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CAMPAGNA PER LA CHIUSURA DEI CENTRI IN ALBANIA

CENTRI IN ALBANIA:
UN PERICOLOSO LABORATORIO DI AUTORITARISMO
DA FERMARE AD OGNI COSTO

 

I centri italiani in Albania, a Shëngjin e a Gjadër, aperti come strutture per gestire le procedure accelerate di
asilo, sono stati riconvertiti in spazi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei CPR italiani.
Nulla è dato sapere, al momento, circa il loro futuro utilizzo. Ma a prescindere dal loro scopo, essi costituiscono
un modello opaco, distante e violento che comporta enormi costi umani, democratici ed economici: persone
spostate contro la loro volontà, spesso senza informazioni chiare sulla destinazione e sulle ragioni del trasferimento;
diritti violati; salute fisica e psicologica esposta a nuovi rischi…
Ciò che accade in Albania non riguarda soltanto le persone condotte nei centri, ma il futuro delle politiche
migratorie, dei diritti e della democrazia in Italia e in Europa.
Per questo ne chiediamo la chiusura.

Di cosa parliamo?
Il “modello” Albania: funzionamento
e impatto sulle persone trattenute

Il cosiddetto “modello Albania” nasce dal Protocollo sottoscritto il 6 novembre 2023 tra il Governo italiano e quello albanese. È stato presentato come una soluzione innovativa, su scala europea, per la gestione dei flussi migratori. L’accordo prevede la realizzazione e la gestione, da parte dell’Italia, di due strutture situate nel nord dell’Albania, a Shëngjin e Gjadër, destinate al trattenimento di persone migranti lì trasferite dopo essere state soccorse in mare, per l’effettuazione delle procedure accelerate di frontiera di richiesta di asilo. Va subito registrato il fatto che, pur trovandosi al di fuori del territorio nazionale e dell’Unione europea, i centri operano sotto giurisdizione italiana e al loro interno trovano applicazione il diritto italiano ed europeo. Sin dall’inizio, il modello è stato contestato anche da attivisti e attiviste locali, oltre che dalla società civile e da molte forze politiche italiane.

I trasferimenti in Albania sono iniziati nell’ottobre del 2024 e, in continuità con l’accordo, inizialmente hanno riguardato uomini adulti intercettati dalle autorità italiane nel Mediterraneo centrale, provenienti da paesi di origine considerati “sicuri” e per questo destinati ad essere trattenuti e sottoposti alle procedure accelerate di valutazione della domanda di asilo in frontiera.

I tribunali italiani, chiamati a valutare la legittimità dei provvedimenti, non hanno convalidato il trattenimento delle persone portate in Albania nella prima fase, ritenendo che i paesi di provenienza non potessero essere considerati effettivamente sicuri. Di conseguenza, tutte sono state ricondotte in Italia, dove hanno potuto proseguire la richiesta di asilo con procedura ordinaria, e non più accelerata.

Di fronte a questa battuta d’arresto, il Governo italiano ha attaccato violentemente la magistratura, accusata di essere “politicizzata” e di lavorare contro l’interesse nazionale. Contestualmente, per riempire i centri rimasti nel frattempo completamente vuoti e inattivi, nel marzo del 2025 ha approvato un decreto legge che ha dato avvio alla seconda fase nell’utilizzo di queste strutture, tuttora in corso. Da quel momento, i centri in Albania non sono stati più utilizzati per il trasferimento di richiedenti asilo intercettati in mare, ma per il trattenimento di persone in realtà già trattenute nei dieci Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) presenti sul territorio italiano. Si tratta di uomini trattenuti unicamente in base alla mancanza di un permesso di soggiorno in corso di validità.

Si tratta di centinaia di persone trasferite forzatamente dai CPR italiani alla struttura di Gjadër, e spesso riportate indietro dopo poche settimane. In totale, dalla conversione del centro in CPR, sono state trasferite coattivamente in Albania circa 635 persone, con una presenza media di circa 20 persone trattenute alla volta, con trasferimenti periodici necessari a compensare i frequenti rientri in Italia conseguenti a mancate convalide, inidoneità sanitarie, per richiesta di asilo o per poter provvedere all’esecuzione dell’espulsione. Il centro di Gjader ha una capienza di oltre 1000 posti, tra la sezione per richiedenti asilo e quella per il rimpatrio.

Come previsto dall’attuale quadro normativo, i rimpatri continuano a essere effettuati dall’Italia, con il trasferimento delle persone sul territorio nazionale prima dell’esecuzione dell’espulsione. Solo a maggio 2025 è stato eseguito un rimpatrio di 5 cittadini egiziani direttamente dall’Albania, attraverso un volo da Tirana al Cairo per il quale è stato utilizzato un aereo partito dall’Italia con a bordo altri cittadini egiziani. Un’operazione in aperta violazione del diritto dell’UE e che, al riparo dai riflettori, ha travalicato le disposizioni già illegittime previste dal Protocollo.

In via generale, i rimpatri effettivamente eseguiti riguardano circa 90 persone, pari a circa il 15% dei trasferimenti effettuati. Una percentuale significativamente inferiore a quella registrata mediamente nei CPR presenti sul territorio italiano.

Entrambe le fasi sono state caratterizzate da gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle garanzie. La delocalizzazione delle procedure ha prodotto un isolamento materiale che determina una concreta compressione di diritti fondamentali e produce un forte senso di spaesamento e di angoscia nelle persone trattenute, che nella maggior parte dei casi non sanno dove si trovano, per quale motivo sono state condotte in Albania e per quanto dovranno restarvi. Le violazioni documentate, dall’apertura dei centri sino ad oggi, riguardano quindi i diritti delle persone trasferite, ma al tempo stesso mostrano il vero obiettivo del progetto: la costruzione di uno spazio di trattenimento caratterizzato da minori garanzie, maggiore opacità e una più debole capacità di controllo democratico.

Nei primi mesi del progetto, i richiedenti asilo intercettati in mare – mentre si trovavano in situazioni di pericolo, a bordo di imbarcazioni non sicure e in alcuni casi in viaggio da giorni – anziché essere tratti in salvo e condotti nel primo porto sicuro disponibile, come previsto dalle convenzioni internazionali sul salvataggio in mare, sono stati trasferiti su navi italiane e, dopo una fase assolutamente inadeguata di “valutazione delle vulnerabilità”, effettuata con modalità e tempi del tutto non idonei, condotti forzatamente in Albania.

Nell’attuale fase del progetto, molte tra le persone trasferite dai CPR italiani a Gjadër hanno raccontato di essere state prelevate improvvisamente, in molti casi durante la notte, sottoposte a lunghi trasferimenti via terra e via mare, spesso con le mani bloccate da fascette ai polsi, e condotte in Albania senza ricevere un provvedimento individuale motivato relativo alle ragioni del trasferimento, e senza che nessuno li informasse circa la loro destinazione.

Gravi criticità hanno riguardato anche il diritto alla difesa e l’accesso effettivo alla tutela giurisdizionale. La distanza geografica tra le persone trattenute e il territorio italiano, la rapidità delle procedure, le difficoltà linguistiche e l’assenza di un accesso agevole ad avvocate e avvocati hanno reso particolarmente difficile l’esercizio dei diritti di difesa.  Il trattenimento in un Paese terzo, provocando un isolamento sociale ancora più marcato che in Italia, amplifica ulteriormente le conseguenze sulla salute fisica e psicologica delle persone, peraltro in un contesto caratterizzato da forte limitazione all’accesso alle cure.

A queste criticità si aggiunge un elemento trasversale che caratterizza l’intero dispositivo: l’opacità radiale. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari hanno incontrato molteplici difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri.
Da un lato, il progetto viene continuamente raccontato pubblicamente come simbolo di fermezza e controllo; dall’altro, il suo funzionamento concreto viene sottratto al controllo democratico e al monitoraggio indipendente.

 

 Il vero rischio:
tollerare l’eccezione

Per questa ragione il modello Albania non può essere valutato esclusivamente sulla base del funzionamento dei centri e neanche unicamente in relazione alle singole violazioni documentate. Ciò che è in discussione è la costruzione di un precedente politico e giuridico che ridefinisce il rapporto tra territorio, diritti e responsabilità dello Stato. Il Governo italiano sta sperimentando una forma inedita di delocalizzazione che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più distanti dal controllo pubblico.

È in questa prospettiva che questo esperimento assume una rilevanza che va ben oltre il numero delle persone coinvolte. Da una parte, si inserisce in una traiettoria di lungo periodo, sempre più intensamente caratterizzata dal progressivo rafforzamento delle politiche di esternalizzazione delle frontiere, dalla moltiplicazione degli accordi con paesi terzi e dall’espansione delle forme di trattenimento amministrativo per le persone migranti, dall’altra introduce anche un elemento di novità: costruisce uno spazio di trattenimento collocato fuori dal territorio dell’Unione, ma sottoposto direttamente alla giurisdizione italiana. In questo senso, il modello Albania rappresenta un salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione: la frontiera non viene semplicemente spostata, ma viene ricostruita altrove.

Peraltro, si tratta di un progetto instabile e inquieto. Il 12 giugno 2026, infatti, è entrato pienamente in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, una riforma che ridisegna in profondità il sistema comune europeo, e che colpisce al cuore il diritto di asilo così come concepito dopo la seconda guerra mondiale e formalizzato nella Convenzione di Ginevra. Pur non prevedendo forme di delocalizzazione della frontiera simili a quelle sperimentate in Albania, il Patto rafforza alcuni degli strumenti che ne costituiscono il presupposto politico e culturale: l’estensione delle procedure di frontiera, l’accelerazione dell’esame delle domande di protezione internazionale, l’aumento del ricorso al trattenimento e una più marcata centralità delle logiche di controllo e deterrenza, che trovano ora identica applicazione in tutti i paesi membri.

 

Un modello
senza prospettive

L’idea che i centri in Albania possano essere “normalizzati” attraverso il Patto europeo migrazione e asilo o riconvertiti in futuri return hubs (introdotti attraverso il nuovo regolamento rimpatri approvato a giugno) non ha basi giuridiche. Il nuovo Patto rafforza le procedure di frontiera e amplia gli strumenti a disposizione degli Stati membri, ma continua a collocare tali procedure nel territorio dell’Unione europea. Il regolamento sulle procedure di asilo si riferisce infatti alle domande presentate nel territorio degli Stati membri, alle frontiere esterne, nelle acque territoriali e nelle zone di transito. Il Patto non introduce quindi una base giuridica che consenta di trasferire in un Paese terzo, quale l’Albania, procedure di asilo o forme di trattenimento disciplinate dal diritto dell’Unione.

Allo stesso modo, le proposte europee relative ai cosiddetti return hub non offrono una soluzione immediata. La loro eventuale realizzazione richiederebbe di rinegoziare completamente l’accordo con il Governo albanese, definendone nuove responsabilità politiche e giuridiche. Si tratta di condizioni che oggi non esistono e che, in ogni caso, non risolvono le criticità giuridiche su cui si fonda il Protocollo Italia-Albania. Per queste ragioni, le ipotesi di integrazione o riconversione dei centri nel nuovo quadro normativo europeo sono da rifiutare completamente.

Peraltro, sulla legittimità dei centri in Albania dovrà pronunciarsi anche la Corte di giustizia dell’Unione europea, chiamata a valutare se il trattenimento delle persone migranti in Albania sia compatibile con il diritto dell’Unione. Si tratterà di una decisione di particolare rilievo. Secondo il Tavolo Asilo e Immigrazione, i centri sono del tutto incompatibili con l’attuale normativo europeo.

La Corte, con la sentenza dell’agosto 2025 aveva affermato l’incompatibilità con il diritto dell’Unione del primo “modello”. È ora attesa la pronuncia sul secondo modello, relativo ai centri di permanenza per il rimpatrio (CPR). In ogni caso, accanto alle ragioni di carattere giuridico, permangono – come evidenziato più volte nel documento – profonde ragioni di natura politica che rendono necessarie l’immediata sospensione dei trasferimenti e la definitiva chiusura del progetto

 

La campagna “Renditi conto”.
I costi umani, democratici, politici ed economici del modello Albania

I centri in Albania non riguardano soltanto le persone che vi vengono trasferite. Riguardano il modo in cui vengono utilizzate le risorse pubbliche, il rapporto tra diritti e potere, la qualità della democrazia e il futuro delle politiche migratorie italiane ed europee. Riguardano tutti e tutte noi.

Con la campagna “Renditi conto” vogliamo riportare al centro ciò che spesso rimane invisibile: i costi che il modello Albania produce sulle persone, sulle istituzioni democratiche e sull’intera collettività. Il primo costo è quello umano. Privazione della libertà, isolamento, condizioni di vita degradate e degradanti, compressione dei diritti fondamentali, fino ad arrivare a atti di autolesionismo e tentativi di suicidio. I centri in Albania stanno producendo tutto questo.

Accanto al costo umano esiste un costo democratico. Limitato accesso alle informazioni anche per le delegazioni di parlamentari, opacità diffusa per la società civile e i movimenti, sottrazione alla vista e al controllo della comunità di pratiche abusive e antidemocratiche. Meccanismi che incidono sulla tenuta dello stato di diritto, e che quindi riguardano tutti e tutte noi, sperimentando un modello fortemente autoritario. Infine, esiste un costo economico che ricade sull’intera collettività. Le ingenti risorse pubbliche destinate ai centri in Albania hanno alimentato una politica fondata sul trattenimento e sulla delocalizzazione delle frontiere.

Non è però solo l’entità della spesa a destare preoccupazione, ma anche la scarsa trasparenza che accompagna il progetto: è impossibile ricostruire compiutamente costi complessivi ed esborsi effettivi. Risorse rilevanti vengono sottratte ad altri ambiti di interesse collettivo, dal welfare alla sanità, dall’istruzione ai servizi territoriali. Il costo economico diventa così una delle espressioni del prezzo complessivo – umano, giuridico e democratico – di questa strategia.

Venendo ai numeri, sono stati sottoscritti contratti per l’allestimento dei centri per oltre 74 milioni, la sola spesa pienamente documentabile (dati provenienti dalla piattaforma “Trattenuti” di ActionAid Italia e dell’Università di Bari). A questa cifra andrebbero aggiunti i costi di gestione, il personale, i trasferimenti, le indennità di missione, il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine, la sanità, la giustizia e altre spese accessorie. A causa della frammentazione dei dati tra diverse amministrazioni e dell’assenza di una rendicontazione pubblica unitaria e aggiornata, non è possibile indicare con certezza quanto sia stato effettivamente speso.

Il Governo aveva preventivato una spesa complessiva, fino al 2028, di circa 671,6 milioni di euro tra allestimenti, gestione e costi connessi. Per questo motivo, nell’ambito dell’“addebito non autorizzato” segnalato dalla campagna, è stata indicata la cifra di 74 milioni: non una stima del costo totale, ma una cifra certa, già enorme, eppure molto inferiore al prezzo reale di un progetto che continua a sottrarsi a una piena trasparenza pubblica.

 

Chi promuove la campagna
Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’azione di monitoraggio

“Renditi conto” è promossa dal Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), una rete composta da oltre quaranta organizzazioni della società civile impegnate nella tutela dei diritti delle persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate. Il TAI svolge attività di ricerca, monitoraggio, advocacy e intervento pubblico sui temi dell’asilo, dell’accoglienza, delle frontiere e della detenzione amministrativa, contribuendo al dibattito pubblico e istituzionale attraverso analisi, proposte e azioni di tutela.

Fin dall’annuncio del Protocollo Italia-Albania, il TAI ha considerato il progetto una questione di particolare rilevanza politica e democratica. Per questa ragione ha scelto di accompagnarne l’attuazione con un’attività sistematica di monitoraggio indipendente, finalizzata a verificare le condizioni concrete delle persone trasferite, il funzionamento delle procedure e il rispetto dei diritti fondamentali.

L’attività di monitoraggio è stata realizzata attraverso missioni sul campo nelle strutture di Shëngjin e Gjadër, organizzate in collaborazione con parlamentari italiani ed europei. Nel corso delle visite sono stati effettuati molti colloqui con le persone trattenute, raccolte testimonianze dirette, valutate le criticità sanitarie, analizzati documenti amministrativi e monitorate le modalità operative adottate dalle autorità italiane. Questo lavoro ha permesso di produrre rapporti pubblici, diffondere informazioni indipendenti e portare all’attenzione dell’opinione pubblica elementi che altrimenti sarebbero rimasti confinati in un sistema caratterizzato da forte opacità.

Per questa ragione il Tavolo Asilo e Immigrazione non ritiene che il modello Albania possa essere corretto attraverso interventi marginali o semplici modifiche organizzative. La richiesta di chiusura dei centri non nasce dall’idea che il progetto funzioni male o sia inefficiente, ma dalla convinzione che le sue criticità derivino dalla natura stessa del modello.

 

Fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione: 

A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS, Caritas Italiana, Casa dei diritti sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR, CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni  XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose, International Rescue Committee Italia, Intersos,  Legambiente, Medici del Mondo Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza, Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE

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