è cambiato?
Chi oggi governa Roma sembra incapace di rispondere alle più elementari e incontrovertibili argomentazioni, discutendone alla luce del sole: si preferisce, piuttosto, chiudersi nelle stanze dei Dipartimenti, con la forza di un mandato elettorale ormai palesemente sconfessato e tradito nella sostanza e nei suoi più importanti contenuti. E a fronte di questa sordità e di questo arroccamento, c'è da sperare che la proposta non consista un Regolamento pessimo: fatto di cavilli amministrativi incomprensibili, obblighi concessori inaffrontabili, garanzie economiche esose, modelli di bando assolutamente competitivi, delega di tutto il potere discrezionale alle burocrazie dipartimentali, nessuna garanzia reale e duratura per le esperienze sociali e culturali esistenti… La battaglia per i beni comuni, a Roma, è una battaglia fondamentale, non solo per garantire la salvaguardia di quelle esperienze territoriali, sociali e culturali, associative e autogestite che - sole - per anni hanno provato a rendere migliore questa città, ma anche e soprattutto per riuscire a tenere aperto, con le unghie e con i denti, uno spazio di democrazia dal basso e di partecipazione reale, contro chi oggi ripropone i modelli stantii della delega in bianco, di una rappresentanza tutta formale, di un decisionismo autoritario, di una burocratizzazione legalitaria delle scelte politiche.