Cos’è cambiato nel 2017 per i migranti

10/11/2017 di Redazione
Cos’è cambiato nel 2017 per i migranti

Nel 2017 il Governo italiano e l'Unione europea hanno affrontato la questione dei flussi migratori cercando di stringere degli accordi con le autorità libiche. Questa strategia ha suscitato diverse preoccupazioni a causa delle continue notizie di violazione dei diritti umani a danno dei migranti che provengono proprio dai centri di detenzione in Libia. Per i primi mesi dell'anno la tendenza degli sbarchi ha rispecchiato quella dell'anno precedente; diverso il discorso per i dati relativi all'estate, dove si è registrata una netta flessione.

L'Italia si è impegnata finanziariamente e operativamente per supportare il governo libico nel controllo delle frontiere terrestri e marine, in modo da favorire il trasferimento dei migranti nei "centri di accoglienza", per poi rimpatriarli nei paesi di origine. Inoltre l'Italia dovrebbe svolgere un'attività di formazione per la Guardia costiera libica, per la quale sono previsti anche degli investimenti. Ma di fatto questo scenario potrebbe innescare una politica dei respingimenti che viene esternalizzata a carico delle autorità libiche (evitando in questo modo eventuali condanne dell'Italia da parte dei tribunali dell'Ue).

La situazione è complicata dalla debolezza del governo libico che, nonostante sia stato riconosciuto a livello internazionale come interlocutore privilegiato, continua a non avere il controllo del territorio ed è insidiato in particolare dal generale Haftar. I "centri di accoglienza" si sono trasformati in centri di detenzione dove si consumano violenze disumane, che coinvolgono uomini e soprattutto donne. Nonostante questa situazione sia ormai nota al Governo italiano, non c'è stato comunque nessun tentativo di cambiare l'approccio a questa politica.

L'attuale quadro suscita molta preoccupazione. I salvataggi in mare vengono effettuati prevalentemente dalla navi partite dalla Libia, che hanno ormai superato i limiti delle acque territoriali; le navi delle Ong, invece, non intervengono più in quella zona a causa delle scarse condizioni di sicurezza e della contrazione dell'indipendenza. Inoltre non c'è alcuna certezza che queste persone vengano portate effettivamente in un porto sicuro, dal  momento in cui vengono trasferite in questi centri di detenzione dove violenze e abusi sono all'ordine del giorno.