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Ucraina: la guerra invisibile del sottosuolo

di Alessandro Scassellati Sforzolini

 

Quando si analizza l’interminabile conflitto russo-ucraino, la tendenza dominante nei media occidentali è quella di focalizzarsi quasi esclusivamente sulle dinamiche geopolitiche di superficie: l’espansione della NATO a Est, il supposto revanchismo imperiale di Vladimir Putin, la difesa della sovranità  «democratica» di Kiev e la ridefinizione degli equilibri di sicurezza europei. Esiste tuttavia un’altra guerra, sotterranea e silenziosa, che scorre parallelamente a quella dei carri armati, dei missili e dei droni. E’ la guerra per le risorse strategiche del futuro. L’Ucraina infatti, non è soltanto una faglia geopolitica tra la Russia e l’Occidente, è, soprattutto, uno dei più grando scrigni di materie prime e risorse agroalimentari del pianeta. Una ricchezza immensa che fa gola a tutte le superpotenze globali, impegnate in una corsa frenetica per l’approvvigionamento industriale e, non da ultimo, per spezzare il quasi-monopolio che la Cina esercita ormai sulle catene del valore tecnologico.

Per comprendere la posta in gioco economica, è necessario guardare la mappa geologica dell’Ucraina e sovrapporla a quella del fronte bellico. Il sottosuolo ucraino custodisce circa il 5% delle risorse mondiali di minerali critici. Sebbene nel dibattito pubblico si tenda spesso a confondere l’intero comparto con il termine generico di «terre rare» – elementi chimici specifici di cui Pechino controlla tuttora circa il 90% del mercato globale – il vero tesoro di Kiev risiede in una varietà eccezionale di altre materie prime essenziali per la transizione energetica, la digitalizzazione e l’industria della difesa. L’Ucraina possiede oltre ventimila giacimenti censiti di ben 116 tipi diversi di minerali. Tra questi spiccano circa 500.000 tonnellate di ossido di litio (l’oro bianco indispensabile per le batterie delle auto elettriche), il 20% delle riserve globali di grafite, il 7% delle riserve mondiali di titanio (cruciale per l’aeronautica militare e civile), oltre a ingenti quantità di cobalto, manganese, uranio e gallio. In particolare, i giacimenti di litio di Shevchenkivske nel Donetsk e di Dobra nel Kirovohrad rappresentano potenzialmente i più grandi bacini d’Europa, capaci di ridefinire da soli la filiera continentale della mobilità elettrica  ed eliminare la totale dipendenza strategica dalle miniere sudamericane e australiane.

Non è un caso che una quota significativa di questi giacimenti , stimati complessivamente in un valore astronomico che oscilla tra i 10 e i 12 trilioni di dollari, si trovi concentrata proprio nelle regioni orientali e meridionali del Paese, dal Donbass fino alla fascia costiera del Mar Nero. Zone che la Russia ha occupato o tenta strenuamente di controllare. Per Mosca, impossessarsi di queste risorse non significa soltanto privare Kiev della sua futura spina dorsale economica, ma anche incrementare esponenzialmente il proprio peso contrattuale nei confronti dell’Unione Europea e dei mercati internazionali, consolidando un asse estrattivo in grado di competere o allearsi sinergicamente con la Cina. I russi sanno bene che controllare le acciaierie e i distretti di Zaporizja e del Donbass  significa avere il controllo di metalli purissimi come il berillio, insostituibile per i sistemi ottici e di guida dei missili di ultima generazione, togliendo ossigeno alle catene industriali avversarie.

D’altro lato l’Occidente ha compreso perfettamente che la stabilità industriale dei prossimi decenni si gioca sulla diversificazione delle forniture. L’Unione Europea, che importa dalla Cina la quasi totalità delle materie prime necessarie per i suoi obiettivi di decarbonizzazione, vede nell’Ucraina un partner geograficamente vicino e potenzialmente risolutivo per alleggerire la pendenza da Pechino.

Gli Stati Uniti si  sono mossi  con ancora maggiore pragmatismo. Non  sono  passati  inosservati ripetuti interessamenti dell’amministrazione guidata da Donald Trump, volti a legare gli aiuti militari e finanziari di Washington alla concessione di diritti prioritari di estrazione e sfruttamento di questi minerali. Gli accordi strategici firmati tra gli Stati Uniti e il governo di Volodymyr Zelensky ne sono la prova tangibile: un’intesa che prevede la destinazione di quote consistenti dei futuri proventi minerari a fondi congiunti per la ricostruzione del Paese.

Per Kiev, mettere sul piatto del negoziato internazionale le proprie ricchezze sotterranee, rappresenta l’assicurazione sulla vita più forte per mantenere agganciato l’interesse geopolitico statunitense ed europeo, trasformando il proprio territorio in un hub industriale irrinunciabile per l’Occidente.

Dietro la generosità degli aiuti militari occidentali si nasconde quindi un calcolo di lunghissimo periodo: chi finanzierà la ricostruzione dell’Ucraina non lo farà solo per spirito umanitario o difesa democratica, ma per ottenere licenze estrattive esclusive, un’operazione finanziaria di dimensioni colossali che mira a creare una barriera economica insormontabile per contenere le ambizioni asiatiche.

A questa mappa mineraria si sovrappone un’altra immensa ricchezza planetaria: l’agricoltura. L’Ucraina è storicamente soprannominata il «granaio d’Europa», grazie ad una caratteristica unica: un quarto della cernoziom mondiale, il suolo nero incredibilmente fertile e ricco di humus, si trova entro i suoi confini.  Prima del conflitto, il Paese era tra i primissimi esportatori globali di grano, mais, orzo e olio di girasole. La caccia ai cereali ucraini non è una questione puramente commerciale, ma di stabilità geopolitica globale.  Il blocco delle esportazioni dai porti del Mar Nero nelle prime fasi del conflitto ha dimostrato quanto il mondo dipenda da questa terra: l’impennata dei prezzi alimentari ha rischiato di destabilizzare intere macro-regioni in Medio Oriente e nel Nord Africa, territori storicamente dipendenti dal grano di Kiev e la cui instabilità si riflette direttamente sui flussi migratori diretti verso l’Europa.

Anche sul fronte agroalimentare, il posizionamento strategico ucraino agisce in funzione anticinese e antirussa. La Cina, pur essendo un colosso industriale, soffre storicamente di una grave vulnerabilità alimentare dovuta alla scarsità di terre coltivabili pro-capite e all’inquinamento dei propri suoli. Pechino ha guardato per anni con enorme interesse all’Ucraina acquistando massicce quote di mais e investendo nelle infrastrutture logistiche locali. La paralisi e il controllo russo di queste rotte commerciali complicano i piani di sicurezza alimentare cinesi e obbligano le potenze globali a ridisegnare le proprie mappe di approvvigionamento. Chi controlla i campi di grano dell’Ucraina non controlla solo una merce, ma detiene una vera e propria arma geopolitica di pressione di massa. Il cibo è diventato a tutti gli effetti un bene duale, al pari delle munizioni: una risorsa con cui ricattare o fidelizzare interi Paesi del Sud del Mondo, spostando gli equilibri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Uniti a seconda di chi detiene le chiavi dei silos di stoccaggio.

In definitiva, la guerra in Ucraina non può essere letta esclusivamente attraverso la lente ideologica dello scontro tra blocchi politici o della difesa dei confini territoriali. Sotto la superficie dei comunicati militari si consuma uno scontro violentissimo per la ridefinizione delle catene di fornitura globali.

Il controllo del litio per le batterie del domani, del titanio per i caccia supersonici, della grafite per i semiconduttori e del grano per sfamare miliardi di persone, rappresenta la vera infrastruttura del potere globale nel secolo tecnologico.

L’Ucraina si trova, suo malgrado, al centro esatto di questa tempesta perfetta: un Paese cerniera la cui straordinaria ricchezza naturale ne ha accentuato la vulnerabilità, trasformandola nel terreno di scontro dove si decidono le sorti della transizione ecologica occidentale e la fine del monopolio estrattivo asiatico.  Senza questa chiave di lettura economica e industriale, la compressione delle reali forze che alimentano e prolungano questo interminabile conflitto, rimarrà sempre parziale

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