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Se le aziende sono a rischio di dipendenza dalle piattaforme digitali

di Alessandro Scassellati

L’indagine Inapp

Quando si parla di piattaforme digitali si pensa immediatamente alle condizioni di lavoratori e lavoratrici, meno spesso si guarda alle imprese che si avvalgono della loro mediazione per commercializzare i propri beni o servizi. Una recente indagine Inapp Digital Platform Survey ha analizzato l’impatto sull’organizzazione del lavoro determinato dall’utilizzo delle piattaforme digitali nei settori della ristorazione, del turismo e dei trasporti terrestri.Le imprese della ristorazione utilizzano generalmente le piattaforme di lavoro mentre quelle del turismo ricorrono a più tipi di piattaforme.

L’Inapp stima che il 19,4% (58.092) del totale delle imprese dei settori considerati (298.991) utilizzi le piattaforme digitali per la vendita di propri prodotti e servizi. Il turismo è il settore in cui si registra la maggiore penetrazione, con il 42,1% di imprese utilizzatrici (38.615), quota che arriva al 77 e 75% tra gli affittacamere o bed&breakfast e gli alberghi. Nel settore della ristorazione il ricorso alle piattaforme riguarda invece il 12,8% delle imprese.

Al dato del ricorso alle piattaforme può essere utile accostare quello delle imprese che utilizzano un canale digitale proprio (sito web, app) per vendere prodotti o servizi: in media il 15,2% delle aziende utilizza esclusivamente un canale digitale proprio, mentre il 12,9% usa sia piattaforme sia il canale proprio. Se si considerano entrambi i canali, tra alberghi e affittacamere si arriva a percentuali attorno al 90% di utilizzo di strumenti digitali.

Circa un quarto delle aziende ha stipulato un contratto con una piattaforma prima del 2014, ma in massima parte la diffusione dell’utilizzo risale al periodo 2014-2019 (57,4%).

Quanto valgono le commissioni

Nel solo biennio 2020-2022, tuttavia, le imprese che hanno stipulato un contratto per la vendita dei propri prodotti e servizi con le piattaforme sono il 18,5%, ma si sale al 44,7% nella ristorazione, in seguito all’incremento della domanda durante la pandemia. Nel biennio 2020-2021 il fatturato intermediato dalle piattaforme digitali rappresenta quasi un quinto dei ricavi nella ristorazione e nei trasporti e intorno alla metà nel turismo. Le commissioni richieste dalle piattaforme digitali per l’intermediazione ammontano mediamente al 16,5% del fatturato intermediato nel 2020 e al 16,7% nel 2021.

Nella ristorazione le commissioni sono in media più elevate, con il 35,7 per cento di imprese che paga commissioni superiori al 20%; nel turismo il 41,8% delle imprese dichiara commissioni tra il 15 e il 20%, mentre nei trasporti gli importi sono più bassi.

Condizioni contrattuali

L’indagine Inapp è stata finalizzata anche ad approfondire il livello di dipendenza tecnologica e finanziaria delle imprese italiane dalle piattaforme.

Un primo elemento di asimmetria risiede nelle modalità con cui sono stabilite le condizioni contrattuali: in circa 7 casi su 10 sono le piattaforme a imporre unilateralmente le condizioni (73,6% nel turismo), mentre solo l’11,3% delle aziende riesce a negoziarle; il 18,4% del campione preferisce non rispondere al quesito. Tra le condizioni contrattuali, sicuramente la più importante riguarda i sistemi di pagamento: nel 46,8% dei casi sono previste clausole di dipendenza dalla piattaforma per gli incassi (quota che sale al 68,2% nella ristorazione), mentre nel 46,1% dei casi è previsto l’incasso diretto dalla clientela. Si tratta di un dato rilevante perché il ritardo nei tempi di incasso rappresenta un costo e un fattore di rischio finanziario intrinseco: di fatto quando il pagamento viene veicolato dalla piattaforma in 8 casi su 10 sono previste clausole di dilazione dei pagamenti.

Un secondo elemento di asimmetria è la possibilità che le piattaforme propongano unilateralmente variazioni alle clausole contrattuali, proponendo ad esempio una maggiore visibilità dell’impresa condizionata all’adesione a programmi di fidelizzazione per i clienti, elementi che di fatto possono far lievitare i costi delle commissioni. Si tratta di una circostanza sperimentata da circa un quarto delle imprese, quota che arriva al 32,4% nel turismo. Nella ristorazione si segnala inoltre che circa quattro imprese utilizzatrici su dieci adottano procedure di disintermediazione, effettuando consegne a domicilio sia con i fattorini delle piattaforme sia con personale proprio.

Nell’economia delle piattaforme sono poi particolarmente importanti gli effetti reputazionali: a oltre un terzo delle imprese è capitato di aver ricevuto valutazioni negative (38,4% nel turismo) e al 23% è successo di perdere clienti a causa di disservizi da imputare esclusivamente a una delle piattaforme utilizzate (il 32,4% nella ristorazione).

Le informazioni sulla clientela

A circa un terzo delle imprese è garantito l’accesso ai dati sui clienti da parte di tutte le piattaforme, al 14% viene invece concesso solo da alcune piattaforme, mentre circa il 18,4% (il 24,6% nella ristorazione) dichiara di non avere accesso a queste informazioni (oltre un terzo non risponde).

Elementi conoscitivi importanti giungono poi anche dalle imprese che non utilizzano le piattaforme, che precisano di non averne bisogno o di preferire la gestione diretta del rapporto con i clienti. Il costo eccessivo del servizio è menzionato dal 6,1% delle imprese del turismo e dal 5,5% da quelle della ristorazione.

Conclusioni

L’indagine getta una luce sulle opportunità che l’economia delle piattaforme digitali offre alle imprese in termini di ampliamento e diversificazione delle quote di mercato, riorganizzazione della produzione, della pubblicità e marketing. Allo stesso tempo, però, i risultati dell’indagine mettono in guardia sui fattori di rischio che possono derivare da una dipendenza tecnologica e finanziaria dalla piattaforma, come canale di vendita, e dallo squilibrio di potere nel mercato, che può tramutarsi in azioni di controllo sull’impresa, riproponendo una dinamica simile ai rapporti asimmetrici tra piattaforma e lavoratori digitali. La piattaforma non è, infatti, uno spazio di intermediazione vuoto, ma una infrastruttura non neutra capace di condizionare le regole dell’intermediazione e del mercato su cui opera.

Se le aziende sono a rischio di dipendenza dalle piattaforme digitali

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