
Nei primi 10 mesi successivi alla sua elezione, avvenuta l’8 maggio dello scorso anno, Papa Leone XIV è apparso spesso silenzioso su questioni delicate, parlando con cautela per placare le tensioni sia all’interno del mondo cattolico che con i leader mondiali al di fuori di esso. Nelle ultime settimane, un energetico Leone XIV ha impresso una svolta al suo pontificato e ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, partendo da una premessa teologica che scardina secoli di “dottrina della guerra giusta” e arrivando a condannare apertamente la guerra di Stati Uniti e Israele conto l’Iran.
La storia del cattolicesimo è piena di “guerre giuste”: crociate, guerre di religione, benedizioni di cannoni. Questa dottrina esiste, e ha una storia e una tradizione antichissime. Nei secoli, a partire da sant’Agostino che visse tra il IV e il V secolo d.C., la “dottrina della guerra giusta” è stata spesso manipolata per giustificare anche guerre di aggressione e di conquista. Ma soprattutto a partire dal Ventesimo secolo la dottrina si è codificata in una maniera stringente. Secondo il catechismo della Chiesa cattolica – cioè secondo la versione ufficiale dei princìpi del cattolicesimo – la guerra è legittima soltanto quando è difensiva, è la risposta a un danno “durevole, grave e certo” e quando “tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci”. Inoltre, la guerra non deve provocare “mali e disordini più gravi del male da eliminare”. Lo stesso Agostino aveva sostenuto che una “guerra giusta” fosse affare dello Stato. Poteva essere giustificata se combattuta con la “retta intenzione” e con l’obiettivo di ristabilire la pace. Il condottiero che intraprende una guerra dovrebbe essere come un giudice cristiano; gli innocenti dovrebbero essere protetti; le azioni motivate da vendetta, ira o avidità invalidano qualsiasi pretesa di giustizia. I criteri stabiliti da Agostino e dai pensatori che lo seguirono rimangono i principi guida del diritto internazionale privato.
L’amministrazione Trump ha cercato di infondere alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran – per la quale non ha presentato argomentazioni coerenti e consistenti a favore della giustizia del conflitto – una connotazione di militanza cristiana, appellandosi alla “dottrina della guerra giusta”. Durante un evento del gruppo conservatore Turning Point USA presso l’Università della Georgia il 14 aprile .il vice-presidente JD Vance ha chiesto: “Quando il Papa afferma che Dio non è mai dalla parte di chi brandisce la spada, ci si riferisce a una tradizione millenaria di teoria della guerra giusta. Come si può affermare che Dio non è mai dalla parte di chi brandisce la spada?” Ha citato l’esempio delle truppe statunitensi che liberarono la Francia dai nazisti e i prigionieri dai campi di concentramento. “Credo sia molto, molto importante che il Papa sia cauto quando parla di questioni teologiche”, ha detto Vance. “Se si vuole esprimere un’opinione su questioni teologiche, bisogna essere prudenti”.
In un’intervista rilasciata al Catholic Standard a marzo, il cardinale Robert McElroy di Washington DC ha affermato che l’attacco statunitense e israeliano all’Iran non ha soddisfatto i criteri della “guerra giusta”. “Non si può soddisfare il criterio della retta intenzione, previsto dalla tradizione della guerra giusta, se non si ha un’intenzione chiara”, ha dichiarato il cardinale.
Il vescovo James Massa, presidente della commissione dottrinale della Conferenza episcopale statunitense, è intervenuto a nome dei vescovi cattolici americani per chiarire che le osservazioni di Leone non riguardavano l'”opinione” del papa, bensì l’insegnamento cattolico contenuto nel catechismo, la raccolta della dottrina della Chiesa. “Da oltre mille anni, la Chiesa cattolica insegna la teoria della guerra giusta, ed è a questa lunga tradizione che il Santo Padre fa riferimento con attenzione nei suoi commenti sulla guerra”, ha affermato Massa. “Un principio costante di quella tradizione millenaria è che una nazione può legittimamente impugnare la spada solo ‘per legittima difesa, una volta falliti tutti gli sforzi di pace’. Ovvero, per essere una guerra giusta, deve essere una difesa contro un altro che conduce attivamente una guerra, come ha effettivamente affermato il Santo Padre: ‘Egli non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra’”.
Il Papa sostiene che il cristianesimo debba avere il coraggio di dire che il “Dio guerriero” è morto. Quello che molti sovranisti invocano sui propri cannoni o missili – il Dio del “Gott mit uns” – è, per Leone XIV, un idolo proiettato dall’umanità incapace di sostenere la rivelazione di un amore senza violenza. In una serie di interventi del mese scorso, Leone ha affermato che l’insegnamento di Cristo rifiuta la guerra e che, inoltre, “Egli non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le respinge”.
Questa posizione è emersa con forza durante la veglia di pace a San Pietro, dove il Pontefice ha denunciato la “illusione di onnipotenza” che alimenta il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Per Leone XIV, la pace non è debolezza, ma una forma esigente di forza interiore. Il primo papa nato negli Stati Uniti ha affermato: “Persino il santo nome di Dio, il Dio della vita, viene trascinato in discorsi di morte”. Rivolgendosi ai leader mondiali che decidono di entrare in guerra, Leone XIV ha affermato: “A loro gridiamo: fermatevi! È tempo di pace! Sedetevi al tavolo del dialogo e della mediazione, non al tavolo dove si pianifica il riarmo e si decidono azioni mortali”. Il perdono, lungi dall’essere complicità con l’ingiustizia, è l’unica rivoluzione antropologica capace di spezzare la catena della vendetta. Definendo la guerra una “blasfemia”, il Papa afferma che ogni uccisione profana l’immagine di Dio presente sia nella vittima che nel carnefice. “Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’ostentazione del potere! Basta con la guerra! La vera forza si dimostra servendo la vita”, ha aggiunto.
La posizione di Leone XIV sulla pace non è una semplice strategia diplomatica, ma una “conversione dello sguardo” radicale. Per il Pontefice, la pace è la sola arma del Vangelo (il Nuovo Testamento e non la Bibbia, ossia il Vecchio Testamento del “Dio vendicatore” a cui fanno riferimento, oltre agli ultrasionisti religiosi ebraici che vogliono realizzare il progetto del “Grande Israele” dal Nilo all’Eufrate, i “sionisti cristiani”, cioè i protestanti evangelici “born again” statunitensi reazionari che appoggiano il suprematismo genocidiario di Israele e leggono la Bibbia alla lettera), non un’opzione tra le altre, ma l’unica forza capace di spezzare la catena della vendetta.
La reazione della Casa Bianca alle posizioni papali è stata senza precedenti per violenza e toni. Donald Trump ha utilizzato i social media (Truth) per sferrare attacchi personali, definendo Leone XIV “WEAK (debole) sul crimine” e “terribile per la politica estera”. Il linguaggio di Trump – dominato da termini come “LOSER” (perdente) e “LANDSLIDE” (a valanga) – riflette la mentalità della “manosphere” (maschiosfera), dove la mitezza evangelica è vista come un difetto fatale.
Trump è arrivato a suggerire che l’elezione di Prevost sia stata una manovra della Chiesa per gestire i rapporti con lui, intimandogli di “fare il Papa e non il politico”. Il Presidente, forte del 59% dei voti cattolici ottenuti nel 2024, percepisce il messaggio del Pontefice su X e sui media come un’invasione di campo nel suo dominio comunicativo. Lo scontro si è inasprito quando Trump – che ha minacciato di distruggere un’intera civiltà e di bombardare l’Iran fino a riportarlo all’età della pietra – ha pubblicato immagini generate dall’IA che lo ritraggono come un Messia o un Cristo redentore, cercando di monopolizzare il simbolismo religioso per giustificare la propria agenda militare imperialista.
La risposta del Papa, pur senza nominare direttamente il Presidente, è stata durissima. Durante la veglia di pace a San Pietro, ha denunciato quella “illusione di onnipotenza” che rende i leader aggressivi e imprevedibili. Per Leone XIV, la vera forza non sta nell’esibizione muscolare o nel “primato della forza”, ma nel servizio alla vita e nella capacità di non restituire il colpo.
Paradossalmente, l’origine statunitense di Leone XIV lo rende un avversario più temibile per Trump. Conoscendo dall’interno il linguaggio e le dinamiche della politica statunitense, Leone XIV non può essere liquidato come una voce “lontana” o “estranea”. La sua fermezza, definita una “mitezza ostinata”, è diventata la sua forma più efficace di potere, trasformando gli attacchi personali di Trump in un megafono per il messaggio evangelico di pace.
La vera questione in ballo è chi ha il diritto di definire il significato morale del potere negli Stati Uniti. Trump e Vance usano un linguaggio religioso per rafforzare la sovranità, la gerarchia e l’autorità esecutiva. Papa Leone usa la teologia per giudicare la guerra, difendere la dignità della persona e ricordare alle società democratiche che la legge morale è al di sopra delle maggioranze e della forza. Ecco perché questa disputa appare più aspra di una normale lite politica. È una lotta tra nazionalismo cristiano e universalismo cattolico, tra una teologia strumentalizzata dallo Stato e una teologia che insiste nel giudicare lo Stato.
Secondo gli esperti, l’auto-rappresentazione di Donald Trump come Gesù Cristo e la disputa con Papa Leone XIV potrebbero ritorcersi contro di lui e il Partito Repubblicano nelle elezioni di metà mandato, con alcuni gruppi cristiani, recentemente offesi, pronti a svolgere un ruolo di primo piano nelle principali competizioni elettorali negli Stati Uniti. Ma è assai probabile che il sostegno a Trump tra gli evangelici bianchi e i nazionalisti cristiani durerà. Sono semplicemente più conservatori dei cattolici. Sono fortemente concentrati nel sud, quindi derivano dal tipo di storia del sud degli Stati Uniti, per cui sono più motivati dal razzismo. È soprattutto la retorica anti-immigrazione e anti-islam che sta alimentando il movimento MAGA. E il rovescio della medaglia di questa retorica anti-islam e anti-immigrazione è la visione positiva della destra di un’America bianca e cristiana.
Gli attacchi di Trump a Papa Leone XIII potrebbero non essere rilevanti per quella base evangelica bianca, ma è probabile che questi cristiani abbiano un peso minore rispetto ad altri nelle elezioni di Midterm. Gli evangelici bianchi, forse a eccezione di Georgia e Carolina del Nord, non aiuteranno poi molto il Partito Repubblicano alle elezioni di medio termine, perché la maggior parte di loro è concentrata in Stati e distretti repubblicani piuttosto sicuri. Sono fortemente concentrati nel Sud, dove Repubblicani vinceranno comunque. Invece, i gruppi religiosi più numerosi negli Stati e nei distretti più competitivi sono i cattolici. I cattolici bianchi, in particolare, potrebbero avere un ruolo determinante nelle elezioni di medio termine. La maggioranza di loro ha votato per Trump nel 2024 – i cattolici ispanici tendevano a sostenere Harris – il che significa che una perdita del loro sostegno potrebbe influenzare le competizioni elettorali più combattute. E purtroppo per il Partito Repubblicano, i cattolici bianchi sono sovrarappresentati in diversi Stati in bilico, dove ci sono seggi che oscillano tra Repubblicani e Democratici. I cattolici bianchi costituiscono il 12% della popolazione nazionale, ma in Pennsylvania rappresentano il 18%, nel Wisconsin il 22%, e sono sovrarappresentati anche in Michigan. In questi distretti più competitivi e negli Stati in bilico, se i Repubblicani perdono 10 punti tra gli evangelici bianchi, potrebbero riuscire a superare la situazione. Se invece perdono 10 punti tra i cattolici bianchi, in molte elezioni di metà mandato saranno sconfitti.
Leone XIV non attacca solo la persona di Trump, ma l’intera infrastruttura simbolica del movimento MAGA che unisce paure e risentimenti in chiave identitaria e anti-democratica. Il Trumpismo opera come una grammatica pubblica che unifica risentimenti identitari sotto la logica del “noi contro loro”. Poggia sulla nostalgia vendicativa di un passato d’ordine e sull’uso della religione come identità civile per fortificare i confini nazionali. A questo si aggiunge l’influenza del “Prosperity Gospel” (Vangelo della prosperità), predicato da figure come Paula White (consigliere spirituale della Casa Bianca), che eleva la ricchezza a criterio di salvezza.
Il Papa vede in questa alleanza tra potere politico e integralismo religioso una “corruzione del meglio”. Mentre J.D. Vance (il cui nuovo libro autocelebrativo tratta della sua conversione al cattolicesimo nel 2019) e l’amministrazione Trump invocano l’ordo amoris (ordine dell’amore) per giustificare una gerarchia di obblighi che mette la nazione prima dei migranti, Leone XIV risponde con la parabola del Buon Samaritano: il vero amore cristiano non restringe la preoccupazione morale, ma la universalizza. Difende l’universalismo cattolico: la responsabilità del cristiano non si limita alla propria nazione, ma è rivolta a ogni essere umano, specialmente al migrante e al vulnerabile. Mentre Vance ha invitato il Papa a limitarsi alla “moralità” privata, Leone XIV ha ribadito che le implicazioni etiche della politica, della migrazione e della guerra sono il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa.
Inoltre, il Papa contesta l’uso del Salmo 144 (“Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla battaglia”) fatto dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth per definire la guerra in Iran una “guerra santa” condotta “nel nome di Gesù Cristo”. Hegseth ha persino paragonato il salvataggio di un pilota di un F-15 abbattuto con termini che riecheggiavano la resurrezione di Gesù. Nelle sue conferenze stampa ha usato citazioni bibliche che in realtà si sono rivelate essere tratte dal film Pulp Fiction di Quentin Tarantino, mentre ha letteralmente tatuaggi delle Crociate su tutti i suoi pettorali.
Per Leone XIV, chi usa il nome di Dio per benedire i cannoni trascina il sacro “in ciò che vi è di più sporco e tenebroso”. Ha definito questa postura una “blasfemia”. Le sue parole sono nette: “Dio non benedice alcun conflitto” e guai a chi trascina ciò che è santo “in ciò che vi è di più sporco e tenebroso” per fini economici o politici. Il Papa contesta l’idea di un “Dio guerriero”, sostenendo che per i cristiani quel dio è morto sulla croce e che risorto, al terzo giorno, è solo l’amore. Ha sostenuto che coloro che pregano “sono consapevoli dei propri limiti. Non uccidono né minacciano di morte. La morte, invece, rende schiavi coloro che hanno voltato le spalle al Dio vivente, trasformando se stessi e il proprio potere in un idolo muto, cieco e sordo, al quale sacrificano ogni valore, pretendendo che il mondo intero si inginocchi.
Il viaggio di Leone XIV in Camerun, e in particolare la tappa a Bamenda, è diventato il palcoscenico mondiale di questa resistenza. In una regione martoriata da anni di violenza, il Papa ha definito i poveri “la luce del mondo” e ha denunciato un “mondo a rovescio” dove si investono miliardi in armi mentre mancano risorse per educare e guarire. Le sue parole sui “signori della guerra” (un chiaro richiamo alla canzone di protesta politica di Bob Dylan “Masters of war” del 1963, colonna sonora della generazione degli anni ’60 che si batteva contro la guerra in Vietnam: “Vi nascondete nei vostri palazzi mentre il sangue dei giovani fluisce dai loro corpi ed è sepolto nel fango”) che distruggono in un attimo ciò che richiede una vita per essere ricostruito sono state lette come un attacco diretto alla dottrina della superiorità militare statunitense.
Definendo l’attuale assetto mondiale come dominato da un “manipolo di tiranni” che profana l’immagine di Dio ogni volta che giustifica un conflitto, il Papa ha chiesto una “inversione a U” nelle coscienze oneste. La sua mitezza, lungi dal ridimensionarlo sotto pressione, è diventata il suo megafono più potente. Leone XIV non si difende dagli insulti di Washington; attraversa il conflitto usando la sua ostinata mitezza come forza d’urto.
Un ulteriore livello dello scontro riguarda il rapporto con gli oligarchi delle Big Tech californiane, come Peter Thiel (un cattolico convertito) o Elon Musk. Questi attori cercano di ridurre la religione a uno strumento ideologico per realizzare una società post-democratica e oligarchica. Thiel ha definito Leone XIV un “Papa woke” perché si occupa di pace e di regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale, temi che saranno al centro di una prossima enciclica che diverse fonti suggeriscono possa intitolarsi “Magnifica Humanitas” (Umanità Magnifica) e che molti definiscono la “Rerum Novarum dell’era digitale” (dovrebbe essere pubblicata il 15 maggio 2026, in coincidenza con l’anniversario della storica enciclica sociale di Leone XIII).
I neoreazionari del Dark Enlightenment (Illuminismo scuro), ispirandosi a Carl Schmitt, vorrebbero una Chiesa schierata a difesa del regime neoliberista in crisi. Leone XIV, invece, rifiuta di essere il cappellano della restaurazione di un capitalismo oligarchico. Egli propone una “teologia della pace” che non è un’opinione tra le altre, ma la conseguenza necessaria dell’annuncio “Dio è amore”. Il Papa ha espresso preoccupazione per figure come Peter Thiel o Elon Musk, che promuovono visioni “post-liberali” o transumaniste. Contesta l’idea che la tecnologia possa salvare l’umanità dai suoi limiti morali. Per lui, delegare la giustizia o la pace a un codice informatico è un atto di “idolatria moderna”.
Secondo i documenti e i discorsi preparatori, la prima enciclica di Leone XiV si concentrerà sulla necessità di una nuova “ecologia dell’intelligenza”:
Il Pontefice propone che il Vaticano non sia solo un osservatore etico, ma un attore che spinge per trattati internazionali vincolanti. L’enciclica suggerirà che le Big Tech debbano rispondere del proprio operato non solo agli azionisti, ma al bene comune dell’umanità, pagando tasse eque e garantendo la trasparenza dei propri codici. In sintesi, per Leone XIV l’algoretica è la nuova frontiera della Dottrina Sociale della Chiesa: una battaglia per impedire che il futuro sia scritto esclusivamente da pochi miliardari.
In definitiva, Leone XIV si sta configurando come il profeta di cui un mondo “ubriaco di armi” e di iper sviluppo tecnologico digitale ha disperatamente bisogno. Il suo scontro con Donald Trump non è una polemica elettorale, ma una lotta per l’anima del cristianesimo e della democrazia. Il Papa agostiniano, tornando idealmente alle rovine di Ippona, ricorda che la città di Dio non può coincidere con la città terrena dei nazionalismi.
Mentre Trump chiede al Papa di “fare il Papa”, Leone XIV risponde esercitando proprio la funzione suprema del suo ministero: giudicare il potere terreno alla luce di una legge morale superiore. Per Leone XIV, la responsabilità non è solo rispondere delle proprie azioni , ma “prendersi cura del peso delle cose”, specialmente della sofferenza dei vulnerabili. In questo scenario, la pace rimane l’unica via credibile, l’unica arma che – se impugnata con coraggio – può davvero spezzare il cerchio della violenza globale.
Sulla pace e sullo stop al riarmo ci sono ampi punti di convergenza delle posizioni di Leone XIV con le istanze storiche e attuali della sinistra pacifista e progressista, sebbene il Pontefice fondi la sua critica su basi teologiche anziché puramente politico-ideologiche.
La sinistra ha guardato con estremo interesse all’elezione di Prevost, vedendo nel suo magistero una risposta alla crisi globale e una difesa dei principi di giustizia sociale. I principali punti di contatto includono:
Nonostante la sintonia su questi temi, il rapporto non è privo di attriti:
In sintesi, Leone XIV può essere percepito come un alleato strategico della sinistra nella lotta contro il nazionalismo cristiano e il trumpismo, pur rimanendo ancorato a una dottrina sociale che sfugge alle categorie politiche tradizionali.
Un tema di confronto positivo tra Leone XIV e la sinistra sarà sicuramente quello dell’algoretica che per il Pontefice non è una teoria astratta, ma uno strumento di difesa per i nuovi “scarti” della società digitale. Nel suo pensiero, la giustizia sociale oggi passa necessariamente per la regolamentazione dell’economia delle piattaforme. Ecco come il Papa declina questo rapporto:
In sintesi, per Leone XIV l’algoretica è il “manuale d’istruzioni” per evitare che la rivoluzione digitale si trasformi in una nuova stagione di sfruttamento selvaggio, simile a quella della prima rivoluzione industriale. Pertanto, l’algoretica rappresenta il terreno su cui le posizioni di Papa Leone XIV e della sinistra progressista trovano una convergenza strategica quasi totale, pur partendo da presupposti differenti. Mentre la sinistra analizza la questione attraverso la lente della giustizia sociale e democratica, dei diritti civili e dei rapporti di forza economici, il Papa la inquadra come una difesa della “sacralità dell’umano”.
Ci sono i presupposti per una convergenza e per la costruzione di un fronte comune contro l’”algocrazia” (il potere sproporzionato dell’oligarchia tecnocratica digitale), il riarmo tecnologico (l’IA applicata alla guerra) e in difesa del lavoro e della pace. Proprio questa alleanza su temi come l’IA e la pace ha portato Donald Trump ad accusare Leone XIV di “assecondare la sinistra radicale”, evidenziando come l’algoretica stia diventando un tema politico centrale che scavalca i confini tra sacro e profano.
