
Dopo la vittoria del NO di Alessandro Scassellati*
Gli elettori italiani hanno respinto il piano di riforma del sistema giudiziario di Giorgia Meloni.
L’esito del referendum potrebbe offuscare la reputazione del Primo Ministro e rendere più
difficile la vittoria delle destre alle elezioni generali del prossimo anno. Comunque sia ora si
apre una nuova fase politica delicata e complessa.
Giorgia Meloni ha ammesso la schiacciante sconfitta nel referendum sulla sua riforma della giustizia,
confermando tuttavia che rimarrà alla carica di primo ministro. Il risultato del referendum costituzionale di
domenica e lunedì ha visto (escludendo l’estero) il “No” attestarsi al 53,74% (circa 15 milioni di voti) e il “Sì”
al 46,26% (circa 13,2 milioni di voti), con un’affluenza alle urne superiore alle aspettative, pari a oltre il
58,93% (circa 27 milioni di votanti). Secondo molti osservatori, il risultato è stato determinato dagli elettori
delle giovani generazioni (scesi massicciamente in piazza lo scorso autunno contro il genocidio a Gaza e
contro guerra e riarmo), con il 61% dei giovani tra i 18 e i 34 anni che ha bocciato le proposte (l’unica fascia
d’età in cui ha vinto il Sì è quella delle persone tra i 50 e i 64 anni, in cui ha ottenuto il 53%), secondo i dati
dell’istituto di sondaggi Opinio per l’emittente statale Rai. Pochi giorni prima del referendum, Meloni si era
rivolta a un podcast irriverente condotto dal rapper Fedez e Davide Marra nel tentativo di influenzare i giovani
elettori. Meloni ha subito una pesante sconfitta nelle tre città più grandi d’Italia: nelle province di Roma, il
“no” ha ottenuto il 57%, a Milano il 54% e a Napoli il 71%.
Il No, sostenuto dai partiti di centrosinistra, ha ottenuto la maggioranza in 17 regioni su 20. Il Sì ha vinto in
alcune regioni del Nord e del Nord Est, cioè la Lombardia, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, dove il
centrodestra è tradizionalmente sostenuto dalla maggioranza degli elettori. Il Veneto è stata la regione dove
il Sì ha vinto con la maggioranza più alta e con la differenza più ampia rispetto al No. Il No, invece, ha vinto
in tutte e sei le regioni attualmente governate da giunte di centrosinistra, cioè la Toscana, l’Emilia-Romagna,
l’Umbria, la Campania, la Puglia e la Sardegna. Ma ha prevalso anche in molte regioni amministrate dal
centrodestra.
«Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione», ha dichiarato Meloni in un comunicato diffuso
lunedì su X, accompagnato da un video, affermando che l’esito del referendum rappresenta «un’occasione
persa per modernizzare l’Italia». Nel video, ha sottolineato che “ciò non cambia il nostro impegno a
continuare, con serietà e determinazione, a lavorare per il bene della nazione e a onorare il mandato che ci
è stato affidato”. Ma la sconfitta e le sue proporzioni rischiano di danneggiare la sua reputazione e di rendere
più difficile la vittoria delle forze politiche di destra alle elezioni generali del prossimo anno.
Il governo di destra di Meloni voleva modificare la Costituzione italiana per separare i ruoli di giudici e pubblici
ministeri e riformare l’organo di controllo su di essi. Ha sostenuto che il piano fosse essenziale per garantire
l’imparzialità e migliorare il funzionamento del fatiscente sistema giudiziario italiano. Ma i critici ei leader
dell’opposizione politica l’hanno bollata come un’azione di potere politico che non affrontava i veri problemi,
dai processi che si protraggono per anni al sovraffollamento carcerario. Elly Schlein, leader del Partito
Democratico, aveva dichiarato prima del voto che la proposta è mal formulata e “indebolisce l’indipendenza
della magistratura”.
Scontro con la magistratura
Sebbene la natura delle modifiche proposte, varate a maggioranza (sottratte dal governo a qualsiasi vero
confronto con la minoranza in Parlamento), che avrebbero richiesto emendamenti alla Costituzione italiana
post-fascista, fosse tecnica e complessa, la campagna referendaria è stata perlopiù caratterizzata da una
retorica incendiaria da parte di Meloni e dei suoi ministri nei confronti della magistratura, da sempre
fortemente indipendente.
Meloni voleva riformare il sistema giudiziario da lei accusato di essere politicizzato e di avere una forte
inclinazione di sinistra. Ha presentato le riforme come un’opportunità a lungo attesa per correggere un
sistema in cui le “fazioni” politicizzate della magistratura ostacolano la capacità del governo di attuare
politiche fondamentali su questioni come l’immigrazione e la sicurezza. Meloni e i suoi ministri hanno
ripetutamente criticato le sentenze che, a loro dire, sono troppo indulgenti, soprattutto in materia di
immigrazione e di criminalità. La riforma da loro proposta ha suscitato una forte opposizione all’interno della
magistratura, con oltre l’80% dei membri dell’Associazione Nazionale Magistrati italiana che ha indetto uno
sciopero di un giorno lo scorso anno.
La campagna referendaria è stata aspra e combattuta duramente. Ha messo a nudo la profonda animosità
tra la coalizione di destra e la magistratura, una situazione che lascerà cicatrici indelebili. In una pubblica
polemica il mese scorso, il ministro della Giustizia Carlo Nordio – che aveva definito le critiche dei giudici
“litanie petulanti” – ha affermato che la riforma avrebbe corretto un “meccanismo paramafioso” all’interno
della magistratura. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, ha suscitato ampie critiche quando, durante
un talk show, ha affermato che la riforma avrebbe “eliminato” i magistrati che operavano come un “plotone
di esecuzione”.
I parlamentari di Fratelli d’Italia hanno pubblicato meme con folle di musulmani in preghiera per il “No”;
giornali filogovernativi come Libero hanno descritto la presenza islamica in Italia come un’arma per il “No”.
Anche i partner di coalizione della Meloni della Lega hanno presentato la riforma come un’opportunità per
“fermare i giudici amici degli immigrati clandestini”. La riforma è stata quindi presentata, con una certa
esagerazione, come un modo per permettere al governo di stringere la morsa sugli immigrati, paralizzando
una magistratura irrimediabilmente “rossa”.
La stessa Meloni è entrata personalmente in gioco in una fase avanzata della campagna, dopo aver
inizialmente mantenuto una certa distanza, scommettendo che il suo coinvolgimento personale avrebbe
potuto cambiare l’esito delle elezioni. Ha definito il referendum “un’occasione storica per cambiare l’Italia”.
Con toni combattivi, questo mese aveva esortato gli italiani a non sprecare l’opportunità di dare una scossa
alla magistratura. Se si lascia che le cose continuino così, aveva avvertito: “Ci ritroveremo con fazioni ancora
più potenti, giudici ancora più negligenti, sentenze ancora più surreali, immigrati, stupratori, pedofili,
spacciatori di droga che vengono liberati, mettendo a rischio la vostra sicurezza”. Ha cavalcato l’onda dei casi
di malagiustizia (e della cronaca, da Garlasco alla “famiglia nel bosco”) e il malessere dei delusi delle “toghe
ideologiche”.
In questo clima acceso e polemico, non può stupire che circa 50 magistrati si siano riuniti nel tribunale della
città di Napoli (dove la riforma è stata bocciata dal 75% dei votanti) per seguire lo spoglio e abbiano iniziato
a cantare l’inno antifascista della resistenza “Bella Ciao” quando è stato chiaro che il governo aveva perso.
La parte più controversa della riforma ha riguardato le modifiche al Consiglio Superiore della Magistratura
(CSM), un organo di controllo e disciplinare i cui membri sono eletti dai loro pari e dal parlamento. La riforma
prevedeva la divisione del CSM in due consigli separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e la
creazione di un nuovo tribunale disciplinare composto da 15 membri. Era previsto che i membri venissero
sorteggiati, e non più eletti dai loro pari, con tre membri della Corte scelti dal presidente della Repubblica e
tre da una lista di avvocati esperti approvata dal Parlamento. Il governo sosteneva che i cambiamenti fossero
necessari per rendere la magistratura più responsabile dei propri errori e impedire che fazioni politicamente
motivate controllassero le posizioni di vertice.
La seconda parte della riforma mirava a impedire che giudici e pubblici ministeri passassero dall’una all’altra
funzione, rispondendo alle preoccupazioni che rapporti troppo stretti tra i due gruppi danneggiassero gli
imputati.
Secondo quanto ammesso dallo stesso governo, le modifiche non avrebbero risolto uno dei principali problemi
che affliggono l’Italia: un sistema giudiziario notoriamente lento che pesa sull’economia e sulla vita dei
cittadini. Non avrebbero affrontato i nodi reali: tempi dei processi, condizioni delle carceri, efficienza,
digitalizzazione, responsabilità.
Si apre una nuova fase politica
La partecipazione alta, trainata in modo significativo dai più giovani, ha ribaltato previsioni e narrazioni
consolidate, restituendo centralità a un elettorato che molti osservatori avevano dato per disilluso o distante.
Il risultato del NO non è soltanto un esito referendario: è un segnale politico che ridisegna i rapporti di forza
e apre scenari politici nuovi.
In un Paese segnato da una crisi economica che si aggrava, con rischi concreti di una nuova recessione, una
parte significativa dell’elettorato ha interpretato il referendum come un’occasione per inviare un segnale di
difesa delle istituzioni democratiche. Ora si apre una fase politica nuova e complessa. La strada per le altre
riforme strutturali annunciate dal governo – dal premierato all’autonomia differenziata – appare più difficile,
se non addirittura impervia.
Le valutazioni politiche post-referendum delineano uno scenario di forte polarizzazione, con impatti diretti sia
sulla stabilità del governo che sulle strategie delle opposizioni. Il referendum è stato interpretato da molti
analisti come un “test di metà mandato”. Il Paese appare diviso in due blocchi quasi speculari. La capacità
del governo di gestire l’attuazione del PNRR e la legge di bilancio sarà decisiva per recuperare il consenso
perduto in questa consultazione.
Meloni rischia ormai di essere una “anatra zoppa”, una condizione che è il terrore di ogni politico: 12 mesi di
mandato indebolito, dunque di logoramento e montagne russe. Con gli alleati pronti ad alzare la testa e
aumentare il tasso di litigiosità, con i “vannacciani” all’estrema destra a battere su politica estera, sicurezza e
immigrazione, e soprattutto, con un “campo largo” dell’opposizione a traino del PD nettamente rinvigorito da
quella che considera una esaltante vittoria. Lo spettro di perdere le politiche del 2027, anche con una nuova
legge elettorale, diventa minaccioso.
Il successo della vittoria del No è di tutto il “campo largo”, che ne avrà una forte spinta unitaria in vista delle
politiche. Non c’è dubbio che a rafforzarsi maggiormente è la leadership di Elly Schlein sia all’interno del PD,
dove non sono certo mancate voci in dissenso che si sono espresse per il Sì (dai “liberal” di Libertà Eguale di
Stefano Ceccanti ed Enrico Morando fino all’europarlamentare Pina Picierno), sia in vista della scelta del
candidato premier della coalizione, con o senza primarie di coalizione.
Ma l’effetto paradossale potrebbe essere la spinta alla nascita di una Margherita 2.0, da mantenere in alleanza
con il PD, in grado di attrarre la minoranza moderata e neoliberista del partito. Con la linea dell’asse con
Movimento 5 Stelle e Verdi-AVS (e anche la CGIL) rafforzata dalla vittoria del No, per i “riformisti dem” (la
minoranza che fa capo a Lorenzo Guerini e Giorgio Gori) l’agibilità politica e anche le prospettive di
ricandidatura si riduce di molto. “C’è ancora posto per noi liberaldemocratici dentro il PD?”, chiedeva e si
chiedeva non a caso la Picerno durante l’ultima direzione del partito. Personalità come Picierno e Graziano
Delrio possono insomma cogliere dalla vittoria del no un segnale di uscita verso una nuova formazione, e
altri potrebbero seguirli se il progetto sponsorizzato da Romano Prodi con Ernesto Maria Ruffini e vari “civici”
dovesse infine prendere corpo. La maggioranza che sostiene la Schlein cercherà di sfruttare il momento
favorevole per arginare le spinte interne dei riformisti e prepararsi a un possibile congresso anticipato per
blindare la segreteria Schlein in vista delle sfide future.
La vittoria del No contribuisce a rinvigorire anche Giuseppe Conte, facendogli intravedere la possibilità di
tornare a Palazzo Chigi, anche vista la popolarità di cui gode in una parte dell’elettorato del PD (non è un
mistero che a vederlo bene a capo della coalizione ci sono personalità dem come Goffredo Bettini e Massimo
d’Alema). Non a caso, Conte ha subito chiesto di celebrare le primarie di coalizione, nella convinzione di
poterle vincere.
Le prospettive dello schieramento di destra
Il governo di destra di Meloni si è dimostrato insolitamente stabile per l’Italia e, da quando è salita al potere
nell’ottobre 2022, la premier ha coltivato buoni rapporti di lavoro con molti leader europei e con Donald
Trump. Il suo partito Fratelli d’Italia, di radici neofasciste, è in testa ai sondaggi con circa il 30%, mentre
Meloni gode di un’ottima popolarità. Ma la sua aura di vincente che si era creata agli occhi dell’elettorato
italiano dopo quattro anni di successi in una serie di elezioni locali e nazionali, è ora compromessa. La sua
reputazione ne risentirà. Meloni ha commesso lo stesso errore compiuto prima di lei da Renzi e Salvini:
sopravvalutare la propria empatia con il popolo, il proprio fiuto politico e la propria egemonia nella società.
Ha perso il «tocco magico» e ora sarà un primo ministro più debole. Quando si comincia a perdere in politica,
si può assistere a un cambio di rotta, con la gente che inizia a guardarti in modo diverso, pensando che non
sei invincibile, che hai commesso un errore.
La sconfitta al referendum renderà più difficile per la coalizione di governo di Meloni portare avanti i piani
per l’approvazione di una legge elettorale che potrebbe garantire all’alleanza una comoda vittoria alle elezioni
generali del 2027. Dal punto di vista delle conseguenze concrete, il voto del Sud al referendum rappresenta
un enorme campanello d’allarme per l’esecutivo, tale da far diventare ancora più “conveniente”, per la
maggioranza, cambiare la legge elettorale per eliminare i collegi uninominali e dare mano libera ai vincitori
con un premio di maggioranza del tutto sproporzionato. Ma dopo il referendum, procedere sul sistema di
voto con iniziative unilaterali potrebbe trasformare il Parlamento in una bolgia e coagulare ulteriormente quei
pezzi di società civile che, combattendo per il “No” insieme ai partiti di centrosinistra, hanno mostrato proprio
in questa campagna elettorale una buona capacità di mobilitazione.
La sconfitta potrebbe anche far fallire l’altro progetto di punta di Meloni, quello del cosiddetto “premierato”,
ovvero consentire agli elettori di votare direttamente per il primo ministro, una mossa che richiederebbe
anch’essa una controversa modifica costituzionale. Questo della proposta di elezioni dirette è il progetto
prediletto di Meloni. Era in Parlamento in attesa dell’esito di questo referendum. La sconfitta significa che
perderà la leva necessaria per portarlo a termine.
La sconfitta giunge in un momento particolarmente delicato, con complesse difficoltà a livello internazionale,
un’economia stagnante e il costo della vita in aumento a causa dell’intensificarsi del conflitto in Medio Oriente,
conseguenza della guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran. Meloni ha coltivato stretti rapporti con Trump ed è
ideologicamente in sintonia con lui, mentre la maggioranza degli italiani è contraria alla guerra e ha
un’opinione negativa su Trump. Quello attuale è un contesto sfavorevole per Meloni. Le bollette del gas e
dell’elettricità aumentano, e la sua associazione con Trump è qualcosa che persino i suoi elettori considerano
problematica, per usare un eufemismo.
I sondaggisti avevano affermato, in vista del voto, che molti di coloro che avrebbero votato “No” lo avrebbero
probabilmente fatto per esprimere insoddisfazione nei confronti del governo Meloni piuttosto che per
affrontare la sostanza della riforma, altamente tecnica. Il centrodestra dovrà riflettere sulla sua ostentata
unità a dispetto delle previsioni della vigilia: la tenuta fra i partiti del No è stata più alta di quella della
maggioranza. Secondo Youtrend solo il 5% degli elettori di PD, AVS e M5S ha votato Sì, mentre ha votato
No l’11% degli elettori di centrodestra e dei partiti centristi. Tra questi si evidenzia il voto contrario del 16%
degli elettori di Forza Italia e il 14% degli elettori della Lega.
Per Meloni, la tentazione sarà quella di riprendere rapidamente l’iniziativa. Ciò potrebbe significare anche
cercare di spingere per elezioni anticipate prima che le pressioni economiche aumentino e che i principali
fondi europei per la ripresa si esauriscano entro la fine dell’anno. La logica di indire elezioni prima che le
condizioni economiche peggiorino ulteriormente sarebbe quella di impedire una lenta emorragia di consensi.
Ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha l’ultima parola sullo scioglimento del Parlamento e i
parlamentari, le cui pensioni dipendono dalla permanenza della legislatura fino a febbraio, potrebbero aiutarlo
a evitare le elezioni formando maggioranze alternative.
Ora Meloni deve valutare se individuare dei capri espiatori su cui addossare la colpa, oltre alla Bartolozzi, al
sottosegretario alla Giustizia Delmastro e forse alla ministra del Turismo Santanchè, tutti “dimissionati”,
potenzialmente anche il ministro della Giustizia Nordio, un tecnocrate privo di un proprio seguito politico. Ci
si aspetta che Meloni agisca rapidamente per riprendere il controllo dell’agenda. Ma l’impatto immediato del
voto è chiaro: un primo ministro che si è presentato al referendum da una posizione di forza, ma che ora si
trova ad affrontare uno scenario politico più incerto, contro un’opposizione ora convinta di poterla
sconfiggere.
Per Meloni e la maggioranza il tema non è “se” durerà il governo, ma “come” intende arrivare fino in fondo.
Le ipotesi sono due, agli antipodi: convincersi a completare quella “svolta moderata” più volte accennata
negli ultimi anni ma mai concretizzata, oppure imprimere una nuova accelerazione identitaria. È il vero nodo
politico lasciato aperto dal referendum. Con Meloni che dovrà imboccare una strada e non accontentarsi di
fare da baricentro tra Forza Italia e Lega, la cui reazione alla sconfitta consisterà in una forte caratterizzazione
della propria presenza in maggioranza, con minori inclinazioni a trovare accordi.
Si dovrà valutare, quindi, quanto la destra riuscirà a restare politicamente compatta attorno alla Meloni.
Essere al potere aiuta. Ma è proprio quando il potere comincia a mostrare qualche crepa che emergono i
problemi di tenuta, soprattutto quando è fortemente concentrato in un gruppo ristretto come nel caso di
Meloni e dei suoi collaboratori. A quel punto, il rischio che le crepe si allarghino è molto concreto. Insomma,
da un punto divista strategico, più che da eventuali battaglie politiche condotte dal centrosinistra, è possibile
che qualche problema per la stabilità del governo nel prossimo futuro possa arrivare dall’interno della stessa
maggioranza, dove le acque erano già piuttosto agitate prima del referendum.
Ecco perché eventuali elezioni politiche anticipate, per la destra potrebbero essere un modo di evitare un
logoramento eccessivo. Anche perché la posta in palio sarà non solo la guida del paese nella prossima
legislatura, ma anche l’elezione del nuovo capo dello stato. Per questo è probabile che la presidente del
consiglio e il suo partito proveranno a usare ancora una volta il tema della sicurezza per allontanare
l’attenzione dalle proprie difficoltà politiche.
Le prospettive dello schieramento di (centro)sinistra
L’esito del referendum rafforza le prospettive dei partiti di opposizione, che nella maggior parte dei casi hanno
sostenuto la campagna per il “No”, offrendo loro una piattaforma su cui unirsi e possibilmente costruire una
forza credibile contro Meloni, il cosiddetto “campo largo” – il “fronte progressista” –, come dimostra l’apertura
del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, alle primarie per individuare il candidato presidente del
Consiglio. il risultato dovrebbe rinvigorire il centrosinistra frammentato, dando ai due maggiori partiti di
opposizione, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, l’impulso per forgiare un’ampia alleanza al fine di
contrastare il blocco conservatore. Un’alleanza ampia di partiti che comprenda, tra gli altri, i Democratici di
Schlein, il Movimento 5 Stelle di Conte, un gruppo eterogeneo ma autoproclamatosi “progressista”, e
l’Alleanza dei Verdi-Sinistra, più a sinistra.
È ancora presto per fare analisi dettagliate sul significato di questo voto, ma è probabile che a questo giro si
sia mobilitata anche tutta una parte di elettorato a sinistra del PD che normalmente non vota per il
centrosinistra (e che fa capo a forze politiche come Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, etc.), che
quindi dovrà domandarsi come portare a votare quelle persone anche alle prossime elezioni politiche. Così
come è stata decisiva la mobilitazione per il No di tanti movimenti e conflitti sociali che attraversano il paese,
pur spesso invisibili ai grandi media. Il risultato sembra dimostrare che se le persone vanno a votare non
sono in maggioranza di destra, anzi sono per esempio determinate a difendere la Costituzione antifascista.
Probabilmente, quando non vanno a votare è perché l’alternativa politica alle destre è semplicemente
impresentabile o indigeribile.
Dopo mesi sulla difensiva, le forze politiche di opposizione hanno indicato il risultato di lunedì come la prova
che la premier può essere sconfitta e che una campagna coordinata può mobilitare gli elettori contro di lei.
Elly Schlein, leader del PD, ha dichiarato: “Sconfiggeremo [Meloni] alle prossime elezioni generali, ne sono
certa. Credo che dal voto di oggi, da questa straordinaria partecipazione democratica, per certi versi
inaspettata, venga inviato un chiaro messaggio politico a Meloni e a questo governo, che ora devono ascoltare
il Paese e le sue vere priorità”. Conte ha dichiarato: «Ce l’abbiamo fatta – viva la Costituzione», aggiungendo
che «La vittoria del No è un avviso di sfratto», e ha salutato “una nuova primavera e una nuova stagione
politica”. Angelo Bonelli, leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra, ha dichiarato ai giornalisti che il risultato è “un
segnale importante per noi perché dimostra che nel Paese c’è una maggioranza contraria al governo”.
A uscirne sicuramente fortificata è la leadership di Elly Schlein nel PD, dato che diversi dirigenti dem avevano
scelto il “Sì” non solo nel merito ma anche come un tentativo di riequilibrare il rapporto tra riformismo liberale
e sinistra all’interno del partito. Ora la segretaria ha pienamente il PD tra le mani, mentre i dissidenti sono al
bivio. Così come al bivio, indirettamente, è arrivato Carlo Calenda: l’opzione centrista appare sempre più
schiacciata, come Matteo Renzi ha capito da tempo, e paradossalmente la sopravvivenza è affidata a quanto
il centrodestra vorrà concedere con la legge elettorale.
In ogni caso anche il “campo largo” dovrà accelerare le scelte, proprio per non perdere la scia del voto
referendario. Non solo sulla leadership, ma anche sul programma che resta incompiuto soprattutto sui temi
di politica estera, mentre sulla politica economica la quadra sembra esserci sul lodo-Sanchez (anche se l’Italia
non è la Spagna). Dietro l’angolo c’è l’errore di presunzione di sentirsi rappresentanti del 54% del Paese,
senza andare a indagare le restanti aree di spinto astensionismo – specie al Sud – e considerando già
acquisito il voto di cittadini che hanno detto “No” sulla giustizia dopo anni in cui non si sono recati alle urne.
Il loro è un segnale di disponibilità, non una delega in bianco. Insomma la campagna elettorale per il 2027 è
iniziata. Una scadenza dal doppio valore, perché chi vince governa e ha una forte ipoteca nell’elezione del
prossimo presidente della Repubblica.
In questa fase storica i soggetti e i personaggi politici si gonfiano e si sgonfiano alla velocità della luce perché
nessuno ha una risposta credibile da fornire di fronte alle contraddizioni sociali e alla crisi verticale del
capitalismo. E nessuno ha un progetto profondo e duraturo di ricomposizione di un blocco sociale. Per questo
nessuno può dormire sonni tranquilli perché i rapporti tra elettori e governi sono estremamente instabili, e
l’opinione pubblica è sempre in bilico tra il riflusso e la protesta. Pertanto, la sfida per le forze politiche del
centrosinistra è dare una prospettiva di speranza ai cittadini, partendo dai punti dolenti dell’Italia di oggi –
dalla pace alla riduzione delle disuguaglianze sociali e di reddito (conseguenza di una politica economica
immobile di fronte alla sempre più feroce diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza e all’ostinato
impegno dei governi verso un modello di crescita basato sui bassi salari), dalla povertà alle morti sul lavoro,
dalla precarietà del lavoro ai servizi inadeguati per scuola e sanità, dalla violenza contro le donne all’attacco
a diritti civili faticosamente conquistati, dal declino italiano al tentativo di rendere fragili i presidi di democrazia
e di dialogo. In primo luogo, valorizzando la rete vitale e indispensabile del tessuto associativo, dei movimenti
sociali, dei Comuni e delle autonomie locali. Prevedendo anche un intervento serio sulla giustizia, con la
riduzione delle carcerazioni preventive, dei processi interminabili e della condizione miserevole delle carceri,
per nulla trattati dalla riforma del governo. Irrobustire, allargare e arricchire la democrazia con nuovi
contenuti. Una democrazia in grado di slegare tutte le energie sociali, le potenzialità creative, la capacità di
lavoro e d’impresa così caratteristiche della nostra Repubblica.
La difesa della Costituzione antifascista è stata una scelta di campo radicale, per questo ha vinto e riportato
al voto molte persone che nel 2022 non avevano trovato ragioni sufficienti per andare alle urne. Il campo del
centrosinistra può essere «largo», ma se è rinunciatario e contraddittorio produce astensione e quindi
sconfitta. Non si vince senza affrontare la crisi radicale del sistema, con obiettivi praticabili ma non
rinunciatari. Non si riscontrano ancora molte crepe nella solida base di 12 milioni di elettori che ha sostenuto
Meloni nel 2022. Il compito dell’opposizione rimane quello di mobilitare la maggior parte degli italiani che
non votano, soprattutto dopo i recenti periodi di austerità imposti dai governi democratici. In questo
referendum, molti osservatori sono rimasti colpiti dal fatto che anche solo il 60% degli italiani abbia votato.
Ma in un Paese che solo un paio di decenni fa registrava un’affluenza superiore all’80%, il “campo largo” ha
ancora molto lavoro da fare per raggiungere gli elettori, in particolare quelli a basso reddito.
I movimenti sociali possono cogliere questa prima sconfitta del governo per allargare gli spazi di
mobilitazione, a partire dalla manifestazione del 28 marzo a Roma lanciata dalla rete No Kings in collegamento
con le mobilitazioni contro Trump negli USA, e poi con mobilitazioni le più ampie possibili in occasione del 25
aprile. Se la Costituzione promette di rimuovere gli ostacoli alla “partecipazione effettiva di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, questa speranza è più lontana che mai dalla realtà.
Renderla una prospettiva più concreta, rivolgendosi anche agli elettori che non hanno votato “No” in questo
referendum, è un compito urgente per la sinistra.
(*) Coordinamento della Casa dei Diritti Sociali OdV
